Le tre negazioni

RossiTestano

di Nicola Vacca

Roberto Rossi Testa si definisce un poeta che dà testimonianza di ciò che si svolge. Le sue poesie nascono dallo sconforto o dal dispetto causati da un diniego o al fine di provocarlo.

Il degrado e il pantano nel quale siamo finiti meritano un atto di resistenza  che non può non venire dalla poesia, che con posizione ferma  deve lanciare nel proprio tempo un fermo e deciso “no” agli scenari di disfatta che avanzano.

Rossi Testa con le sue Poesie per un no (Nino Aragno editore, pagine 55, euro 10) punta l’indice sul “no” che la vita ci dice in viso a marcio dispetto del nostro eventuale sì che si fa tanta fatica prima a capire poi ad accettare.

Con chiarezza vera e completa il poeta apre il fuoco con le parole: << Io scenderò da questa / giostra infernale, e ancora / ancora la mia testa / continuerà a girare / e il mio occhio a invidiare / i dannati che girano / come fosser beati>>.

L’inferno dei fatti che il tempo ci mostra nella sua crudeltà  trova tutta la sua insensatezza nella molteplicità cosmica dei gesti umani. Assurda e inconsistente appare la vita al cospetto della loro fragilità. Senza convenevoli Rossi Testa  mira al petto e scrive: «Dimmelo, vita, a chi / dietro a te  solo nome, / vanno questi tributi / d’insensatezza e di smanie? / Aspetta, non rispondere: / ecco il vento, la nave / fatto naufragio infine / perviene alla sua pace».

Nasce da questa presa di coscienza la poesia come atto di resistenza. È sempre da un’interrogazione, da un dubbio che prende vita il coraggio civile di dire “no” al letame che intossica le coscienze, alla volgarità che uccide la bellezza, agli annunci di ciarlatani del nulla annientante che attraverso le forme più corrotte di potere favoriscono  una decadenza da basso impero.<<Non sapere è potere / in mano agli arconti: / per minestra e livrea / i sapienti  han tradito, / gli astronomi han dipinto / sulle lenti le stelle /  a volontà del principe>>.

Questi versi taglienti elevano il “no” ad arte sublime da opporre – attraverso l’esperienza che può diventare innocenza – al baratro dell’infimo che si allarga sempre di più intorno alla vita e finisce  per assediare nell’imbarbarimento corpo e anima.

Abbiamo il dovere di alzare la testa prima che sia troppo tardi. Scendere da questa giostra infernale, la dannazione non può diventare  l’unico stile di vita possibile.

Abbiamo bisogno dei poeti per uscire da questa palude?  Roberto Rossi Testa con il suo libro di versi afferma la resistenza civile di un “no” che attesta la presenza di un’umanità che sa solo autodistruggersi. Il poeta resiste con gli strumenti umani della parola. Davanti alla disfatta, di cui i fatti quotidiani sono la cronachistica rappresentazione, osa lanciare la sfida del riscatto: << Non è il fuoco che temo, / ma lo scandalo atroce / che dovunque daremo / quando il cielo urlerà /  chi in verità oggi siamo>>.

Il “no” che si eleva a voce libera oltre le cose è la vera poesia che disturba ogni forma di potere.

Roberto Rossi Testa sa testimoniare con le sue negazioni intelligenti  lo scandalo dell’esistenza: l’immobilità di un inferno nel quale tutti siamo finiti, mai consapevoli del vuoto che sta assediando con i suoi clamori nichilisti il silenzio di cui si ha urgente bisogno.

Il ruolo civile di una poesia che sappia dire “no” probabilmente potrà indicare la «colpa, farla fuori».

 

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