Poesie per un no, di Roberto Rossi Testa

Roberto
Quando T.S. Eliot diede alle stampe la versione definitiva di “The waste land” aggiunse alcune pagine di note esplicative per ciò che nel testo poetico non era di immediata evidenza (e ce n’era parecchio!). Anche “Poesie per un no” di Roberto Rossi Testa, edito da Avagliano, contiene numerosi richiami, dotti e ghiotti come quello citato in postfazione sul funerale di Averroé o come quello che credo di cogliere nell’ultima poesia del libro, dove mi par di leggere in trasparenza il mito gnostico di Sofia, caduta dall’iperuranio degli Eoni fin quaggiù e rimasta imprigionata nella materia. Ma penetrare nei riferimenti, nelle citazioni, nelle allusioni, nelle allegorie, se dà una più compiuta comprensione del singolo verso, può far smarrire il senso generale dell’opera. I sei poemetti di Roberto Rossi Testa hanno infinite letture possibili, che non vanno intese separatamente ma coordinate in un’unica visione cosmica. E questo è un compito che richiede tempo, perfino anni, diverse letture e meditazione. Ma senza perdere la freschezza delle prime idee e sensazioni.
Nella postfazione c’è una domanda alla quale, come spesso accade in poesia, è impossibile o arbitrario dare una risposta: che cosa significa “Poesie per un no”? Quel “per” è causale (poesie scritte in seguito a un “no” ricevuto) oppure finale (poesie il cui scopo è quello di pervenire a un rifiuto totale, senza eccezioni né seconde chances)? Apparentemente, da come è formulata la domanda, parrebbe che la risposta sia possibile e di capitale importanza per penetrare il senso del libro. Invece, la chiave di lettura suggerita dall’autore è (tacitamente, giustamente) l’assenza di risposta. I no sono dappertutto, i no sono gli avvenimenti più memorabili della vita. Dunque, ognuno legga quel “per” a modo suo, così come gli detteranno l’esperienza, le speranze, le delusioni del momento. La vera poesia va letta e riletta varie volte nel corso della vita, e ogni volta dice altre cose, e soltanto verso la fine fa capire che le cose non sono mai “altre”: siamo noi a cambiare, mentre la realtà, di cui pure facciamo parte, è immutabile (e inconoscibile).
E così, per questa poesia è praticamente impossibile una recensione. Ogni rilettura dà nuovi esiti e continua a darne fino all’ultimo inesorabile “no” che tutti quanti riceveremo, prima o poi. Certo, da qui all’eternità, la poesia può farci ripercorrere o indovinare tutte le sensazioni causate dai prodromi, dagli impatti e dalle conseguenze dei tanti “no” che la vita riserva. E anche questo è vivere.
Per esempio: l’eterno tema dell’amore non corrisposto. Dante l’ha sublimato. Petrarca ne ha fatto il tema principe della poesia lirica. Ariosto è partito di lì per sbrigliare una fantasia lussureggiante. Migliaia di altri poeti, delle più svariate levature, hanno indagato minuziosamente le forme, le cause e gli effetti dell’amore non corrisposto mirando a commuovere, a suscitare nel lettore un sentimento di com-passione, e a far scattare il meccanismo consolatorio del “mal comune, mezzo gaudio”.
Rossi Testa sceglie una strada tutta diversa. Al di là di quanto riferisce lo stesso autore sulla genesi dei suoi componimenti, è impossibile sapere se un episodio di amore non corrisposto abbia dato il via alla trasposizione del sentimento su un piano universale, e cioè se l’afflato cosmico di queste poesie nasca dall’elaborazione di un lutto. Tutto sommato, l’origine è ininfluente. Per quanto mi riguarda (per quanto riguarda la mia lettura di oggi), ho sentito i sei poemetti che compongono il libro come i movimenti di una specifica sinfonia, che illustra l’amore come la forza sottostante alle metamorfosi dell’universo. Leggere nella nota dell’autore un richiamo a “Il corno magico del fanciullo” mi ha confermato nella mia sensazione: sei poemetti come i sei movimenti della terza sinfonia di Mahler, la sinfonia-mondo che dalla roccia delle montagne e dai fiori di un prato sale fino agli angeli per finalmente sciogliersi nell’impronunciabile Amore.

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