Tra me e lui, di Elisabetta Bordieri

Venezia
Strano come si possano assemblare parole scrivendo di passione e mistero con una maestria tale da riuscire a calibrare le astrazioni della mente e poi non essere in grado di dare loro foggia e ossatura nell’esatto momento in cui dovrebbero saper carezzare la pelle appena conosciuta e incontrata. Strano come lui sia stato capace di farlo. Ma cos’è strano e cos’è normale? Io lo sapevo bene cos’era strano. Strano era sentire pesante l’odore della sua assenza e rimanere in attesa di una telefonata che non arrivava mai, era cercare di elaborare una voce mai sentita, un viso mai visto cercando di dare struttura a una fotografia statica, era nutrirsi solo della mia immaginazione e delle sue mail. Era tutto quello che non doveva essere. Non ho mai provato a spiegarglielo, poi. Avrebbe potuto capire. E non volevo capisse che a breve sentivo sarebbe diventato normale.
Ma quel primo pomeriggio d’inverno ancora non potevo sapere che la normalità, quella più truce, quella più subdola, quella che ti stritola come un boa alla gola, quella che ti ipnotizza con l’astuzia di un mago, quella che ti risucchia come un’ombra nell’abisso, che proprio quella normalità lì avrebbe finito per disintegrare ogni aspettativa, immemore che le aspettative non vanno perseguite.
Mi decisi a dare valore a quella storia cartonata, a tutti quei cristallizzati chissà come sei, che mi aveva scritto, arrivando all’appuntamento con un anticipo sconsiderato. La decisione di conoscersi venne naturale per lui, forse meno per me. Lui era mosso dalla curiosità. Io dal desiderio. La curiosità può essere una buona motivazione. Il desiderio, quello più incontrollabile, no.
L’agitazione in ogni caso aveva lasciato un piccolo posto a una severa tranquillità dettata dal fatto che ormai ero lì, in Piazza San Marco, ad aspettarlo. La superba integrità architettonica di quella piazza riusciva comunque a inquietarmi. La sontuosa fusione degli edifici allineava la mia fame di cultura, il delicato equilibrio di stili disorientava la mia conoscenza di arte. Alla fine mi sentivo primitiva e inerme, come in fondo alla fatalità del baratro. Quando sei in fondo non puoi che risalire, si dice. Ero lì per cogliere e palpare la precisa fondatezza di quella teoria.
L’orario previsto dell’appuntamento era ancora lontano. Ne avevo di tempo per eludere il fascino turistico, così tentare di inerpicarmi tra un calle e l’altro fu la soluzione migliore nell’attesa. L’attesa poi di chi. Forse era solo una follia quell’incontro, una stupida, inutile follia, ma tornare indietro sarebbe stato come cancellare la mia dignità, andare avanti sarebbe stato come fregare il destino, restare lucida e consapevole era l’unica cosa che potesse salvarmi. Venezia era una città pazzesca, sorprendente per i più, originale per molti, bizzarra per alcuni, un’ossessione per me.
«Indovina chi è?»
Due mani improvvise poggiate sul mio viso a coprire gli occhi spuntate da dietro mi fecero sussultare. Ma rimasi così senza rispondere solo poggiando le mie sulle sue. Il cuore iniziò una singolare danza sequenziando i battiti in ordine sparso. Una condivisione di mani al buio. Mi sarebbe bastata, per assurdo, quell’immobilità del tocco. Ma avevo imparato che la condivisione è una grande bufala, toglie l’aria, distrugge le sintonie, smantella le assonanze, e quella con l’assurdo è la peggiore, prima o poi ti sfinisce. Trovai la più concreta delle risposte e mi girai.
«Ma… come hai fatto?»
«A fare cosa? A trovarti in mezzo alla folla?»
«A riconoscermi, sì»
«Mail su mail, descrizioni su descrizioni, appuntamento preciso in un posto preciso, unica donna sola un po’ sperduta come in attesa di qualcuno. Tu»
Quel tu dava finalmente un senso a tutte quelle parole scritte. Non volevo perdermi nei suoi occhi, volevo piuttosto trovarmi dentro la sua voce cadenzata e tenebrosa. Sentivo di essere poesia e libertà. Ma non potevo sapere che da lì a breve sarebbero svanite, massacrate a colpi di incredulità e sconsideratezza.
«Senti, che si fa, ci muoviamo da qui, troviamo un bar e prendiamo una cosa, ti va?»
Era stato lui a parlare? Ma come un bar, a cosa ci serviva un bar? Un turbinio disordinato di presentimenti spettrali e di rovinose sensazioni tesero i miei fragili nervi. Affiorarono improvvise parole a caso delle nostre mail: mare, lido, spiaggia, sdraio, panchina, io, tu, solitudine. Avremmo incarnato tutto questo in un bar intervallando viandanti e turisti?
«Quello lì può andare bene, tanto uno vale l’altro in questa bolgia. Comunque sempre bella Venezia, vero?»
Risposi, sperando che la banalità della sua domanda fosse solo frutto della connotazione di una risonanza accessoria.
«Dipende»
«Come dipende?»
«Beh, dipende da cosa ci fai e da con chi ci stai»
«Quindi oggi possiamo dire che è bella»
La gracilità delle sue parole annebbiarono le mie intuizioni. Venezia bella? Poggiata sul mare, cullata dai suoi canali, sentivo in quel momento Venezia come un imbroglio e un intrigo, ma di sicuro non bella. Non la riconoscevo. Dov’era l’assenza di lui dei giorni scorsi e dove erano le sue parole inanellate con suoni, accenti e pause? Maledetta normalità. Stava facendo il suo imponente ingresso.
«Un caffè anche per te? Ma perché proprio qui a Venezia? Non sarai mica l’ultima romanticona rimasta? Sai che sei meglio di come ti immaginavo?»
«Davvero?»
«Dai, mica comincerai con quelle domande piatte? Davvero? Sul serio? Sicuro? Romantica e poco originale?»
«Non era una domanda piatta o poco originale. Direi retorica. Ma assolutamente pregna e sì, sono romantica e adoro Venezia»
«Mica te la sei presa, su finisci quel caffè e cerchiamo un albergo qui intorno»
Un albergo. Aveva detto proprio un albergo. Avevo sentito correttamente. Un bar e un albergo. Due vocaboli comuni, due posti efficaci per chi intende conoscersi o frequentarsi. Ma mai scritti nelle nostre mail. Mai nemmeno paventati. Noi due non dovevamo conoscerci o frequentarci. Noi dovevamo intersecare due galassie, smaterializzare le attese, soffocare le ansie. L’uragano stava perdendo potenza declassato a semplice tempesta. Ma la tempesta della normalità stava iniziando a imprimere piano le prime profonde putride piaghe.
Ci incamminammo verso un albergo nei paraggi trovato da lui al volo in internet. I miei granitici passi pesavano la complessità della distanza dei nostri pensieri.
Una camera irrequieta di un ordinario albergo ci accolse. Il perverso gioco della mia risolutezza intanto andava a tratteggiare la notte a venire.
«Sei bella, vieni, distenditi qui»
Quasi un ordine. Cosa restava ormai dei giorni precedenti? Una manciata infinita di mail oscure e infondate. E cosa ora? Solo tentativi vani, i miei, di smussare una corteccia dura, la sua. Appannai ogni pensiero e mi distesi.
Le lenzuola gelide di quel letto innevarono i miei istinti e la mia schiena. Deturpando la mia mente permisi alle sue mani chiodate di toccare i nodi del mio il corpo. Nemmeno chiudendo gli occhi riuscivo a sentire il tocco di un angelo. Non si sarebbero mai sciolte in tenerezza. La mia fantasia intabarrata di forme e colori si stava normalizzando. Avrei potuto parlargli, avrei potuto spiegargli, avrei potuto fermarlo. E forse sarei riuscita a fermare la caduta libera della stranezza, avrei tentato almeno di bloccare l’impeto della normalità. Ma non lo feci. Lui ormai era fuori dai miei stravolgimenti. Proprio lui che aveva posseduto tutti i miei stravolgimenti! Non mi restava altro da fare che accondiscendere quella notte, quella città, quel confronto. La mia carne si inumidì di vuoto, il mio sangue si rapprese, accompagnai ogni suo gemito e ogni suo bacio, lo sfiorai con aspra delicatezza, giocai ogni carta di estrema seduzione. I nostri corpi sembravano ondeggiare con armonia e destrezza. Bocche assetate e mani esperte saggiavano ogni lamina di pelle. Camuffai la passione con l’inganno con geniale sagacia, fino a che, esausto, si addormentò. Io non feci altro che ricongiungere il suo sonno all’eternità. Con mani esperte e rapide percorsi vie di sotterfugi illegali tessendo le fila di un piano diabolico ma sicuro. Non ci volle poi tanto, sapevo come e cosa fare per porre fine a ogni intralcio. Nessuna sofferenza. Né per lui. Né per me.
E la notte fu finalmente piena.
Il tempo di rivestirmi velocemente e giù via di corsa per le scale a saldare la mia vita.
«Signora, dove va? Il signore è ancora su?»
Quasi raggelai dimenticando di trovarmi in un albergo e non in casa mia. Con audace calma risposi con semplicità.
«Certo, penserà lui a pagare il conto domani mattina, io devo andare, arrivederci»
Sì, arrivederci Venezia. Peccato che non ci sarebbe stato nessun domani mattina per lui. In qualche modo è stata anche colpa di questa città se è finita così. Se la sua laguna fosse stata più acerba e più indulgente forse sarebbe andata diversamente. Forse ora non ci sarebbe nessuno disteso in quel letto. La maturità e l’intolleranza invece sono spesso foriere di azioni perfide pronte a sommergere ogni traccia di reato. E, volontariamente o no, Venezia ha sommerso e protetto il mio. Nemmeno io volevo finisse così. Cercavo solo un po’ di cura e di attenzione, e ho trovato un bar e un albergo. Lui voleva solo l’inizio e ha trovato la fine. Gli ho dato più di una possibilità, non ne ha colta una. Insieme a Venezia apparteneva ormai al passato. Io ero il mio presente e il mio domani. Dovevo averne cura. Ero in fuga sì, ma non mi avrebbero trovato facilmente. Strano come sentivo ancora pesante l’odore della sua assenza, strano ancora cercare di elaborare una sua telefonata, una sua fotografia, la sua voce, il suo viso. Strano adesso che non serviva più. Forse ora, a spiegarglielo, avrebbe capito. Sì, avrebbe sicuramente capito l’assottigliamento vertiginoso tra strano e normale. Tra bene e male. Tra me e lui.

20 pensieri su “Tra me e lui, di Elisabetta Bordieri

  1. Sei una narratrice capace di plasmare gli oggetti che evochi. La tua è quella che definirei una perfetta fusione di narrazione e significato, mediate da scelte lessicali raffinate ma mai fatte “per stupire”. Al contrario, calibratissime e funzionali allo scopo. Chapeau.

    Mi piace

  2. Mamma mia…che vicenda. Quasi quasi te cancello. Ma forse no, non ti cancello. Tanto ormai dopo sette(7) anni di conoscenza in rete non dovrei correre rischi…starò attento!
    Bello ed avvincente. Brava!
    Bacio(innocente, non si sa mai)

    Mi piace

  3. Ho letto tutto d’un fiato. Il racconto mi lascia l’amaro in bocca. Vedo l’attualità del nostro tempo, un incontro a distanza che si concretizza, un’emozione non condivisa, un’immaginazione positiva annientata dalla triste realtà. Mi è piaciuto moltissimo lo stile delle descrizioni, la scelte delle parole, i ritmi che permettono di calarsi nella vicenda , di veder scorrere le immagini. La storia mi dà un’immensa tristezza… Lo dico in senso positivo, perché secondo me un’opera, sia essa figurativa, o narrativa, deve trasmettere un’emozione, e questo racconto sicuramente mi trasmette una forte emozione.

    Mi piace

  4. Come sempre, le tue narrazioni sono delle novità, anche nelle parole usate.
    Bene, Brava e grazie per la piacevole lettura.
    Ciaoooooooooooooooo – Corrado

    Mi piace

  5. Condivido il pensiero di Mauro, rimane l’amaro in bocca. La rabbia per la distanza tra qualcosa di alto e nobile e qualcosa di squallido e sordido. Ancora una volta sei riuscita a trascinarmi nel vortice della lettura, con il bisogno di arrivare in fondo per capire quanto può essere stupido un uomo.
    Non smettere Eli, non smettere di regalarci queste emozioni!

    Mi piace

Lascia un commento

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...