Manzoni e la misericordia

Innominato
Nell’anno santo dedicato alla Misericordia

di Augusto Benemeglio

1. Chi legge Manzoni?

Questo è il mio terzo “recital” sulla figura di Alessandro Manzoni e riguarda, non a caso, il tema centrale del romanzo , quello della Misericordia, che è il tema dedicato all’anno santo che stiamo vivendo. Ma nel far rivivere i personaggi cardini dei promessi sposi , Lucia, l’Innominato e il cardinale Borromeo , ho pensato anche ai versi di altri poeti atei , o di confessioni religiose diverse , come Caproni, Rumi, Gandhi, Meideros e Max Ehermann, o alle parole dello stesso Papa Francesco, grande estimatore del Manzoni, che garantiscono quell’ ecumenismo necessario per raggiungere una vera pace. Ma oggi chi legge ancora Manzoni , studenti a parte? L’abbiamo chiesto a Giorgio De Rienzo, autore di un libro sull’eroina manzoniana, “Lucia Mondella”. “Mah! , io non sarei così pessimista. Credo che molti della nostra generazione continuino a leggere Manzoni .Ma ,se mi consente, la domanda dovrebbe essere riformulata: bisogna chiedersi quanti buoni lettori abbia avuto un romanzo come quello di Manzoni che è tra le più ardue, complesse e sottili opere che la letteratura abbia mai prodotto. Diceva Papini che Manzoni avrebbe potuto essere un gran filosofo, un grande economista, un grande storico, un gran filologo, un gran giurista, un gran teologo, e non soltanto un grande poeta e un grande narratore. Ma è più giusto dire che lui è stato tutte queste cose , e che queste scienze – da lui trattate anche separatamente come ne La storia della colonna infame, Le osservazioni sulla morale cattolica, La rivoluzione francese del 1789, e La rivoluzione italiana del 1859, convergono e si fondono nei Promessi Sposi. Un romanzo che assume la trasparenza e la purezza di un cristallo dentro il quale ci sono tutte le luci, i colori e i riverberi della storia e del cuore umano. I promessi sposi sono un disperato ritratto della condizione umana , in cui da sempre esistono i sopraffattori e i sopraffatti, i deboli e i forti, i ricchi e poveri che chiedono giustizia. Ma -come dirà lo stesso Manzoni -, la storia delle vittime è di per sé la storia di Dio. Al centro di tutto campeggia la Provvidenza, dunque la Grazia, la Fede, ovvero la misericordia di Dio.

2. L’Innominato e il rinnovamento

Ed ecco che ci appare l’Innominato che va nella stamberga dove è rinchiusa Lucia . E’ un uomo in crisi di coscienza, “si trova ingolfato nell’esame di tutta la sua vita”, è un uomo disperato con la tentazione del suicidio… sta per spararsi, ma “lo sfiorò il pensiero di Dio. Se quell’altra vita di cui m’hanno parlato quand’ero ragazzo, di cui parlano sempre, come se fosse cosa sicura; se quella vita non c’è, se è un’invenzione de’ preti; che fo io? perché morire? cos’importa quello che ho fatto? cos’importa? è una pazzia la mia….E se c’è quest’altra vita?” E’ di fronte a Lucia , che gli dice: “Perché, mi fa patire le pene dell’inferno? Cosa le ho fatto io?…Perché son qui? Dove sono? Sono una povera creatura: cosa le ho fatto? In nome di Dio… mi usi misericordia? Dio perdona tante cose, per un’opera di misericordia!”
“E riecco ‘sto Dio, sempre Dio! Coloro che non possono difendersi da sé, che non hanno la forza, sempre han questo Dio da mettere in campo, come se gli avessero parlato”.
Ho ripensato tante volte a questo meraviglioso libro del Manzoni, a Lucia, all’Innominato, al cardinale Borromeo, – dirà papa Francesco . Conservo intatto il sogno di una chiesa missionaria intenta non ad autoconservarsi, ma a rinnovarsi” . Tuttavia capisco anche che c’è tanta paura da parte nostra , anzi di più, c’è terrore di un cambiamento repentino delle nostre abitudini , del nostro faticato e conquistato piccolo benessere .: “Lentamente muore/ chi diventa schiavo dell’abitudine,/ Lentamente muore/ chi non viaggia, /chi non legge, /chi non ascolta musica, / chi non trova grazia in se stesso. /Muore lentamente chi distrugge l’amor proprio,/ Lentamente muore chi preferisce il nero su bianco/ e i puntini sulle “i”/ piuttosto che un insieme di emozioni, / proprio quelle che fanno brillare gli occhi, quelle che fanno di uno sbadiglio un sorriso/, quelle che fanno battere il cuore/ davanti all’errore dei sentimenti. /Muore lentamente chi non rischia la certezza per l’incertezza/ per inseguire un sogno.

3. Lucia e la fede

Il bisogno di Dio – dice Caproni – non è mio , è dell’umanità, è soprattutto il bisogno di un poco di giustizia, di un poco di luce, di un poco di anima in tanta massa condizionata dai potenti mezzi di diffusione ( e di educazione alla rovescia) oggi esistenti, dove le parole sono “stracci” o “frecce di sole”, dove per risolvere la questione della vita basta “il sesso e la partita.
Chi è Lucia Mondella? Beh, uno pensa che doveva essere una bella “baggiana”, ossia una contadina prosperosa , tale da dover suscitare i capricci, le voglie del signorotto locale, anche se Manzoni parla più di com’era vestita , coi lunghi spilli d’argento, la collana di pietre rosse, la gonnella di seta grezza, le calze vermiglie e le pianelle a ricami , accennando appena ai suoi lunghi neri sopraccigli e a una modesta genuina bellezza, sottolineandone le virtù morali che inducono però – diciamolo , professore – alla noia, al grigio informe di donna tutta casa e chiesa. In realtà ,- dice il prof. De Rienzo – Lucia è tutt’altra cosa. Ha un carattere forte, ha delle certezze incrollabili, è supportata da una fede che la porta ad abbandonarsi totalmente alla Provvidenza come un bambino nella braccia della madre. Lucia è il personaggio centrale, la pietra angolare di tutta l’impalcatura del romanzo .Manzoni affida a lei la rifinitura morale di tutta la storia, e, con essa, anche la chiave della propria poetica; Lucia è il perno ideologico; è portatrice di grazia, è la voce di Dio stesso che redime uno come l’Innominato, che ,- ricordiamolo – è un personaggio storico, realmente esistito, non inventato da Manzoni. Parliamo di Francesco Bernardino Visconti, che era uno dei feudatari contro il quale l’allora Governatore di Milano emise una “grida” indicandolo come capo di una folta schiera di delinquenti e condannandolo quindi all’esilio insieme al suo seguito di bravi. Il Visconti era noto alle cronache come il “conte del sagrato” per la sua usanza di fare uccidere sul sagrato delle chiese, -nei giorni festivi, – coloro che non ubbidivano alle sue intimidazioni.

4. Il Vangelo è come una ferita

Anche oggi c’è tanto di innominabile in questo mondo: guerre, terrorismo, nichilismo, disprezzo, abbandono, indifferenza, negazione dell’infanzia, scarto della vecchiaia, rifiuto dei poveri, del dialogo, della solidarietà, della compassione. Ma è l’ora di uscire, -dice papa Francesco, – è il Vangelo che ci spinge, il Vangelo è come una ferita, – disse una volta il mio amico prete, Fabrizio Centofanti, “se non fa male non è quello giusto”. Di fronte al tragico agitarsi degli Innominabili di questo nostro tempo , e di ogni tempo, si staglia continuamente l’immagine di Lucia, ombra evocata nelle anguste pareti del silenzio: “Dio perdona tante cose, per un’opera di misericordia. E’ un invito, una proposta da accogliere, per ritrovare una speranza, anche quando tutto sembra impossibile. Bisogna avere una pazienza ardente e mettersi all’ascolto della voce di Dio che ci chiama incessantemente. Siamo noi che non l’udiamo. Quell’ardente pazienza che ebbe il Manzoni – dice De Rienzo – nel tessere magistralmente la tela della tormentata religiosità del suo romanzo. Non si accontenta che uno scellerato che ammazzava le sue vittime , di domenica, sul sagrato delle chiese, diventi “buono” liberando l’infelice Lucia: no, lui vuole di più, lo vuole credente, pronto ad accettare la “scommessa” di pascaliana memoria , e lo fa divenire tale tra le braccia di un Principe della Chiesa, il Cardinale Borromeo . E’ la voce della misericordia , ed è un prodigio che ti trasforma , che ti trascina, che fa cambiare tutto , dà una svolta alla tua vita e ad una storia che sembrava incanalata in una direzione scontata, indifferente al bene o complice del male. «La storia è piena di sorprese», diceva Papa Giovanni Paolo II. E questo Manzoni lo sapeva , sì, dobbiamo dirlo : Manzoni è veramente grande, grandissimo, in questo sofferto e sublime passaggio del romanzo.

5. L’antimanzoniano

Sì. Ma raffreddiamoli un po’, questi entusiasmi, dice il prof. Gianfrancesco Pallotta. Faccio una semplice riflessione. Penso che per scrivere e riscrivere questo romanzo, in cui nessuna donna – tranne una monaca – sembra possedere il sesso, Don Lisander ha impiegato vent’anni!… dico vent’anni! Per scrivere e riscrivere questo romanzo in cui Don Rodrigo, signorotto di paese, invece di andare a far bisboccia con gli amici, si riunisce a parlare di regole di cavalleria con i notabili del paese , e quando un vecchio frate lo fa incavolare di brutto si sfoga in un casino, Don Lisander – mi dicono – ha saccheggiato il povero Ripamonti e tutti gli storici milanesi… Bisogna essere molto ricchi per fare una cosa del genere, bisogna avere molto tempo in cui trastullarsi, credete a me…Tra l’altro mi risulta che quando lo editò a suo spese ci rimise quasi l’intero patrimonio… Sì, però, direte voi, sacrestani di Manzoni, ha avuto la gloria, sì, però, ha trionfato, per la gioia dei buoni cristiani e dei buoni romantici… E allora? Allora evviva , evviva Lucia e l’Innominato, evviva il Cardinale e Don Abbondio, che è l’autoritratto sputato di Don Lisander!

Beh, questo suo ritratto, mi sembra molto superficiale e rancoroso, – replica De Rienzo – Io ho riscoperto la grandezza di Alessandro Manzoni proprio grazie a Papa Francesco , che spesso cita a memoria interi brani di questo romanzo. Ripeto, mi è venuta la voglia (o la necessità?) di ri-sentire le voci di personaggi come Lucia , colei che pulisce dalle impurità, con la sua funzione catartica ; che incarna la Provvidenza, che parla con la voce di Dio e dà chiara dimostrazione di come la Grazia Divina dia a tutti la possibilità di riscattarsi. Ne ho parlato ai miei studenti , ma ho parlato loro anche del papa che twitta , che scrive lettere ai giornali per tutti , “anche per chi non ha fede” . E dice che la misericordia di Dio non ha limiti se ci si rivolge a lui con cuore sincero e contrito: “Prendi un sorriso e regalalo a chi non l’ha mai avuto. / se scopri un’altra sorgente, / fai bagnare chi vive nel fango./ Prendi un raggio di luce e fallo volare là dove regna la notte./ Prendi il coraggio e mettilo nelle mani di chi non sa lottare. /Scopri l’amore e fallo conoscere al mondo”.

6. Il tormento del dubbio

Chissà , forse mentre scriveva quelle pagine immortali , Manzoni ricordò il giorno della sua conversione , quel 2 aprile 1810, a Parigi, in cui si festeggiava il matrimonio di Napoleone con Maria Luisa d’Austria. Ricordò la gran folla, lo scoppio dei mortaretti , i feriti, i morti, la folla che si disperse, e lui che non vede più Enrichetta vicino a sé. Ha un senso di vertigine, viene meno, entra nella chiesa di San Rocco. S’inginocchia. E prega. Per la prima volta nella sua vita prega Dio affinché gli faccia ritrovare Enrichetta. E’ in uno stato d’animo terribile, smarrito, perduto, per un attimo pensò di morire. D’un tratto le sue colpe gli erano sembrate immense; era stato cinico, fatuo, indifferente al prossimo e crudele; in quell’attimo si specchiò in se stesso e si vide orribile ; in Dio fino ad allora non aveva mai creduto. “Ma Dio ebbe misericordia di me”, queste furono le uniche parole che disse a tutti coloro che gli chiesero di raccontare i particolari della sua conversione. E non aggiunse mai altro. E tuttavia per tutta la vita si sentì oppresso dai rimorsi, la sua fede non gli sembrò mai abbastanza forte, né abbastanza limpida, né abbastanza sicura. Visse con quel carico di dubbi e travagli segreti , come l’ultimo dei peccatori ed anche in punto di morte si chiedeva: “Il Perdonatore mi avrà perdonato?”
Aveva scritto le più belle pagine della storia della letteratura come un vero monumento alla morale cattolica e alla religione cristiana, il trionfo della Provvidenza , sempre con l’anelito di ritrovare -faccia a faccia- il pietoso Dio dei Vangeli , convinto che l’essenza del cristianesimo sta nell’andare a Dio attraverso l’umanità del Cristo. Ed ecco il suo ultimo messaggio.: “Sapete perché ho detto che la storia delle vittime è la storia di Dio? Ma perché ogni qual volta un innocente è chiamato a soffrire, egli recita la Passione. Che dico, recitare? Egli è la passione, nel senso che è Egli stesso a crocifiggersi con lui. Potrà parervi disperato questo dio disarmato. E invece che cosa c’è , riflettendoci bene, di più consolante che questa solidarietà non di forza e giustizia, ma di compassione e d’amore? E in verità è questo, semplicemente questo: la croce di Dio ha voluto essere il dolore di ciascuno; e il dolore di ciascuno è la croce di Dio.

Roma, 25 gennaio 2016

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3 pensieri su “Manzoni e la misericordia

  1. Manzoni è stato l’unico vero grandissimo romanziere di un’Italia che non ha mai avuto veri narratori, se escludiamo i veristi; i grandi narratori italiani sono stati i… poeti, dall’immenso Dante a Ariosto, Tasso, Leopardi, etc.
    E fu una scoperta, una sorta di epifania per lui stesso, il fatto di iniziare un’impresa per la quale non pensava assolutamente di essere portato, diventare un romanziere , scrivere un romanzo, tant’è che confessa all’amico Pietro Grossi di sentirsi debole di ingegno e impreparato per tale impresa. E non è una finzione, la sua, una falsa modestia. Fino a quel momento ( siamo nel 1827 e ha quarantadue anni), Manzoni è già molto noto come poeta, storico, teologo, drammaturgo, quando s’imbatte ne “Le storie milanesi” e la cronaca della peste del 1630 di Giuseppe Ripamonti nonché le opere economiche-politiche di Melchiorre Gioia . ” E fu la grida che il dottor Azzeccagarbugli fa vedere a Renzo…quello che mi spinse a inventare il fatto dei Promessi Sposi”, dirà più tardi al figliastro Stefano Stampa, l’unico famigliare con cui scambiava qualche idea.
    In realtà qui vale un po’ ciò che è accaduto a Petrarca, che conservava e teneva quasi di nascosto il suo Canzoniere in volgare, per suo piacere, convinto che la gloria gli sarebbe venuta dalle sue grandi opere in latino. Anche Manzoni comincia quasi per un suo diletto ( e sotto questo aspetto rimase “dilettante” per tutta la sua vita, non solo non guadagnando nulla dalle sue opere, ma rimettendoci di tasca) a scrivere questo romanzo, secondo la sua concezione, che è quella del GENIO; nel romanzo c’erano sì i personaggi umili , come protagonisti, ma dentro, c’era un po’ tutto lo scibile, storia, economia, politica, scienza (vds. don Ferrante che rimanda al Dialogo di Galileo), e naturalmente – quella che più gli premeva – la morale cristiano-evangelica dentro il cattolicesimo. Ci sono dentro i Salmi, san Paolo, sant’Agostino, gli oratori sacri, che usarono tutte le arti dell’eloquenza per celebrare l’ignota e paradossale verità del Signore. Scrive Citati: “”Come un’onniavvolgente tela di ragno , paziente, insinuante, penetrante, malleabile, adattabile ad ogni cosa, l’intelligenza di Manzoni raccoglie tutti i motivi , le condizioni, le ipotesi, le possibilità parallele, le relazioni eventuali di un fatto, e le cause affacciate da altri, che si affacciano nel ragionamento per venire confutate o per offrire uno sfondo o una penombra, ,,,tenta ogni meandro e ogni modulazione, insinua n inciso dentro un inciso, un inserto dentro un inserto, si circonda di cautele, gira intorno al proprio tema, insiste, allontana indefinatamente la conclusione, come se la parola ultima dovesse restare oltre i confini del libro”” Ma allo stesso tempo , Manzoni riesce ad essere supremamente ironico, come nessun altro scrittore sarebbe mai potuto essere ( forse Gadda un po’ gli si avvicina). Ironia che fa sì che il caso trasformi in eroi degli idioti sanguinari come Bruto, e dei goffi contadini come Renzo in pericolosi rivoluzionari.
    Per questi motivi, uno come Gioachino Belli, che se ne intendeva di ironia , esclama: “Cavata da tutte le parti una sostanza e da questa un’idea io dico in proporzione: questo è il PRIMO LIBRO DEL MONDO.
    A differenza di Petrarca, questo romanzo , che Manzoni scrisse e riscrisse mille volte, con tutto l’amore , la passione e la gioia che gli procurava andare nel suo studio e scrivere scrivere fino a nove ore di seguito, come i forzati della penna, tipo Balzac e Dostoevskij, con i quali non aveva nulla in comune, ebbe – per quei tempi – un successo strepitoso , che superò ogni sua speranza. Ma al di là della sorpresa e soddisfazione iniziale, la fama e la gloria non è che gli importassero troppo, anzi gli procuravano parecchi fastidi, perché lui era un uomo solitario e molto timido.

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