IL TERZO SGUARDO N.51: Stefano Mazzei, “La piaga. Apologia del bimbominkia”

Stefano Mazzei, La piaga. Apologia del bimbominkiaStefano Mazzei, La piaga. Apologia del bimbominkia, Firenze, Edizioni Press & Archeos, 2015

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di Giuseppe Panella*

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Che cos’è esattamente, psicologicamente e umanamente, quello che nel linguaggio corrente dei social network e anche della pubblicistica politico-giornalistica, un bimbominkia – rigorosamente con la k ? E’ un addetto (un addict – si direbbe in inglese) sistematico e frenetico, appassionato e ossessivo alla frequentazione dei mezzi di comunicazione sociali di massa. Un termine giapponese, otaku, lo designerebbe forse meglio se non fosse che i fanatici indicati con questa parola più che altro si interessano a manga, anime e altri prodotti di genere letterario-fumettistico. Né d’altronde il bimbominkia è un troll “tradizionale” e il suo interesse non è tanto quello di dare disturbo o creare sconcerto tra gli utenti dei social cui partecipa ma di invadere il campo dello schermo in maniera massiccia e opprimente. Il personaggio indicato nel titolo, comunque, è solo un ballon d’essai, uno strumento di comprensione, un punto di riferimento, un simbolo della nostra epoca disperata e apparentemente confortante. Quello di Stefano Mazzei è un tentativo di dare senso, di arrivare a una comprensione (sia pure parziale) di un fenomeno che è parte fondamentale e decisiva della psicologia contemporanea e del modo in cui si configura continuamente sugli schermi dei computer di ogni parte del mondo:

«C’è un senso che si apre, nell’intenzione di cogliere alcuni aspetti della vicenda, e che non vuole fornire alcun indirizzo particolare al lettore, soverchiandolo. Per questo nessuna spiegazione è data, nessuna sottolineatura è promossa quanto meno nella mia intenzione. In tal circostanza, lo stile dello scritto che segue sta nel saggio: in un “con” il cui punto di partenza sia il mondo, nelle sue eventuali con-vergenze che possono arrivare da ogni dove, variare ed esser rilanciate. Il “con” non sta in qualcosa che si possa dirigere, inquadrare, stabilire ed averlo come obiettivo dato, da conseguire a tutti i costi e spesso già preimpostato, così come spesso avviene nella prassi psico-sociale e nella compilazione dei manuali del “buon vivere” psicologicamente sani! Il “con”, per dirla con Nancy, è l’indirizzo stesso: un desiderio che è fra le pagine e non nelle pagine, in quel che s’intesse nel disegno di quel sentiero, non in una parola e fra le parole, senza mai poterlo chiamare, nominare definitivamente» (p. 9).

Non si tratta, quindi, di spiegare ma di provare a capire. L’avec di Jean-Luc Nancy potrà essere un buon viatico per approfondire l’analisi. Comprendere le motivazioni del bimbominkia significa immergersi nel magma psicologico di una generazione e tentare di estrarne le ragioni comportamentali. Al processo (indiziario e immaginario) cui questa figura collettiva e individuale insieme viene sottoposta nel libro, segue un esame dettagliato delle sue modalità d’uso.

A chi gli richiede di giustificare la sua esistenza, il bimbominkia non ha difficoltà a giustificare la sua ossessiva presenza attraverso lo schermo:

«Vivo in un mondo mio, lo so, lo contemplo e per quanto sembri così dinamico ho capito d’essere così macchinoso. Sono vissuto a contatto di questa grossa bugia, sulla vita, sull’amore. Ci sguazzavo felice come pochi! Uno spasso, lo confesso! … per sentirmi vuoto ed inutile al primo momento di passione. […] M’hanno dato l’immagine-segno che era verità e mi piacque un monte! Le immagini-segno sono fra i miei segni preferiti! Mi proteggono dalle immagini-corpo… sono segni ingestibili! Quando uscii la prima volta era un po’ come vivere realmente dentro uno schermo troppo grande. Non c’era più possibilità di automizzare ciò che vedevo ed un mio movimento subiva troppe interferenze, agli angoli, se sostavo, se mi sentivo vuoto… troppi passanti, ai giardini, pochissime immagini-cose validate con cui poter riempire macchinosamente la mia tossica voglia di segni» (p. 38).

Il bimbominkia vive dello schermo e delle immagini-cose che su di esso vengono proiettate.

Il suo mondo non esiste se nelle proiezioni che vengono prodotte dall’immenso apparato di cose (il mondo infinito delle cose – così lo definisce Mazzei) che gli viene proposto nel mondo della rete.

Da questo mondo senza senso, il BM vuole uscire quando si accorge della sua angustia – la sua apparente ampiezza è fittizio perché composta sempre dall’eterno ritorno dell’uguale della merce.

Così la ripetizione di ciò che si sussegue sullo schermo del pc e la continua risposta ad esso creano una sorta di loop che intrappola il soggetto all’interno del suo stadio dello specchio senza permetterne la possibilità di individuazione che esso presupporrebbe.

Il BM vuole uscire dal tunnel in cui si è malamente cacciato e cerca di emergere alla luce del giorno del reale:

«Sento di dover conquistare pratica e dialettica in un incontro che non sia solo la sua immagine, mostra e presentazione. Senza l’incontro che accade ed in cui riconoscersi e riconoscere, io sono solo come tutti voi! … e vince, così amaramente, l’unica regola che è il bisogno di per sé e che tiene e mantiene il mondo infinito delle cose: separare ed incollare! Ma che scarsezza di pensiero sul movimento della vita, sull’idea di destino, sugli arranchi e i desideri! E le nostre coscienze, fisse di fronte a un mondo piatto su schermo, sono diventasti segni dello specchio. Quali porte d’uscita reali in un edificio illusorio? Le immagini di tali cose cancellano la personale possibilità di dire ciò che è vero e ciò che è falso! … di prendere una posizione, di compiere una scelta, di assumersi una responsabilità. La mia reazione a queste sorti sono state delle vere e proprie manovre magiche, false e illusorie! Un continuo e glaciale bisogno d’imitazione» (p. 59).

L’incontro, naturalmente impegnativo e complesso, è quello con il proprio inconscio a cui affidare la lettera della propria decrittazione. Il caso del BM è esemplare di una colonizzazione della coscienza cui solo l’elaborazione dal profondo può dare la consapevolezza del passaggio all’atto, della sua realizzazione come visione di una possibilità altra rispetto a quella del presente.

Si tratta di abbandonare l’infinito mondo delle cose per concedersi, invece, al mondo degli oggetti (scrive Mazzei citando intensamente un troppo facilmente dimenticato saggio di Jean Baudrillard) e trarre da esso ciò che rappresentano e che comunicano ai soggetti che li utilizzano e non ne vengono

utilizzati. Si tratta di porre al centro dell’attenzione e della cura rispetto alle cose la possibilità di entrare in con-tatto con il mondo in modo tale di fare di esse qualcosa che vada al di là del loro puro essere-segni. Restituire spessore alle cose (farne degli oggetti) è il compito della psicoanalisi attraverso il recupero del soggetto dalla sua conclamata mercificazione.

In effetti, si tratta di nominarli (o rinominarli) per farli essere di nuovo. Come scrive Federico Fabbri nella sua bella postfazione al libro del collega Mazzei:

«Il dire sull’Inconscio, che “nomina” rappresentazioni, immagini, parole male-dette, scivolamenti, frammenti, è invito a questo a farsi vicino e, al tempo stesso, lontano: r-esistenza nel segno dell’erranza affinché Inconscio si dia. L’inconscio può dunque chiamarci dentro la parola attraverso sogni, sintomi, lapsus, atti mancati purché non si voglia com-prenderlo; in quanto sapere che non si sa, con le sue formazioni ci tocca nella nuda verità della nuda vita» (F. Fabbri, “Malgrado tutto, la psicoanalisi”, postfazione a S. Mazzei, La piaga. Apologia del bimbominkia cit. , p. 104).

Nel suo toccare i bordi dell’essere, la psicoanalisi ha il compito di ritornare a parlare delle questioni di frontiera del Soggetto e di rimetterlo al centro del dibattito sulla sua esistenza oggi come problema fondamentale del rapporto dell’ Io con il mondo.

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*Il primo sguardo da gettare sul mondo è quello della poesia che coglie i particolari per definire il tutto o individua il tutto per comprenderne i particolari; il secondo sguardo è quello della scrittura in prosa (romanzi, saggi, racconti o diari non importa poi troppo purché avvolgano di parole la vita e la spieghino con dolcezza e dolore); il terzo sguardo, allora, sarà quello delle arti – la pittura e la scultura nella loro accezione tradizionale (ma non solo) così come (e soprattutto) il teatro e il cinema come forme espressive di una rappresentazione della realtà che conceda spazio alle sensazioni oltre che alle emozioni. Quindi: libri sull’arte e sulle arti in relazione alla tradizione critica e all’apprendistato che comportano, esperienze e analisi di oggetti artistici che comportano un modo “terzo” di vedere il mondo … (G.P.)

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