Un nome scritto a matita

Montefeltro
di Barbara Pesaresi

Il volto riflesso nel vetro del finestrino si sovrapponeva in trasparenza alla fuggevole litania di sonnolenti paesini costieri.
A tratti, a rompere quella monotonia, dal fondo di un viale o da uno squarcio tra case addossate le une alle altre, baluginava il grigioblu del mare.
– Perché proprio adesso? – era sbottata Ada il giorno prima, l’espressione in bilico tra stizza e stupore, allargando le braccia nel tipico atteggiamento che assumeva quando qualcuno della sua famiglia, bypassando la sua preziosa consulenza, la metteva davanti al fatto compiuto.
Bella domanda, pensò Matilde. E se avesse chiesto il perché all’uomo che le sedeva di fronte, immerso nel suo smartphone? Magari ne sapeva più di lei.
– Perché perché perché adesso dopo prima – aveva cantilenato Matilde, incassando la testa tra le spalle e sprofondando le mani nelle ampie tasche sformate del giaccone di panno scozzese. Se avesse potuto ci si sarebbe infilata tutta intera.
Ada la rimproverava spesso di prendere decisioni affrettate, poco ponderate. In realtà a determinarle era l’insondabile combustione che avveniva nella feconda oscurità dei suoi visceri, e della quale, a volte, le sembrava persino di percepirne il calore.
Stavano camminando per il viottolo di ciottoli che, serpeggiando tra le poche case, conduceva alla sommità del borgo.
– E non capisco come riesci a vivere quassù, io faccio persino fatica a respirare.
Matilde era scoppiata a ridere.
– Ti informo che ci troviamo soltanto a quattrocento metri sul livello del mare, pertanto più che sul tetto del mondo siamo al piano rialzato.
Giunte sul sagrato dell’abbazia romanica che sorgeva in cima alla rupe, un edificio modesto e compatto risalente all’undicesimo secolo e di origine benedettina, le due donne si fermarono.
Ada aveva il fiato corto, come se invece di camminare avesse arrancato dietro ad un’ombra che, dispettosamente, le sfuggiva ogni qualvolta era sul punto di afferrarla e scoprirne l’identità.
Una massiccia torre campanaria, svettante sullo strapiombo, sorgeva sul fianco destro della chiesa. Come un faro scrutava il sottostante mare verde cupo, dove qua e là affioravano spelacchiate rocce tondeggianti.
La vecchia Norina, che a ottantaquattro anni stava ancora dietro al banco del piccolo forno di famiglia a vendere pane e biscotti, le aveva confidato che quelle rocce erano crani di giganti che anticamente vivevano nel sottosuolo.
Un giorno, alcuni di loro, sopraffatti dal desiderio di vedere le bellissime fate del bosco, si affacciarono timidamente alla superficie per sbirciarle.
Incantati da tanta bellezza si dimenticarono del tempo e la vegetazione, stagione dopo stagione, crebbe attorno alle loro teste intrappolandole nella boscaglia.
Matilde saliva spesso all’abbazia, la cui facciata, volta a oriente, sembrava disegnata da un bambino. Lassù i pensieri erano soffi. Nelle giornate limpide, dal sagrato, dando le spalle alle vecchie mura di pietra concia, lo sguardo si dilatava su di un panorama che abbracciava, da destra verso sinistra, il Montefeltro, Carpegna, la pianura e la costa adriatica.
A chi le chiedeva come ci fosse finita in quel borgo di quattro case, che se ci fossero stati i pastori sarebbe sembrato un presepe, Matilde rispondeva scherzosamente che c’era finita per sbaglio. E in parte era la verità.
La imbarazzava parlare di sé, era come doversi schiacciare i foruncoli in pubblico.
La morte della madre e la fine della storia con Andrea si erano succedute a distanza di pochi mesi. E allo stesso modo di una macchia di umidità che mani di vernice riescono a nascondere per un po’ ma che, prima o poi, fatalmente torna in superficie, così era riaffiorata a tradimento quella sensazione di estraneità che l’aveva tormentata durante l’infanzia e l’adolescenza.
Senza pensarci due volte, si era licenziata dalla clinica presso la quale lavorava come infermiera e aveva lasciato Bologna.
Era tornata sulla costa, nella città in cui aveva trascorso i suoi primi quindici anni di vita e dove Ada viveva tuttora, sperando di rintracciarvi qualche briciola di familiarità. Ma lo scirocco doveva aver spazzato via tutte le briciole. Non conosceva più nessuno e la città si era rivelata diversa da come se la ricordava. Ben presto, Matilde, era stata costretta a riconoscere che anche lì non sarebbe riuscita a vivere.
Qualche settimana dopo, di ritorno da un colloquio di lavoro, svoltosi presso una residenza protetta per anziani situata sulle colline dell’entroterra, Matilde, causa il suo scarso senso dell’orientamento, aveva sbagliato strada e invece di scendere era salita.
Fatto sta, che si era trovata come d’incanto dentro quel borgo, appollaiato su di uno sperone di roccia incistato al centro della vallata come un monolite. E inaspettatamente in quel traballante paesino, da lontano pareva in bilico su di un sasso, si era sentita a casa.
Matilde aveva promesso a se stessa che se il colloquio di lavoro avesse avuto un esito positivo ci si sarebbe trasferita. Così era stato ed erano passati ormai due anni.

Quella mattina, Matilde, mentre in macchina si allacciava la cintura di sicurezza, era stata sorpresa da una frustrante sensazione di inadeguatezza.
Concentrarsi sulla guida e al tempo stesso cercare il bandolo nel viluppo di sentimenti sconosciuti che l’avvolgeva come una camicia di forza, era troppo per lei. Ada sarebbe riuscita a tenere tutto sotto controllo, lei no.
Così aveva deciso di prendere il treno e si era diretta in città.
Se l’amica fosse stata a conoscenza del cambio di programma, si sarebbe fatta trovare in stazione per elargirle ulteriori buoni consigli.
Impetuosamente generosa, a volte si spingeva al di là delle pur meritevoli intenzioni e la sua generosità finiva per somigliare alla supponenza. Nonostante questo, Matilde le riconosceva affidabilità e disponibilità, e sapeva che se si fosse trovata in difficoltà avrebbe potuto contare su di lei.
Ada non affrontava i problemi, li abbatteva. La sua robusta personalità si rispecchiava adeguatamente nella sua altrettanto robusta fisicità. Alta e squadrata come una carta da gioco, la si poteva definire maestosa. Maestosa come la regina di spade dei tarocchi: sono e mi basto.
Loro due erano state amiche del cuore per tutti gli anni delle elementari e delle medie. In seguito Matilde e la madre si erano trasferite a Bologna, e nonostante le promesse e i giuramenti di tenersi sempre in contatto, col tempo le lettere di Matilde si erano trasformate in cartoline, le cartoline in biglietti di auguri a Natale e a Pasqua, dopodiché l’amicizia era diventata un ricordo da chiudere in un cassetto.
Matilde lavorava nella residenza per anziani da pochi giorni quando aveva incontrato Ada, in visita a uno zio ospite della struttura.
Era stata Ada a riconoscerla per prima. All’inizio stava molto sulle sue, decisa a farle pesare l’essere stata messa da parte. Ma la sua freddezza era durata poco, la vecchia amicizia e la curiosità avevano avuto la meglio.
A Matilde piaceva lavorare lì. Si trovava a suo agio con gli ospiti della struttura, come eufemisticamente venivano chiamate le persone che vi risiedevano, anche se non era sempre facile averci a che fare.
– Per forza, sei vecchia dentro – la scherniva Ada.
I vecchi che soggiornavano in quella sorta di terra d’esilio, straniera e straniante, non erano in grado di badare a se stessi, chi più e chi meno, e quando non venivano risucchiati da un mutismo cosmico, avevano tante cose da raccontare.
Magari sempre le stesse, molte volte inventate. Però non si trattava di menzogne, anche perché erano loro i primi a crederci. Semplicemente le loro verità si erano spogliate dell’oggettività, non avevano più bisogno di stampelle. E raccontare era un modo per evitare che la vita si chiudesse su di loro, come il mare su navi che affondano.
Nei discorsi sconnessi di alcuni, Matilde vi ravvisava grani di autenticità perlopiù inesistenti nell’imperante vocio preconfezionato.
Stando con loro, Matilde si era resa conto che spesso è nella vecchiaia che i sogni si realizzano, quando il futuro ha esaurito il potere di veto e il presente ha diradato la sua trama. Così i viaggi avventurosi che Giovanna non aveva mai fatto, non erano più abiti fuori moda dimenticati in fondo all’armadio ma la sua età dell’oro, l’unica che per lei avesse senso raccontare. Tutto il resto si era polverizzato insieme agli anni, compresi figli e nipoti dei quali non ricordava neppure l’esistenza.
Con le persone che per età la contenevano, a Matilde sembrava di poter incorniciare la sua storia in una cornice più grande, all’interno della quale rimaneva uno spazio libero in cui l’immaginazione godeva ancora del diritto di cittadinanza.
– Sei rimasta troppo figlia -, le diceva Ada dall’alto della sua tripla maternità.

Ed ora era lì, seduta nello scompartimento di un treno a scartocciar sentimenti contrastanti, propositi di vendetta, motivazioni ragionevoli, per poi lasciarli andare insieme alle forme indefinite che fuggivano fuori dal finestrino.
Se almeno l’uomo che le sedeva di fronte le avesse rivolto la parola, anche soltanto per commentare il tempo. Allora Matilde si sarebbe aggrappata a quella parola e ne avrebbe fatto viatico per il viaggio.
Nello scompartimento stagnava l’odore settico dei vecchi treni, un amalgama di latrina, ferro, sporcizia e sudore. Il tessuto che ricopriva i sedili imbottiti mostrava qua e là degli sbreghi dai quali fuoriusciva un materiale giallo e spugnoso. Forse era da quelle ferite purulente che proveniva l’odore.
Matilde aveva scelto un locale per percorrere quei settanta chilometri, così avrebbe avuto tempo per decidere quali sentimenti mostrare e quali no, cosa dire o non dire.
Tra lei e la sua meta si frapponevano dieci stazioni, quasi una via crucis.

– Ci sediamo? – aveva detto Matilde, dirigendosi verso una panchina. Ma Ada era rimasta cocciutamente immobile, come quei cani che durante una passeggiata si mettono a sedere e non c’è più modo di smuoverli. Sospirando, Matilde era tornata indietro.
– Diciamo che un dato giorno a una data ora ti viene in mente una cosa e la fai, tutto qui. Succede, punto e basta – aveva detto frettolosamente Matilde, un po’ spazientita.
Ada aveva applaudito.
– Complimenti! Ma come fai ad essere così superficiale? Se avessimo quindici anni ti darei ragione, ma ne abbiamo quarantacinque pertanto la faccenda è più complicata.
Matilde non aveva replicato, si era girata a contemplare le linee semplici e austere dell’abbazia.
– Ti sembra così strano che io voglia incontrare mio padre?
– No, è che non me ne hai mai parlato prima.
– Il fatto che non te ne abbia parlato non significa che non ci pensassi – aveva detto Matilde, spolverizzando candidamente le parole con un pizzico di soddisfazione.
Ada si era irrigidita, colpita da una raffica di pallettoni nel suo amor proprio. Se un’amica le nascondeva qualcosa per lei era una sconfitta personale.
– Comunque non gli devi nulla. Non mi dirai che ancora soffri perché non c’era alle recite di Natale.
Matilde aveva finto di non accorgersi del sarcasmo dell’amica.
– Economicamente qualcosa gli devo, visto che se mi sono comprata casa è grazie ai soldi che lui ci passava e che mia madre non ha mai toccato.
– Bello sforzo ha fatto. Secondo me sei stata persino fortunata. Voglio dire che poi tua madre ha incontrato Remo, sicuramente migliore di tuo padre. Mi hai detto che ti ha voluto e ti vuole molto bene e pure tu.
– Vero. Ma Remo non è migliore, è venuto dopo. Insomma, per chi viene dopo e conosce gli errori di chi lo ha preceduto è più facile fare bella figura.
– Ancora non mi hai detto niente di ragionevole.
Erano rimaste per un po’ in silenzio, dandosi le spalle, Ada decisa a non offrire scappatoie all’amica, e Matilde alla ricerca di qualcosa di ragionevole da dire.
Sotto di loro una impalpabile foschia, delicata come un velo di sposa, fluttuava sulla vallata smorzando l’intensità dei colori autunnali.
– È che quando con Andrea è finita mi sono scoperta a pensare che anche lui non mi ha fermata quando me ne sono andata.
Rinfrancata da quell’accenno di confessione, Ada aveva ripreso il consueto piglio spiccio di chi è abituato a trattare problemi piccoli e grandi allo stesso modo.
– Ma sono due storie diverse, dài! Quando tua madre lasciò tuo padre tu avevi pochi mesi e la situazione tra loro era molto compromessa. Di Andrea mi hai raccontato che tra voi era finita da un po’, mancava soltanto l’atto finale. L’hai lasciato tu ma se l’avesse fatto lui non sarebbe cambiato nulla. E infatti siete rimasti ottimi amici. Mica come Ornella e Maurizio che dopo tre anni si odiano ancora. E comunque se ti avesse fermata saresti rimasta?
– No, però mi sarebbe piaciuto.
– Quindi gli vuoi chiedere perché non ti ha mai cercata?
– Non lo so.
– Sei sempre la solita, non sai mai quello che vuoi. E se è così che ci vai a fare?
Già, che ci andava a fare?

– Ehi, me lo dici tu che ci vado a fare visto che ne sai più di me?
L’uomo alzò gli occhi dallo smartphone e la guardò. Il timore di aver dato voce ai pensieri fece arrossire Matilde.
Aveva gli occhi verdeargento come le foglie della salvia. Lo stesso colore degli occhi dell’agente segreto protagonista di un giallo che da ragazzina aveva trovato in cantina, dentro uno scatolone di vecchi libri.
Era di suo padre, all’interno c’era scarabocchiato il suo nome. Come ci fosse finito in quello scatolone, sua madre non aveva saputo spiegarlo.
Il nome era scritto a matita. Non si imponeva, non chiedeva, non pretendeva, accettava d’essere cancellato. Quando, in passato, la rabbia e il rancore la ingolfavano, era stata più di una volta sul punto di farlo. Ma quelle cinque lettere si erano sedimentate dentro di lei. Una pi maiuscola che sembrava un ago con la cruna, una a e due o strette come fessure attraverso le quali spiare le vite degli altri per illudersi di farne parte, una elle inclinata simile a un ponte levatoio nell’atto di abbassarsi o di alzarsi.

Matilde scese alla stazione di Ravenna. Il padre abitava in un quartiere alla prima periferia della città. Si diresse verso il piazzale degli autobus. Sapeva già quale numero prendere, dal momento che si era precedentemente informata su internet.
Sorrise al pensiero che tanta organizzazione avrebbe spiazzato Ada.
Il tragitto durò poco più di un quarto d’ora. Matilde scese dall’autobus insieme a una donna carica di borse della spesa. La donna si dileguò rapidamente, inghiottita dalla nebbia fitta che gravava su case e strade.
Rimasta sola sul marciapiede si guardò attorno, tentando di dare forma ai ricordi di sua madre. Dal bar accanto alla fermata uscirono due uomini. Indossavano pantaloni sporchi di calce e vernice e pesanti maglioni sformati. Le passarono davanti e al più giovane caddero degli spiccioli.
– Butta, butta, che poi a fine mese li cerchi -, disse l’altro, ridendo. Matilde li guardò allontanarsi speditamente ed entrare nel vicino cantiere.
Probabilmente anche quel quartiere aveva cambiato pelle più di una volta. Matilde si incamminò senza fretta, le mani sprofondate nelle tasche dell’impermeabile color ghiaccio.
Un giorno, mentre era al lavoro, si era scoperta a pensare a quale di quei vecchi suo padre somigliasse. Se a Quinto, che nascondeva il pane sotto al cuscino e borbottava di continuo, o a Giovanni, che soffriva di insonnia e trascorreva la notte seduto su di una sedia nella sua stanza a recitare l’ora di notte il redentor la suona, beata quell’anima che passa in quest’ora, passa pur anima e non ti sbigottire, bacia la croce e domanda perdono a Dio.
I rami nudi dei platani distillavano la nebbia in gocce cristalline. Attaccate ai rami erano rimaste poche foglie che cadevano una alla volta, decidendo il momento opportuno.
Giunta davanti al numero sedici, Matilde sbirciò attraverso l’inferriata del cancello.
Nel cortile c’era un vecchio, accovacciato sui cocci di un vaso. Ne prendeva uno in mano, se lo rigirava tra le dita poi lo riponeva a terra. Dopodiché ne sottoponeva un altro al medesimo trattamento. Sembrava uno della scientifica alle prese con importanti indizi utili a risolvere un crimine.
C’erano sei campanelli, Balestra era il secondo. Matilde suonò. Attese, ma nessuno rispose. Poiché sul campanello c’era soltanto il cognome, pensò di chiedere informazioni al vecchio.
-Scusi, abita qui Paolo Balestra?
L’uomo si srotolò lentamente. La guardò, indeciso se rispondere o no. Si avvicinò al cancello, soppesando i passi come fossero parole.
– Sono io – disse, con voce riluttante.
– Ciao, sono Matilde.
Proprio così aveva detto: – Ciao, sono Matilde.
Il nome bucò l’angolo cieco della memoria, dove l’unica percezione era quella di un vuoto.
Uno di fronte all’altro, tra loro quarantacinque anni e un cancello, rimasero qualche istante in silenzio a studiarsi, come se ciascuno guardasse una foto di sé nella quale stentava a riconoscersi.
Lui alto e un po’ sovrappeso, lei piccola e minuta. Però gli occhi erano gli stessi, di un nocciola dorato con un fondo più scuro che quando non c’era il sole prendeva il sopravvento. E anche le sopracciglia folte e le labbra piene erano le stesse.
Paolo schiacciò il pulsante che faceva scattare l’apertura del cancello. Lo scrocco metallico si incise come una coltellata nella polpa spessa della nebbia di quella mattinata di fine novembre. Con una mano le fece cenno di entrare.
Lei dietro e lui davanti a testa bassa e con le braccia ciondoloni lungo i fianchi, le mani che si muovevano irrequiete come se avvitassero delle lampadine, percorsero il vialetto di pietra grigia che dal cancello conduceva al portone d’ingresso della palazzina.
Entrarono e ne attraversarono l’atrio spoglio. Salirono sino al primo piano. Paolo aprì la porta d’ingresso e si spostò di lato per farla passare. Matilde entrò chiedendo permesso. Mosse qualche passo in salotto, quasi scivolando sul vecchio pavimento alla palladiana tirato a lucido. Tende bianche, segnate dall’ombra di qualche rammendo, celavano un’ampia vetrata.
Paolo la osservava impacciato, incerto sul da farsi non sapendo cosa aspettarsi. Non le sembrava a disagio o arrabbiata.
A destra dell’ingresso, addossato alla parete, c’era un divano. Il tessuto di velluto, azzurro cartadazucchero, era disseminato di piccole chiazze spelacchiate. Davanti al divano c’era un basso tavolino di cristallo dalla forma ovale. Sopra, il telecomando, un paio di occhiali, il Resto del Carlino e una Settimana Enigmistica.
L’ultimo scaffale in alto del mobile color tabacco di fronte al divano, era interamente occupato da una sequela di libri tutti uguali.
Matilde, accennandovi con un movimento della testa, disse: – Li collezioni?
– Lo facevo – rispose Paolo.
– Per caso te ne manca uno?
– Sì…
– Ce l’ho io – disse Matilde, tirandolo fuori dalla borsa come un trofeo e posandolo sul tavolino.
Paolo era rimasto accanto all’ingresso, immobile.
Matilde si rese conto di non avere domande da fare. Poteva sembrare assurdo ma era proprio così, dopo quarantacinque anni non aveva niente da dire, tutto evaporato.
Le domande erano rimaste sul treno, ci avrebbe pensato l’agente segreto a rispondere. E comunque era passato troppo tempo, farne sarebbe stato come cercare di restaurare un antico affresco del quale non si conoscono i colori originali.
Con uno sforzo Paolo riuscì a sradicarsi e si avvicinò al mappamondo che riempiva l’angolo tra il divano e la finestra. Sollevò l’emisfero boreale. Dentro, al centro della terra, c’era una bottiglia.
– Ti va una bibita alla menta?
Matilde sorrise e annuì.
– Non ne è rimasta molta ma per due bibite dovrebbe bastare, – disse Paolo, sollevando la bottiglia di vetro scuro controluce per esaminarne il contenuto.
Si diresse in cucina, lasciando il mondo spalancato.
Matilde lo seguì. Paolo appoggiò la bottiglia sul tavolo. Prese due bicchieri, dal frigorifero tirò fuori una bottiglia di acqua frizzante e dal cassetto delle posate due forchette. Calibrava i gesti come se temesse di saltarne qualcuno e perdere il filo.
Matilde si sedette al tavolo della cucina, ricoperto da una tovaglia di plastica azzurra con impresse cartoline che mostravano scorci e monumenti della città.
Paolo versò due dita di sciroppo in ciascun bicchiere e vi aggiunse dell’acqua. Matilde lo osservava, quieta.
Le diverse strategie che aveva pianificato durante il viaggio erano scese una alla volta alle stazioni in cui il treno si era fermato. Matilde si sentiva anestetizzata. Dopo sarebbe riuscita, forse, a dare un nome a tutto. Dopo, però.
Paolo iniziò a mescolare le bibite con i manici delle forchette. Matilde, con semplicità, gli confessò d’averlo odiato per molti anni. Poi, una mattina, al risveglio, si era accorta che non l’odiava più.
– Non lo so com’è successo, ma le cose succedono e basta, – sussurrò Matilde. – Non sei d’accordo?
Paolo annuì senza guardarla, ipnotizzato dai vortici che i manici delle forchette creavano in quei piccoli laghi verdi. Da quel momento aveva smesso di pensare a lui. Cioè, se non l’odiava più che motivo aveva per pensarlo?
Matilde gli raccontò che lavorava come infermiera in una residenza per anziani, che viveva sola, non era sposata e non aveva figli e da due anni abitava in un borgo un po’ sperduto.
Si aspettava che anche lui le chiedesse perché era andata a vivere lì. Ma Paolo non glielo chiese, le disse che conosceva il paese e lo trovava un posto molto bello per viverci.
Poi, Matilde, gli raccontò che la madre era morta tre anni prima.
– Sì, l’ho saputo – disse Paolo, la voce resa incerta da un’ombra di pudore.
Gli parlò di Remo, che era rimasto a vivere a Bologna e che per lei era stato come un padre, pertanto gli voleva molto bene.
Paolo pensò che avrebbe dovuto sentirsi derubato di qualcosa, ma non sapeva di che cosa.
– Sai, mamma aveva una pigna, la chiamava il suo granaio. Vi infilava dei bigliettini colorati, arrotolati come sigarette. Ciascun bigliettino conteneva il nome di una persona che amava o aveva amato. Lei diceva che ciò che contava era l’amore che aveva provato perché le sarebbe tornato utile nei giorni in cui il cuore è un deserto di sale. Insomma, era come un granaio dove accumular provviste per i tempi di magra. In un bigliettino c’era il tuo nome. Insegnò a farlo anche a me, ma io non ci sono riuscita.
Le parole di Matilde vorticavano impazzite dentro Paolo, come le bollicine dentro i bicchieri, alla ricerca disperata di quel punto profondo dove tutto è quiete.
Poi lei smise di parlare e Paolo di mescolare. Le bollicine risalirono in superficie, formando una delicata figura che svanì all’istante.
Bevvero le bibite in silenzio, guardandosi da sopra i bicchieri come due bambini curiosi.
– Non ti sei neanche tolta l’impermeabile – disse Paolo, timidamente.
– Magari la prossima volta. Adesso devo andare, sono venuta in treno. Puoi venirmi a trovare se ti va, ti lascio l’indirizzo e il numero di telefono. Paolo le allungò un foglietto e il portapenne. Matilde scelse una matita per scrivere.
Dopodiché Paolo l’accompagnò alla porta. Si salutarono con una stretta di mano.
Tornato in cucina, aprì un cassetto e tirò fuori una pigna con infilati cinque o sei bigliettini colorati. L’avevano iniziato insieme quel gioco. Nel cassetto c’era anche una clessidra. D’impeto Paolo la capovolse. Attese di veder scendere la polvere, ma un grumo doveva averne ostruito il foro. Ripose pigna e clessidra nel cassetto e lo chiuse.
Con una graffetta fissò il biglietto sul quale Matilde aveva scritto indirizzo e numero di telefono al calendario di Barbanera appeso in cucina.
Poi, lavò i bicchieri, li asciugò e li rimise al loro posto.

3 pensieri su “Un nome scritto a matita

  1. Grazie Robysda, sei sempre molto gentile.
    Spero di poter contraccambiare l’attenzione con la lettura delle tue belle poesie (me le ricordo dai tempi di facebook).

    E grazie a tutti coloro che sono passati di qua.

    Liked by 1 persona

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