I ‘mariti’ di Valentina Diana

valentinadiana
Il secondo romanzo della poetessa-drammaturga torinese

di Guido Michelone

Drina è una ragazzona quarantenne che vive nell’immaginario Spricchio (borgo agricolo collinare oltre la banlieu torinese) e che tira a campare lavorando come attrice free lance (ovvero con scarsi ingaggi in tournée per l’Italia) e accudendo un figlio adolescente (che nel romanzo si rivela la figura in assoluto più discreta e defilata, così come i di lei genitori, comunque determinanti nel finto happy end). All’inizio del libro una voce narrante – la stessa Drina – svela il ritorno di fiamma, dopo oltre vent’anni, nei confronti di Gi, uno studentello incontrato al campo scout ebraico. Lo ritrova a Milano, invecchiato, con una laurea in architettura, tante idee in testa, ma con un senso degli affari praticamente nullo. I due, più che adulti, dopo il necessario lento rodaggio, optano per il matrimonio con rito giudaico e per la convivenza a casa di lei, con tutti i cambiamenti quasi antropologici che la routine quotidiana e l’esistenza psicologica impongono a entrambi. E il romanzo non fa altro che perpetuare, sino a un epilogo definibile aperto, la lotta giornaliera di una coppia nei confronti di un mondo ostile, che non sa che farsene di due artisti acchiappanuvole, quali essi sono nei confronti delle magagne della realtà, pur nella reciproca consapevolezza di toccare con mano una crisi epocale. In tal senso Mariti non è solo un ‘trattattello’ di una donna sul proprio uomo, ma simboleggia la vita familiare ai tempi di una recessione economica che, come si sa, risulta altresì morale, culturale, valoriale. Drina e Gi sembrano pesci fuor d’acqua in quest’Italia gretta, minimalista, provincialotta, che viene, pagina dopo pagina, ‘immortalata’ con un taglio essenziale, senza ricorrere a psicologismi né tantomeno a focalizzarsi su descrizioni particolareggiate. L’Autrice, come nel precedente Smamma (romanzo d’esordio del 2014) sembra partire da esperienze dirette, allontanando il dato biografico attraverso una distanzazione epica che le deriva dal lavorare in e per il teatro – Valentina Diana nasce in primis come attrice, drammaturga, poetessa – e che in letteratura traduce attraverso una prosa scarna, iperrealista e al contempo sospesa. La vis affabulatoria, che ruota attorno a eventi ‘normalissimi’, quasi nella banalità costante del rapporto matrimoniale, si infittisce di dialoghi e di colpi di scena, talvolta con effetti tragicomici, proprio come se le due facce del palcoscenico – piangere e ridere, commuoversi e divertirsi – prendessero il posto dei fogli del libro.

Diana Valentina, Mariti, Einaudi, Torino, 2015, pagine273, euro, 18.

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