Pagine, di Rosa Salvia

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Quel venerdì pomeriggio per strada c’era un funerale. Amina chiuse per un attimo gli occhi. Attorno a lei un mondo senza suoni, una fessura attraverso la quale i morti passano clandestinamente il confine.
Aveva un’aria febbrile sotto il velo, con gli occhi più lucidi del solito. La bocca carnosa pareva un grande fiore cremisi, in contrasto con il pallore del volto.
“Scappa, scappa,” le aveva urlato sua madre, “salvati figlia mia, salvati.”
Aveva camminato per ore fra strade e stradine con aria di finta indifferenza fino alle dieci di sera quando finalmente era salita su un autobus che l’avrebbe portata il più lontano possibile da Amman.
Un uomo non più giovanissimo le si sedette accanto, ma lei girò il volto verso il finestrino fissando la notte che scorreva davanti ai suoi occhi.
“Che cosa ci facciamo dentro questi corpi,” disse l’uomo in un perfetto inglese.
La sua voce non aveva un tono interrogativo, forse non era una domanda, era solo una constatazione, a suo modo. La luce delle banchine della stazione degli autobus era di un giallo livido. Da lontano veniva una voce lenta e monotona, forse una preghiera oppure un lamento solitario e senza speranza. Impossibile decifrarlo. La Giordania era anche questo: un universo di suoni piatti, indistinguibili.
“Come ha detto?” Amina girò la testa verso di lui parlando un inglese un po’ stentato.
“Mi riferisco ai corpi,” continuò l’uomo, “forse sono come valigie, ci trasportiamo noi stessi”.
“Già,” Amina lo fissò e vide il profilo di un volto scarno logorato dal tempo, con un naso leggermente aquilino.
“Mi chiamo Alì,” disse l’uomo per nulla intimorito da quello sguardo dritto e indagatore, pronto alla difesa.
Era anch’egli arabo, un signore distinto ed elegante.
“Qual è il suo nome? Posso chiederlo? Solo il nome.”
Amina non rispose.
“La prego di scusare la mia indiscrezione allora,” la voce dell’uomo era totalmente neutra.
“Mi chiamo Amina e ho imparato un po’di inglese a scuola. Avrei voluto continuare gli studi, ma mio padre me lo ha vietato. Aveva in mente, sin da quando ero bambina, l’uomo che avrei dovuto sposare”.
Finalmente un leggero disgelo, pensò l’uomo. “Bene, bene,” si limitò a rispondere.

L’orologio della stazione batté la mezzanotte. Il lamento lontano cessò di colpo, come se aspettasse il tempo dell’orologio.
“Si parte finalmente!” Esclamò l’uomo, “ed è cominciato un altro giorno, da questo momento è un altro giorno.”
Passarono alcuni minuti, le luci dell’autobus si erano affievolite. Il suo respiro si fece pausato e lento. Quando parlò ancora, Amina ebbe un leggero soprassalto. “Io vado ad Aqabah,” disse, “lei dov’è diretta?”
“Ad Aqabah anch’io”.
“Aqabah,” ripeté lui, il luogo in cui sono nato; vorrei tornare a bagnarmi nelle acque del mar Rosso, spingermi fino all’isola del Faraone. Se mi sarà possibile andrò anche a Petra, magari sulle groppe di un cammello e affondare nei misteri di quelle grotte, di quei sepolcri e infine raggiungere in pullmino il deserto del Wadi Rum per gustarne i colori, il silenzio, lo spazio”.
“Una specie di pellegrinaggio?” chiese Amina.
Disse di no. Semmai un itinerario privato, cercava solo delle tracce.
“Lei è vissuto sempre in Europa, suppongo,” disse ancora Amina.
“Si, i miei si trasferirono a Londra quando avevo appena tre anni e vi ho studiato per diventare medico”.
“Che bello!” esclamò Amina con un sorriso fresco di bambina.
L’uomo tacque per un po’, poi le chiese bruscamente: “lei piuttosto che ci viene a fare ad Aqabah?”
Quella domanda così diretta la colse alla sprovvista. Girando la testa verso il finestrino per sfuggire allo sguardo dell’uomo, Amina rispose: “una breve vacanza per godermi le sue bellissime spiagge”. Mentì spudoratamente, poi appoggiò il capo al sedile con un respiro profondo per dare l’impressione di voler riposare.
L’uomo infatti tacque definitivamente e si appisolò in breve tempo. Ormai la notte era profonda.
Amina invece non riusciva a rilassarsi. I suoi pensieri si avvolgevano come spirali dolorose intorno a un punto al quale continuava a non avere il coraggio di pensare con piena consapevolezza; era come se unisse saldamente ogni singolo fascio attorno a quel punto all’interno di sé, un punto così fragile e doloroso che aveva bisogno di sostegno e di giustificazione: il bambino che portava in grembo.
Il bambino frutto dell’amore segreto con Naghib, un suo coetaneo innamorato e inesperto quanto lei, il quale ignorava persino di esserne il padre.
La sola a sapere era sua madre. I suoi occhi tristi al momento del distacco la perseguitavano: non avrebbe mai più visto quegli occhi.
La madre le aveva dato dei soldi e l’aveva aiutata a fuggire perché se il padre e i fratelli avessero scoperto quel segreto ingombrante, per lei sarebbe stata la fine.
E lei era scappata senza un perché come una barca alla deriva.

Ripensava al giorno in cui seppe di essere incinta, alla sua disperazione e alla sua gioia, al suo vagare affannato per le strade di Amman. Non le pareva possibile. Cioè, lei “poteva” davvero? C’era nel suo sangue e nella sua carne questa possibilità?
Per lunghissimi giorni se ne stette sempre in bilico tra l’essere degna e il non esserlo, tra l’esistenza e l’inesistenza dell’ombra di un bambino equivalente alla vita e al mutamento del suo corpo di donna.
Non pensò nemmeno per un momento di abortire, e non perché la sua religione glielo vietasse, ma perché una voce interiore le diceva: “lascia che accada, lascia che accada…,” il disegno di un bambino prende corpo da solo, va dall’immaginazione alla realtà, dall’interno del corpo all’esterno del mondo, è la risposta dell’uomo a ogni domanda.
E d’improvviso sentiva che non era più sola: qualcosa di invisibile si muoveva nel suo ventre, talora appena percettibile, come un alito stranamente lontano e presente, un delicato scalpitio, un richiamo prepotente e leggero…

Un lieve movimento del corpo del suo compagno di viaggio la distolse dai suoi pensieri. Lo vide svegliarsi e metterci qualche attimo a ritornare alla realtà.
“Una volta lessi i Vangeli?” le disse con voce lievemente pastosa, “i testi sacri sono molto strani”.
“Perché strani?” chiese Amina.
L’uomo ebbe un’esitazione. “Anche oscuri, difficili da interpretare”.
“Come i versetti del Corano?” osservò pensierosa Amina.
“Si, certo. Ma io mi riferivo al Cristo come uomo, persino i buddisti lo ammirano”.
“Perché?” Amina ebbe la sensazione che l’uomo parlasse a sé stesso, rincorresse qualche traccia che lei non poteva comprendere.
“Cristo ci insegna il colloquio della preghiera e dell’umiltà. E’ questo che importa per me, io non riesco ad abbandonarmi con semplicità alla fede”.

Era ormai quasi l’alba, la notte si andava schiarendo, la stazione degli autobus di Aqabah era alle porte. La gente cominciò a svegliarsi e a prepararsi per scendere di lì a qualche minuto.
Il suo compagno tossì leggermente. “Vado a morire,” disse, “mi resta poco da vivere. Suppongo che non avremo più occasione di vederci secondo le sembianze sotto le quali ci siamo conosciuti, queste nostre attuali valigie. Le auguro un buon soggiorno”.
Amina restò per qualche secondo impietrita guardando in faccia il dolore dove il senso in tante parti si screpola, poi disse, stringendogli la mano nodosa: “io vado a partorire il mio bambino. Mi ospiterà una lontana parente di mia madre”.
Lui avrebbe voluto parlarle ancora, incoraggiarla, era poco più di un’adolescente! Ma gli si mozzava il respiro – come avesse un pezzo di vetro nel petto. In certi momenti il male non gli dava tregua.
“Dietro le quinte c’è uno che aspetta di entrare, e un altro, finita la sua parte, che aspetta di uscire. Semplici le nostre leggi, non le pare?” L’uomo riuscì finalmente a parlare divincolandosi. L’autobus era giunto in stazione. “Mi piace pensare alle nostre vite come pagine che s’incrociano e si toccano: la pagina bianca e la pagina scritta, la prima e l’ultima…”
Amina sorrise con un velo di malinconia negli occhi “Si,” disse, “a me sembra di essere venuta qui a catturare la sua voce Alì, a catturarne il raggio, per sentirmi più forte”.
“E a me sembra di essere qui a scolpire le nostre immagini nel sasso, così che riprendano forma come segni indelebili, con il rosso calore delle mani,” egli aggiunse, “ma è cominciato per tutti e due il conto alla rovescia…, dobbiamo andare…, buon viaggio allora”.
“Buon viaggio anche a lei,” rispose Amina chiedendo, in silenzio, alla luce e all’ombra di resistere, lodando l’errore mortale di nascita e di morte.

Questo racconto è nella raccolta inedita: Le conseguenze dell’amore

4 pensieri su “Pagine, di Rosa Salvia

  1. Carissime Marta, Elisabetta e Lucetta vi ringrazio molto per le vostre parole di apprezzamento. Conosco Marta ed Elisabetta purtroppo solo attraverso la frequentazione di questo blog di cui entrambe sono voce costante di acuta attenzione e di scrittura. Di Lucetta Frisa ho più ampia conoscenza. Ho avuto il piacere di leggere parte rilevante della sua poesia che ci offre sempre nuove ‘illuminanti’ riflessioni e suggestioni. Inoltre desidero fare una precisazione dal momento che ho pubblicato precedentemente altri racconti. Il titolo della raccolta “Le conseguenze dell’amore” è quello di un bellissimo film di Sorrentino, certamente fra i miei preferiti. Un omaggio al buon cinema dunque!

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