SUL TAMBURO n.13: Giuseppe Schillaci, “L’età definitiva”

Giuseppe Schillaci, L'età definitivaGiuseppe Schillaci, L’età definitiva, Bari, LiberAria, 2015

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di Giuseppe Panella

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Nico Chimenti manca da vent’anni da Palermo dove sua madre Doris (una tedesca della Germania Est che aveva sposato suo padre dopo averlo conosciuto quasi casualmente a Berlino) continua a vivere nel quartiere Brancaccio, la zona della città purtroppo nota per l’assassinio del suo parroco padre Puglisi e dove il tempo sembra essersi fermato. L’occasione è tra le più consuete: la mamma è stata male e poi è il periodo delle ferie natalizie, il bar di Piazza Vittorio dove Nico lavora è chiuso perché il suo datore di lavoro si è preso un po’ di giorni di ferie (fino al 10 gennaio – viene specificato) e il trentenne siciliano sente la necessità di un bilancio della sua vita. Inizia così L’età definitiva, un romanzo anomalo che si può collocare (ma a fatica) tra la descrizione della vita in una regione dell’Italia meridionale particolarmente martoriata dalla malavita organizzata e dal malcostume e la storia di una “formazione mancata” (per tutta una serie di ragioni che l’opera narrativa a lungo analizza).

Nico ha avuto un fratello gemello, Leonardo, morto in circostanze accidentali frutto di un litigio avuto con lui dopo la finale di un torneo di calcio locale – della scomparsa del fratello l’uomo non riesce ancora a darsi pace. A Palermo c’è un incontro che darà la svolta decisiva al suo rientro a casa: Salvatore Pennino detto Manuzza per una sua deformazione alla mano destra, suo ex-compagno di scuola alle medie, gli offre un lavoro provvisorio all’Area, un grosso centro commerciale costruito in una zona prospiciente al quartiere. Nico accetta e, dopo qualche difficoltà iniziale, si adatta al suo nuovo lavoro di commesso. Nel centro commerciale ritrova Simona Basile, vecchio amore dei tempi delle medie, con la quale allaccia una relazione che all’inizio è di puro sesso, fatto di furtivi incontri nella Smart della donna e di sentimenti non pienamente condivisi. Il suo matrimonio con il commesso di un negozio del centro, una figlia adolescente, un certo benessere conseguito con il proprio lavoro non le bastano e, dopo un certo numero di rapporti sessuali con Nico, la sua coetanea ammette di essere vittima di un marito violento che la picchia e di non poterne più dei suoi soprusi. I due amanti, quindi, vanno a vivere a Roma nella casa che era stata del padre di Nico ma dopo pochi mesi l’uomo si accorge di non essere più preso dalla sua compagna e di non desiderarla neppure più sessualmente. Il suo ritorno a Palermo – una vera e propria fuga da una relazione che era diventata asfissiante e perfino opprimente fisicamente tanto da non tradursi più in concreta attività sessuale – porterà poi a una conclusione tragica di cui le ultime pagine lasceranno soltanto intuire le possibili conseguenze.

Ma non è la dimensione del thriller a dominare nelle pagine di Schillaci né la parte relativa alle devastazioni operate dalla mafia a Palermo e la corruzione che il suo dominio inevitabilmente comporta. Se Filippo La Porta ha scritto che lo scrittore siciliano si muove tra la dimensione magico-poeticistica di molti romanzi di Vincenzo Consolo e la vibrata polemica civile e sociale che ha caratterizzato la scrittura di Leonardo Sciascia (ma il riferimento era al suo precedente L’anno delle ceneri1), in questa sua seconda opera letteraria i riferimenti appaiono essere altri e la dimensione più legata a un complesso tentativo di ricucire passato e presente in una tela di rimandi, di evocazioni, di allucinati e spesso devastati ricordi, di lacune e di omissioni che rendono il percorso narrativo stratificato e spesso ribaltato (come se fosse un’applicazione alla dimensione romanzesca di quella “tettonica a zolle” che tanto aveva affascinato la mente del giovane Leonardo Chimenti all’epoca del suo apprendistato studentesco).

L’età definitiva è, di conseguenza, il rovesciamento di ciò che si suole definire “romanzo di formazione”(secondo il titolo assai fortunato del romanzo goethiano sull’apprendistato umano e teatrale di Wilhelm Meister). Nico non sembra essere cresciuto rispetto agli anni in cui ha vissuto le emozioni e le esperienze (umane, calcistiche e sessuali) raccontate nei numerosi flashback che costellano. La sua età mentale non corrisponde alla sua età fisica. Il godimento che ricava dal corpo di Simona, ad es., ricorda maggiormente l’illusione orale del possesso infantile del corpo della madre piuttosto che il conseguimento di una maturità definitiva e totale del piacere maturo e condiviso tipico di una coppia adulta.

Il fatto è che Chimenti non è mai uscito dalla fase in cui lo ha condannato la morte del fratello e la fuga del padre da Palermo a Roma. La sua età non è mai diventata definitiva ma è rimasta oscillante, legata all’andamento sussultorio dei ricordi e delle recriminazioni, delle incertezze e degli scarti di una memoria resa incerta dal non detto e dall’inconfessabile di coloro con i quali ha vissuto e che ancora lo circondano:

«Il gioco è semplice: devo capire l’età definitiva, cioè l’anno in cui ognuno è rimasto o rimarrà per sempre. L’assunto è banale: ogni uomo e ogni donna appartiene a un anno preciso, un tempo perfetto, in cui il proprio volto è realmente suo; per il resto della vita, ognuno non fa che inseguire quell’età o rimpiangerla: ecco, quindi, la donna col viso dei dodici anni, le gote gonfie e indecise, lo sguardo né infantile né adulto, condannato ai dodici anni e costretto ad andare oltre; oppure il bambino col broncio del quarantaduenne, l’espressione disillusa tra gli occhiali e il labbro, la noia per lo sgocciolio del tempo. Ognuino ha un tempo, un tempo dato, un anno tutto suo, per sempre, un tempo da rinnegareche, ma cui non puoi sfuggire: un anno che non puoi scucire dal volto»2.

Nico Chimenti non ha ancora raggiunto la sua “età definitiva” e forse non la troverà più.


NOTE

1 Cfr. G. SCHILLACI, L’anno delle ceneri, Roma, Nutrimenti, 2010.

2 G. SCHILLACI, L’età definitiva, Bari, LiberARias, 2015, pp. 262-263.

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