Le donne di Murakami sono il nostro ‘altrove’

Haruki Murakami, Uomini senza donne

Leggi Uomini senza donne di Murakami Haruki (Einaudi, pp. 222, euro 19) e scopri dell’amore un impasto singolare, squisito. Difficile dirne il sapore, difficile fissarne la tinta. Nella maggior parte dei casi i racconti non dicono di un amore in attesa di essere, come fu novecento anni fa l’amor de lohn, ma l’amore dopo che è stato, o l’amore che non sarà mai. Eppure è sempre tanto presente – nella forma liquida dei pensieri – da parere attuale, a tratti prosaico addirittura, ma inabbandonabile.

Le donne di Murakami – bellissime alcune, sgorbie altre – lasciano una scia indelebile, mordono il cuore, mandano un’eco tremenda. Non sono solo un ricordo, quando non ci sono più, ma il ricordo immobile. Sono come i giri d’acqua in uno specchio lacustre bucato dal sasso. Ma emettono il loro dolce sisma all’infinito. Non smettono di dire quello che hanno da dire, mai.

Ci sono uomini senza donne perché quelle che hanno le lasciano andare. Non si sa bene come ciò avvenga. Per distrazione forse, per troppo affetto, o per imperizia nell’esistere e nell’amare nel modo giusto. Ma chi ne è capace?

Le donne forse. Solo loro lo sanno, come fare.

Murakami scrive attorno all’essenza di qualcosa, mettendo in scena donne normali, apparentemente, donne sognatrici, donne determinate, donne, anche, maltrattate. Parla di qualcosa di essenziale che è però anche reale. Una realtà che spesso prende le mosse dal distacco: nel momento in cui finisce (o manca), l’amore diventa narrazione.

***

“È facilissimo diventare ‘uomini senza donne’. Basta che tu ami profondamente una donna, e lei a un certo punto se ne vada”. Ma la condizione di uomo senza donne non è la disperazione; è piuttosto la solitudine – come un baffo di unto, “farla sparire è un lavoro improbo” –, una solitudine che, paradossalmente, è proficua. Come è proficua la malinconia. “Ha le sue prerogative di macchia, che includono a volte il diritto alla parola. E tu dovrai vivere insieme alle sue piccole variazioni, insieme ai suoi contorni che prendono significati mutevoli”.

La solitudine d’amore scrive storie da meraviglia, come quelle di Shahrazād, che ripete, certo, l’antica Shahrazād, e che narra a un uomo solo e separato dal mondo una solitudine erotica altrettanto splendida, altrettanto feerica. E anche Gregor Samsa, tornato uomo, si innamora qui in Murakami. Di una donna particolare, di un corpo particolare, di un modo di essere donna che esula dal corpo in cui esiste.

***

L’amore di Murakami non è una forza che travolge. Anzi, finché dura, quasi non si fa sentire. È dopo che cambia tutto. Quando il vuoto lasciato dallo spessore dell’amore ci fa precipitare. “Per gli uomini che hanno perso una donna, il mondo è un grande e doloroso miscuglio, l’immagine stessa della faccia in ombra della luna”.

Smettere di pensare non si può. La fine dell’amore rilascia pensieri. Cosa pensa l’uomo, almeno quello di Murakami, quando le donne, per motivi diversi da caso a caso, scompaiono? Pensa, pensa, quell’uomo pensa, d’un tratto – perché la solitudine succede in un attimo –, che “non avrebbe mai più potuto penetrare in fondo al loro corpo umido. Mai avrebbe potuto sentirle vibrare leggermente. Ma la prospettiva davvero insopportabile per lui, più che la preclusione dell’atto sessuale in sé, era di non poter più passare insieme a loro momenti di intimità. Perdere le donne in conclusione significava proprio questo. Perché le donne offrivano un tempo speciale che annullava la realtà, pur restandovi immerse”.

Le donne sono il nostro altrove. Quando le perdiamo, siamo solo noi stessi.

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