Una sonata a quattro mani

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Anna De Simone (a cura di), Leopardi a Trieste con Virgilio Giotti, Interlinea edizioni, Novara 2015, pagg. 166, € 15.

di Anna Elisa De Gregorio
Un ampio saggio interpretativo più che puntuale dell’opera di Virgilio Giotti, poeta del nostro novecento, che scrive nel dialetto di Trieste, di “sommessa, ritrosa e assoluta grandezza”, per riprendere l’esergo di Claudio Magris. Così si potrebbe sintetizzare in due righe il lavoro che Anna De Simone ha portato a termine con il volume dal titolo Leopardi a Trieste con Virgilio Giotti, edito da Interlinea nel dicembre 2015. Andando fuori strada e facendole decisamente torto perché, in realtà, altrettanta cura viene dedicata all’opera di Leopardi costantemente messa a confronto con quella del poeta triestino. Due vicende poetiche, che, a distanza di quasi un secolo l’una dall’altra, scorrono vicine, ma molto più spesso magicamente si intrecciano. Possiamo parlare di un saggio critico a delta. Inoltre molto spazio è dato alle vicende personali di Giotti, con le connesse, inenarrabili, tragedie familiari, che hanno stravolto la sua vita per sempre: i due figli del poeta, Paolo e Franco, partiti per arruolarsi come interpreti in Russia (la madre, moscovita, aveva loro insegnato la lingua) durante la seconda guerra mondiale, desiderosi di conoscere la terra materna, invece in quella terra morirono nel quarantatre, in due diversi campi di concentramento.

Il volume è arricchito, inoltre, da fotografie e disegni commoventi. Altrettanto commovente, riportato in copertina, l’Ultimo canto di Saffo postillato per mano dello stesso Giotti.

Da evidenziare che non è nuovo l’interesse di De Simone per questa figura complessa di intellettuale, infatti, nel 2005 ha pubblicato Paolo e Franco Belli Giotti, Lettere al padre, Dialogo di Virgilio Giotti con i figli, prefazione di Cesare Segre e postfazione di Claudio Magris,  seguite nel 2007 dal diario di Giotti, Appunti inutili, Il ramo d’oro editore,  tradotti nel 2014 in lingua catalana (Apunts inútils) per i tipi dell’editore Cal-ligraf, Figueres, con prefazione sua e postfazione di Magris.

Come già accennato, la lectio del tutto originale che l’autrice ci propone, confortata dai documenti autografi raccolti nel Centro Studi di Via della Stella e da un gran numero di testi consultati, è esplicitata chiaramente anche nel titolo: un armonioso passo a due fra il poeta di Recanati e quello di Trieste. Anna De Simone ci accompagna in questa “corrispondenza” che si fa sempre più stringente proseguendo nei quindici capitoli del volume. Ad esempio, ci fa leggere di Giotti Marzo (3°): «…ché, ogi, de improviso,/ eco, ancora una volta,/ go visto el paradiso/ che fa coi su’ colori/ marzo bel, in ’sto mondo». Poi retoricamente domanda: «Come non ricordare qui i due endecasillabi sciolti che chiudono la leopardiana Aspasia e abbracciano l’intero universo?» E di seguito trascrive quei versi famosi: «Qui neghittoso immobile giacendo,/ il mar la terra e il ciel miro e sorrido». Più avanti sceglie per noi Canzon de istà (Canzone d’estate) di Giotti: «…Vigniva pian la sera/ de oro, e po’ la bela/ viva note d’istà./ Tornavo casa; e nela// luse bianca, nei monti/ celestini, per tera/ nel zogo de le ombre,/ da per tuto la iera». E poi, quasi novello san Tommaso, ci “indica” con chiarezza: «Quella luce bianca, quei monti celestini, quelle ombre fanno pensare al Leopardi delle Ricordanze, al poeta delle “vaghe stelle dell’Orsa”, che trascorreva gran parte delle sue sere “mirando il cielo, ed ascoltando il canto/ della rana rimota alla campagna!” e contemplava “quel lontano mar, quei monti azzurri”». Tocchiamo con mano via via il senso profondo del lavoro e della poetica di Virgilio Giotti e, al contempo, di Giacomo Leopardi.

Naturalmente questo rapporto privilegiato non esclude altri maestri o compagni di strada: si incontrano Pascoli, Di Giacomo, il poeta cinese Po Chu-i.

Un ingegno felice in una vita di infelicità e povertà quello di Giotti. Non è stato un uomo fortunato neppure nel suo lavoro: appena ricevuto il prestigioso premio dell’Accademia dei Lincei e relativa, cospicua somma in denaro, quando finalmente la casa editrice Ricciardi riconosce il suo valore e sta per pubblicare tutta la sua opera, il nostro poeta muore all’età di settantadue anni nella sua amata Trieste. Il volume uscirà postumo nello stesso anno, il 1957, con il titolo Colori, forse per ricordare i suoi studi e il suo primo amore per la pittura.

Dopo la lettura di Leopardi a Trieste con Virgilio Giotti ci viene restituito un uomo e un artista prima sconosciuto e che ha avuto un grande pregio, dice De Simone: «Innalzare una lingua bassa, vale a dire il dialetto….Egli tende, infatti, a costruire una poesia classica nella quale l’autobiografismo sia stato risolto in forme “essenziali, di pura evidenza visiva”».

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