Quando Umberto Eco s’era tolta la barba

Umberto Eco è morto. Per me è stato un maestro, un idolo. L’ho letto, l’ho amato, l’ho studiato. Ci ho scritto la mia tesi di laurea: Oltre la teoria: la narrativa di Umberto Eco.

Per il suo ottantesimo compleanno ne avevo scritto un elogio intitolato A Umberto Eco, scienziato della verità, principe della menzogna (http://librisenzacarta.it/2012/01/17/a-umberto-eco-scienziato-della-verita-principe-della-menzogna/).

Ha costruito personaggi e luoghi dell’immaginazione che non dimenticheremo mai.

Io lo vedo passegghiare, ora, di nuovo con la sua leggendaria barba, a fianco di Guglielmo da Baskerville, da qualche parte, in un colorato medioevo.

Ripropongo qui sotto quell’articolo scritto quattro anni fa, in occasione del suo ottantesimo compleanno.

Italian writer Umberto Eco listens to a question during the presentation of his latest novel "The Cemetery of Prague" in Madrid

Lo scorso 5 gennaio il semiologo alessandrino ha compiuto ottant’anni. “L’uomo che sa troppo” – per ripetere una scherzosa formula hitchcockiana utilizzata, qualche anno fa, per dare il titolo a una monografia su Eco curata da Sandro Montalto (Edizioni ETS, 2007) – , l’uomo che ha creato e coltivato discipline scelte, come la semiotica, che ha raffinatamente analizzato modelli politici e sociali, che ha teorizzato la cultura di massa e il postmoderno, che ha accompagnato la vita del Paese e del mondo con le sue ironiche e sottili chiose, che ha accumulato onori, premi e riconoscimenti, e che dunque dovrebbe sopravvivere schiacciato da nastri e fregi, pare invece ringiovanire. E non perché s’è tolta quella barba ottuagenaria con cui per decenni lo abbiamo riconosciuto, ma perché, direi, il suo spirito è sempre fresco, come deve essere quello di un buon maestro (già anni fa Enzo Biagi lo definì tale).
Umberto Eco è un uomo, costituzionalmente, ‘brillante’: si veda a questo proposito ciò che scrive Michele Cogo nella Fenomenologia di Umberto Eco (Baskerville editore, 2010). Brilla per il suo modo di pensare e per il suo modo di parlare, per la maniera di gesticolare e per la verve del racconto. E non solo brilla. Oscilla pure. Come il suo Pendolo di Foucault. La sua produzione, dai tempi della tesi di Laurea su San Tommaso (Edizioni di «Filosofia», 1956, Il problema estetico in san Tommaso, poi voltato, con perdita della ‘santità’, in Il problema estetico in Tommaso d’Aquino, Bompiani, 1970), passando attraverso la creazione di indimenticabili romanzi, di ostici saggi teorici, di sardonici pastiches, fino all’ultima ‘Bustina di Minerva’, dondola di qua e di là inseguendo due poli di attrazione: quello della verità e quello della menzogna.
Solo presso Dio “si puote ciò che si vuole”; quaggiù quella coincidenza è impossibile, per cui è meglio detto così: che “il vero è ciò che può e il falso ciò che vuole”: lezione sottilmente impartitaci anche dal sapiente semiologo. Che, se da un lato ha faticano le grandi ore, i mesi, gli anni a scovare qualche piccola e provvisoria certezza nella scienza della semiotica generale, mettendo bene in luce i limiti e i guasti del fare interpretativo, dall’altra, e con alle spalle quel faticoso bagaglio, ha potuto baloccarsi con le sue verità, mettendo in scena personaggi indelebili che con le categorie di vero e falso hanno giocato, combinandone e decombinandone le possibili conseguenze. Così Eco, il tuttologo che ama collezionare libri antichi che abbiano a che fare con cose erronee o false (vedi al proposito le confessioni sue e di Jean-Claude Carrière in Non sperate di liberarvi dei libri, Bompiani, 2009), ha scritto sei romanzi beccheggianti tra verità e menzogna. Ne sono derivati due trittici: da un lato i romanzi della verità, Il nome della rosa, L’isola del giorno prima, La misteriosa fiamma della regina Loana, dall’altro quelli della menzogna, dalla falsità paranoica del Pendolo di Foucault, alla bugia geniale di Baudolino, per giungere ai malati inganni del Cimitero di Praga.
Qual è la lezione? Che con la verità si fatica, i risultati sono aspri e, spesso, deludenti. Con la menzogna invece ci si diverte, ma è pericolosa. Bisogna saperci fare. Bisogna usarne quando la ricerca della verità ci ha sfiancati, quando il limite umano è stato toccato.
Resta memorabile l’ammaestramento che ci viene dal carismatico Guglielmo da Baskerville a dialogo con Adso da Melk, nel finale del Nome della rosa:

“Forse il compito di chi ama gli uomini è di far ridere della verità, ‘fare ridere la verità’, perché l’unica verità è imparare a liberarci dalla passione insana per la verità.”

A quel punto il novizio Adso si fa avanti nel tentativo di rincuorare il dotto frate, porgendogli il proprio conforto:

“Ma maestro,” azzardai dolente, “voi ora parlate così perché siete ferito nel profondo dell’animo. Però c’è una verità, quella che avete scoperto stasera, quella cui siete arrivato interpretando le tracce che avete letto nei giorni scorsi. Jorge ha vinto, ma voi avete vinto Jorge perché avete messo a nudo la sua trama…”
“Non v’era una trama,” disse Guglielmo, “e io l’ho scoperta per sbaglio. […] Sono arrivato a Jorge attraverso uno schema apocalittico che sembrava reggere tutti i delitti, eppure era casuale. […] Sono arrivato a Jorge inseguendo il disegno di una mente perversa e raziocinante, e non v’era alcun disegno, ovvero Jorge stesso era stato sopraffatto dal proprio disegno iniziale e dopo era iniziata una catena di cause, e di concause, e di cause in contraddizione tra loro, che avevano proceduto per conto proprio, creando relazioni che non dipendevano da alcun disegno. Dove sta tutta la mia saggezza? Mi sono comportato da ostinato, inseguendo una parvenza di ordine, quando dovevo sapere bene che non vi è un ordine nell’universo.”
“Ma immaginando degli ordini errati avete pur trovato qualcosa…”
“Hai detto una cosa molto bella, Adso, ti ringrazio. L’ordine che la nostra mente immagina è come una rete, o una scala, che si costruisce per raggiungere qualcosa. Ma dopo si deve gettare la scala, perché si scopre che, se pure serviva, era priva di senso” […].
“Voi non potete rimproverarvi nulla, avete fatto del vostro meglio.”
“È il meglio degli uomini, che è poco”.

E dunque, consci di questo limite, di questa miseria, di questa esiguità, portata con fierezza fino in fondo la nostra guerriglia semiologica, solo allora possiamo godere dei sapienti spassi della menzogna.

Grazie maestro.

6 pensieri su “Quando Umberto Eco s’era tolta la barba

  1. bell’articolo, un doveroso elogio al maestro che talvolta mi ha fatto arrovellare il cervello su qualche suo testo peraltro riletto più volte a distanza di tempo e in cui son riuscita a trovar sempre spunti di riflessioni che mi parevan nuovi. Si può essere in linea o meno col suo pensiero, ma certamente ci ha lasciati un grande sapiente letterato.

    Liked by 1 persona

  2. Leggo or ora sul sito de la Repubblica: “Addio a Umberto Eco, l’uomo che sapeva tutto”. Una evidente forzatura (di comodo?). Quale essere umano può vantarsi di sapere tutto, ma proprio tutto? Boh!?!

    E leggo ancora che fece parte del Gruppo 63. Bene, che fine fece l’impegno degli intellettuali cosiddetti “impegnati”? e quello suo in particolare?

    Infine, per deliziare il volenteroso lettore:

    Piergiorgio Bellocchio, UN’ECO E’ UN’ECO E’ UN’ECO E’ UN’ECO
    http://www.quodlibet.it/images/pubblicazioni/Anteprima%20da%20Diario%20Bellocchio-Berardinelli..pdf

    (A suivre…)

    Liked by 1 persona

Lascia un commento

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...