Umberto Eco. Un ricordo attraverso tre libri

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di Guido Michelone

Umberto Eco era in Italia l’uomo di cultura per antonomasia e al contempo l’intellettuale più famoso all’estero. Esistevano tanti Umberto Eco: il semiologo, il professore, il romanziere, il saggista, il reporter della quotidianità e lo storico dell’estetica. L’Eco narratore nasce nel 1980 con Il nome della rosa, forse il romanzo migliore: da allora ne seguono altri sei: Il pendolo di Foucault (1988), L’isola del giorno prima (1994), Baudolino (2000), Il cimitero di Praga (2010), Numero zero (2015). Uno dei suoi ultimi, La misteriosa fiamma della regina Loana (2004) parla del sessantenne Yambo, libraio antiquario alla ricerca della memoria perduta dopo un incidente: e il volume, illustrato da immagini d’epoca, è un bellissimo esempio di ricordi della cultura infantile e adolescenziale tra anni Trenta e Quaranta, con cui Eco si confronta tra ironia, aubiobiografismo e nostalgie non troppo celate. In quanto a struttura, il nuovo romanzo è tra i più originali tra quelli scritti da Eco: e al di là del viaggio a ritroso nel tempo, affiora tra le righe il senso della Storia con la S maiuscola, oltre un drammatico ragionamento sull’umana esistenza, che sembra presagire dodici anni prima l’improvvisa scomparsa dell’autore stesso.
Eco, in vita, ha pubblicato tantissimi saggi, dai testi scientifici ai manuali didattici e avvincenti: tra questi c’è un bel librone illustrato e intitolato Storia della bellezza (2004), che è un discorso attraverso i secoli, dall’antica Grecia ai giorni nostri, su come l’essere umano rappresenti e realizzi il concetto di bello; l’idea del bello in natura, nel corpo femminile e maschile, cambia via via dal Medio Evo al Rinascimento, dal Barocco al Neoclassico, dai romantici agli avanguardisti, fino all’epoca attuale, in cui prevalgono i media: non a caso il ricco corredo di splendide immagini che sono parte integrante del testo, dopo Botticelli, Leonardo, Ingres o Friedrich, termina con le foto di Naomi Campbell e Kate Moss. Si tratta insomma di un libro importante che vale anche in qualità di storia dell’arte e della cultura, grazie al taglio per così dire, interdisciplinare.
La storia della bellezza fa da pendant con il successivo La storia della bruttezza (2006), benché pendant sia forse un termine riduttivo, giacché l’interazione fra i due testi è quasi perfetta a livello di impostazione, metodo, stimoli intellettuali: si tratta insomma di volumi speculari, anche se magari forieri di nuovi ulteriori sviluppi (una Storia della ‘medietà’ o una sulla ‘normalità’?). Ma, per limitarsi a La storia della bruttezza, che si può anche tranquillamente leggere (e sfogliare) da sola, senza tener conto dell’antecedente omaggio alla ‘beltade’ nel mondo dell’arte, della natura, del pensiero, occorre subito chiarire che va vista, e quindi giudicata – proprio perché sul ‘brutto’ – come un’opera e un’operazione fortemente innovative. In fondo, sulla bellezza, i filosofi, gli scienziati, i letterati, gli artisti, discutono fin dall’antichità, teorizzandone le regole che vengono più o meno rispettate o disattese nei vari contesti o fra le differenti epoche; ma in merito alle ‘brutture’ – nella vita come nell’arte, nell’estetica come nella letteratura – si è quasi sempre preferito tacere, quasi a volerle mettere tra parentesi: ‘brutto’, nell’accezione più vasta di orrido, tremendo, demoniaco, era qualcosa che non vantava e non poteva vantare una tradizione ermeneutica, poiché connaturata a un’idea negativa, pessimista, addirittura letale o dannosa dell’argomento in questione.
Infatti è solo a metà Ottocento – dunque in un’epoca vicina rispetto ai millenni trascorsi a disquisire sul bello – che risalgono i primi discorsi organici sul brutto, ma di fatto è con questa Storia della bruttezza che Umberto Eco offre una trattazione organica, per certi versi esaustiva – almeno in riferimento, come egli stesso esplicita nella premessa, all’evolversi della civiltà occidentale. Il curatore, specificando all’inizio che in sostanza esistono tre grandi categorie – il brutto in sé, il brutto formale, il brutto artistico – svolge il tema per ordine cronologico, puntando soprattutto su letteratura, filosofia e arti visive: in tal senso, il volume è una antologia ricchissima di immagini sorprendenti e brani altrettanto significativi, quasi a ricordare le opere enciclopediche multimediali di cui lo stesso Eco era stato iniziatore, su cd-rom, negli anni Novanta: e forse non a caso ora tornate in cartaceo, come allegati a testate giornalistiche. Ma entrambe le ‘storie’ (bellezza e bruttezza) sembrano anche un ulteriore tuffo nel passato più ‘remoto’, perché ricordano, ad esempio, la splendida divulgazione de L’uomo e l’arte che Eco produsse assieme a Battisti, sempre per Bompiani, nel lontano 1969.
Piace dunque ricordare, in conclusione, per onorane la memoria, che Umberto Eco, prima ancora che sociologo, professore, romanziere, saggista, reporter della quotidianità e storico dell’estetica, come detto all’inizio, era uno studioso, un poeta, un antropologo della vita moderna, grazie a quella scienza da lui propagandata in Italia che è la semiotica, oggi al centro di tante lauree in Scienza della Comunicazione; e allora si possono riprendere in mano i suoi trattati migliori, tutti editi dalla milanese Bompiani, tranne il divertente Diario minimo (Mondadori, 1963). Di testi non narrativi, oltre i due analizzati, Eco ne ha pubblicati ufficialmente una quarantina, senza contare le antologie o altre compartecipazioni: sempre attuali, istruttivi, ricchi di fascinazione e intelligenza restano Opera aperta (1963), Trattato di semiotica generale (1975), Lector in fabula (1979), Sei passeggiate nei boschi narrativi (1994), Cinque scritti morali (1997), Sulla letteratura (2002) e l’ultimo preveggente Riflessione sul dolore (2014).

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