Marie von Ebner-Eschenbach: Vita quotidiana

donna

All’indomani delle nozze d’argento che una coppia di riguardo avrebbe festeggiato solennemente con amici e parenti la moglie si sparò.
Fu una vicenda totalmente inspiegabile. La suicida era vissuta in circostanze alquanto favorevoli e tutti coloro che la conoscevano l’avevano amata e stimata molto. Se n’era andata senza congedarsi, senza lasciare una sola riga a nessuno dei parenti, nessun chiarimento, nulla che potesse essere interpretato come biglietto d’addio. Era andata verso la morte così come si va da una stanza all’altra. Sulla scrivania c’erano ancora il quaderno su cui aveva annotato le spese del giorno precedente e i soldi per il giorno seguente. Accanto, appena arrivato, l’omaggio di una associazione, di cui era stata presidentessa, venticinque rose La-France in un bel vaso d’argento e un pacco di telegrammi, in parte già aperti, con i più sinceri auguri e apprezzamenti nei confronti della signora.
Ma quella donna, alla quale erano indirizzati, era stata trovata morta nella poltrona vicino alla scrivania, accanto a lei, sul pavimento, la rivoltella con la quale si era sparata al cuore. Diretta al cuore. Uno sparo preciso, scattato da mano sicura.

Sua era la rivoltella, donatale dal genero militare circa un anno prima, proprio quando il marito aveva scelto come luogo di villeggiatura estiva una casa solitaria tra monti inospitali. Da ornitologo appassionato ed esperto qual era, sperava probabilmente di scoprire lì una specie particolare. Avevamo riso tutti quando il capitano di cavalleria, prima della partenza, aveva regalato alla suocera quella rivoltella, dicendole: “Portala con te, in caso di emergenza. Papà sicuramente si dimenticherà di sparare se, nell’attimo del pericolo, dovesse passare una graziosa rondine notturna.”
Il capitano di cavalleria era l’unico della famiglia che ogni tanto si permetteva di scherzare sul conto del “buon papà” e della “santa nonna”, l’unico a sfogare appena appena una certa bruciante impazienza nei loro confronti.
Gli altri mantenevano in praesentia un silenzio ironico; in absentia, probabilmente si sfogavano anche loro, quanto meno i più giovani della famiglia che, tuttavia, conoscevo poco. Al di là delle solite gentilezze che ci scambiavamo in occasione di qualche incontro occasionale, non c’era alcun rapporto tra di noi.
Entrai in casa poco dopo che la signora Gertrud aveva commesso il terribile gesto. Eravamo rimaste d’accordo che sarei passata da lei e insieme saremmo andate a un incontro della nostra associazione. Ora mi trovavo davanti i suoi familiari sconvolti dal dolore e dall’orrore. Il salone in cui si erano riuniti genitori e figlie era adiacente alla camera in cui la salma giaceva sul letto. Dalla porta aperta usciva un miscuglio di singhiozzi, gemiti e belati e, di tanto in tanto, giungevano delle risate isteriche. Privo di forze, l’infelice marito si era abbandonato alla disperazione. Si lasciò cadere in ginocchio davanti al letto, poi si alzò, cominciò a correre, si fermò, chiamando la defunta: “Trudel! Trudel!… non sei seria…è un brutto scherzo…non scherzare…svegliati…alzati!” Poi di nuovo una terribile risata, la disperazione, i tentativi del medico e dei due generi di acquietarlo, riuscendo infine ad allontanare il pover’uomo dalla salma e ad accompagnarlo nelle sue stanze.
Per tutto il tempo fui tormentata da rimorsi di coscienza. Perché il dolore sconfinato di questo infelice mi causava un’insopportabile pena, ma nessun autentico, partecipe sentimento di compassione? E per quale motivo? Ero diventata all’improvviso dura di cuore o così egoista che il profondo dolore provato mi rendeva del tutto indifferente al dolore altrui? La defunta mi era stata molto cara; eravamo legate da attività comuni che dopo lunghe battaglie finalmente erano state incoronate da successi importanti. Il vuoto che la sua morte lasciava era molto più grande di quello che io, ancora sotto choc, potessi immaginare.
Una cosa però compresi subito: il dolore sarebbe aumentato di giorno in giorno, avrei avvertito in tante occasioni diverse la mancanza di lei e della sua guida amorevole, calma e sempre sicura. Tuttavia, era chiaro che questo era il momento del dolore dei suoi familiari e non del mio. Ma quale era allora il motivo della mia insensibilità nei confronti della disperazione del povero marito?
La muta desolazione dei genitori, questa sì che mi toccava e anche il dolore della figlia minore, in ginocchio accanto alla poltrona del nonno. L’anziano uomo stringeva al petto la testa della nipote e le accarezzava il viso umido di lacrime. Ma non appena una sua lacrima cadeva sul viso di lei, la asciugava accuratamente con il fazzoletto, attento che questa singola pesante goccia non si mischiasse con le lacrime infantili che sgorgavano così facili e abbondanti. Non diceva una parola, non le raccomandava neppure di non piangere. O no! Sapeva bene che lei doveva piangere. Piangere ‒ un’arte che è privilegio della gioventù le cui lacrime riescono sempre a sconfiggere il dolore. Dopo il pianto sarebbe ritornata la serenità e ben presto le risa di questa giovane donna bionda e carina sarebbero risuonate di nuovo per salutare il marito di ritorno dalla parata. Piena di tenerezza avrebbe baciato i polpastrelli del suo bambino nella culla, scherzando con lui anche se certamente non era ancora in grado di comprendere. Avrebbe cantato e gioito della sua vita insignificante come se mai un’ombra avesse appannato lo splendore della sua chiara e insipida monotonia.
Per Eleonore, la sorella maggiore, sarebbe stato tutto diverso. Non avrebbe superato facilmente il colpo che oggi il destino le aveva inferto. Ciò che si leggeva nei suoi tratti non era un lutto infantile per la perdita della madre, ma un aspro rimprovero, un amaro rancore. Sulla fronte leggevo un’unica domanda: Come hai potuto farmi questo? A me, moglie di un futuro uomo di stato a un passo dal raggiungere un’importante posizione sociale! Ora sono bollata, a causa tua sono divenuta la figlia di una suicida. ‒ Sicuramente erano questi i pensieri della bella donna dal cuore di pietra. Aveva soltanto rimproveri per la madre, non chiese: chi ti ha spinta via da noi? Cos’era, povera, che ti ha reso la vita tanto insopportabile? Non fu capace, almeno non in questo momento, di un solo gesto di compassione.
Tornò il marito e assicurò gli altri famigliari che il povero papà si stava calmando. Si sedette accanto a lei, cercando con tenere parole, pronunciate a bassa voce, di quietarla. E lei, come un mendicante umiliato da un’elemosina comunque troppo povera, si rassegnò.
Del tutto diversa dalla reazione della nipote fu quella della nonna. L’anziana signora stava seduta in un angolo del divano, di fronte alla porta della camera, ora chiusa. Di tanto in tanto la guardava. La vegliarda, completamente assorta, tremava come schiacciata dal peso di una sentenza inesorabile. Il viso cereo esprimeva un dolore sopra ogni dolore. La mater dolorosa piangeva sotto la croce del redentore, eppure poteva vederlo nello spirito, risorto magnificamente, in eterna gloria… Questa povera madre piangeva una figlia, per la quale il messia era morto invano. Tra le mani teneva un rosario, che aveva tirato fuori come un automa dalla tasca, ma non pregava. Sua figlia era una suicida, quindi dannata per l’eternità e per quelli come lei non si poteva certo pregare.
Osservai a lungo questa pena senza parole, finché a un certo punto non riuscii più a sopportare. Mi avvicinai alla signora, mi sedetti accanto a lei, mi chinai e le baciai le mani fredde. Spaventata dal contatto con le mie labbra calde, sussultò, cercando di liberare le mani dalla mia presa. Ma io, sempre tenendole, cominciai, prima quasi balbettando, poi con sempre maggiore sicurezza, come fossi una professionista della menzogna, a parlare di una tragica casualità… Una casualità! Non era possibile altrimenti. Nulla di più crudele di quello che era successo… E io, che l’avevo sempre temuto e sempre cercato di metterla in guardia da un tale pericolo!… Che da sempre diffidavo di quella rivoltella conservata nel cassetto insieme agli statuti della nostra associazione. Purtroppo Gertrud era stata un po’ troppo incauta… Solo poco tempo fa era accaduto che avesse spostato la pistola che si trovava sul tavolo con la canna rivolta verso di lei … Mio Dio, come mi ero spaventata: Signora Gertrud, avevo detto, e se per caso l’avesse toccata? Avrebbe potuto sparare… signora Gertrud, non è mica carica? E lei aveva risposto: “Ma no, non credo.”
La povera madre mi ascoltava attentamente; le sua labbra serrate si rilassarono: “No, non credo”, ripeté a voce bassa. “Non lo sapeva? ”… Ha detto: “No, non credo?”
Continuai a mentire, inventai una serie di improbabili dettagli. Mi credette ‒ fui convincente ‒ la salvai…i suoi occhi sbarrati si inumidirono, si sentirono dei singhiozzi, pianse ‒ pregò.

Stavo ancora tessendo la mia rete di menzogne quando vidi il dottore entrare nella stanza. Aveva sentito le mie parole. Ci congedammo insieme. Dopo aver camminato affiancati senza proferire parola, egli, col suo modo tipico di scherzare nelle occasioni più inopportune, disse: “Certo, cara signora, che si è inventata proprio di tutto e di più!”
Al che io riposi: “Viva la menzogna misericordiosa!”
Scosse la testa declamando: “La verità, la verità, anche se fosse la nostra rovina!”
“La nostra! ‒ e anche quella degli altri? No, no, io non amo nulla che porti alla rovina. La verità dal mantello scarlatto e con la spada del boia o la soave menzogna misericordiosa che guarisce le ferite ‒ quali delle due sceglie, dottore?”
“Certo, nella mia posizione…”. Era diventato tutto serio. Fece una lunga pausa, poi proseguì: “Da vent’anni conosco questa famiglia e non avrei mai pensato che al suo interno potesse accadere un suicidio. La signora Gertrud l’ha commesso, senza dubbio, forse d’impulso, ma sicuramente in modo assolutamente lucido…perché? ‒ Questa donna tranquilla, operosa, apparentemente felice!… Deve esserci nascosto qualcosa, un segreto inconfessabile.”
Risposi che non credevo al segreto terribile, ma insisteva e allora non lo contradissi più. Se la fantasia di un uomo ragionevole comincia a oscillare, chi può fermare il suo volo? Avevano creduto alle mie menzogne, ma nessuno avrebbe creduto alla verità che presumo comunque di sapere.
La notte non riuscii a dormire, mi ossessionava il pensiero della povera Gertrud. Fino a quel momento ero rimasta immune da quel clima diffuso di calunnia che aleggiava nella famiglia, fui però amareggiata dal veleno con cui si denigrava la memoria di quella donna che io ricordo con grande stima. Migliaia di persone avevano beneficiato del suo aiuto. Era una donna forte e geniale, che grazie al grande talento e all’amabile saggezza era diventata il capo e l’anima della nostra associazione, e del cui straordinario operato noi eravamo orgogliose di essere partecipi. Io, che ho un carattere debole e accondiscendente, avevo sempre ammirato Gertrud proprio per queste sue doti, che la rendevano ai miei occhi un esempio irraggiungibile. Ma soltanto nel momento in cui mi capitò di vederla nella sua casa, l’immagine che avevo di lei cambiò. La nostra guida, così solida e lucida, sembrava distratta, insicura, quasi timida. Quante cose riesce a cogliere l’occhio spassionato ad un primo sguardo! Compresi immediatamente la solitudine in cui si trovava quella donna tra i suoi, come fosse emarginata tra due generazioni. La madre pesava su di lei, il padre non era di alcun aiuto. Lo conoscevo di vista, il famoso giurista, il combattente, il vincitore. Come professore aveva superato l’età pensionabile, ma proseguiva nella sua attività di scrittore.
Un uomo di alto rilievo, troppo alto per essere di appoggio ai familiari. Per te, il lontano è vicino e il vicino lontano, dissi tra me e me, dopo averlo osservato per un po’ di tempo, cogliendo lo sguardo dei suoi occhi azzurro acqua, illuminati da una luce interiore, che si fissava su un oggetto di fronte a lui. Un oggetto, che a noi poteva sembrare una caffettiera sulla credenza, ma che per lui era qualcosa di invisibile, un punto matematico, la sorgente di un grande pensiero nascente che si specchiava nei suoi occhi con folgore veggente.
Le due figlie… Cosa c’entravano loro con questa madre? Le erano vicine come due uccelli del paradiso a una leonessa. Thesi, la più giovane, era la tipica mogliettina di ufficiale, nella cui ammirazione si realizzava pienamente e che trovava superfluo ogni altro argomento non riguardante il reggimento del marito. La figlia maggiore era una bellezza imponente, simile alla signora Gertrud e, come lei, di alta statura. Aveva una testa nobile e i lineamenti al contempo fini e forti, che ci colpiscono nelle raffigurazioni delle antiche divinità. Durante quel pranzo che mi è rimasto in mente come qualcosa di estremamente penoso, ero seduta di fronte a lei e, osservandola, non potevo non aspettarmi che da questo essere meraviglioso venisse fuori una rivelazione dell’anima all’altezza del suo aspetto. Ma ogni smorfia, ogni commento esprimevano soltanto una arroganza fredda e offensiva che conferiva al suo bel viso un che di volgare.
Povera Gertrud ‒ tra lei e queste giovani donne non ci poteva essere nessun dialogo, nessuna intesa. Senza un ordine preciso, ma, come si dice, goccia a goccia, mi giungevano, nell’angosciosa notte successiva alla sua morte i ricordi di quelle impressioni della vita familiare che avevo colto allora. Il comportamento delle figlie che, in presenza di una estranea, si mostravano verso di lei prive di amore e di riguardo, come saranno mai state nell’intimità…
Si percepiva che, di fronte a me, tutti si trattenevano, ma ciò nonostante, non riuscivano a nascondere la crescente impazienza per il ritardo del papà. Il funzionario di stato, di tanto in tanto, rinfocolava la tensione con dei commenti pungenti e la situazione si fece ancora più pesante quando Gertrud chiese a sua madre se non era il caso di cominciare ‒ proposta che questa rifiutò come se la figlia le avesse chiesto di incendiare la casa. Il nonno non vedeva né sentiva nulla, immerso com’era nei suoi pensieri, in un altrove lontano dal mondo reale. Intanto il comandante di cavalleria e sua moglie si erano affacciati alla finestra e continuavano a conversare animatamente. Sembrava che lei gli chiedesse qualcosa e lui la rimproverasse. Alla fine si precipitò da Gertrud, dicendo: “Scusa mamma, ma ci sono delle cose che non cambiano mai…”. E con queste parole salutò e uscì dalla sala.
Thesi si sciolse in lacrime, la nonna brontolò, le espressioni del funzionario ministeriale e di sua moglie si fecero sempre più sprezzanti. Imbarazzata, Gertrud si scusò con me e io avrei voluto essere il più lontano possibile, pensai: mai più accetterò un invito a pranzo in questa casa.
L’atmosfera era ormai irrimediabilmente rovinata quando l’artefice di questa calamità entrò in sala. Come la maggior parte delle persone che sono notoriamente in ritardo era sempre di fretta. In strada si era soliti vedere lo studioso alto e magro camminare con passi rapidi, la testa piegata in avanti, gli occhi distratti, il soprabito scombussolato dal vento, perfino quando questo non soffiava affatto.
Tuttavia, egli venne accolto dalla moglie e dai suoceri senza una parola di rimprovero, salutò in modo gentile e perfino caloroso, sfiorò la testa delle figlie, sciupando la pettinatura di Eleonore, e si incastrò con uno dei gemelli nei capelli di Thesi. Non si accorse neppure che gliene aveva strappato qualcuno e nemmeno si rese conto che il genero mancava a tavola e che la figlia minore aveva il muso. Quando questa diede voce al suo rancore, si mostrò pieno di rimorsi. ‒ Se n’era andato il Kari, affamato, senza aver mangiato? Ahimè! Era dispiaciuto, veramente. Non sarebbe sicuramente più successo… e, del resto, non accadeva mai, solo oggi, perché aveva trovato in biblioteca un libro… che cercava da tempo… un libro strano… e immerso nella lettura non si era proprio accorto che il tempo passava…
Poi cominciò a discutere con il professore di questo libro e, ma sì, non mi sarebbe affatto dispiaciuto ascoltare la dotta conversazione dei due uomini. Tuttavia il comportamento del resto della famiglia mi rovinò questo piacere.
L’anziana signora aveva dato inizio a un vero e proprio concerto fatto di sospironi e colpetti di tosse. Ella avvertiva un che di irreligioso nel discorso dei due signori, e mi lanciava dall’altra parte del tavolo delle piccole previsioni del tempo, pensate evidentemente come brevi intermezzi, che accompagnava con sorrisi malinconici. Povera cara, brava donna! Saremmo dovute uscire insieme dalla sala e la stessa cosa avrebbero dovuto fare i giovani, senza i loro genitori, s’intende.
Thesi insisteva nel tenere il muso, mentre i coniugi davano prova di quella specie di telepatia che esercitavano d’abitudine. Eleonore finse di sbadigliare con discrezione, mentre il marito, protendendo il viso in avanti, alzò lo sguardo ‒ sembrava un giardinetto nel quale spuntavano diversi tipi di barbe.
Di tanto in tanto Gertrud cercava di contribuire alla conversazione con qualche domanda od osservazione, sempre intelligente e giusta. La reazione del padre fu quella di annuire gentilmente verso di lei, dicendo con evidente soddisfazione: “Non posso negarlo, ha ragione!”. Il marito però, visibilmente infastidito, ripeté più volte in tono piagnucoloso: “Trudel ‒ no! No ‒ Trudel.”
Senza dubbio apparteneva a quella specie di studioso che non permette alla donna, se pure molto amata, di mettere il naso nel proprio territorio. Gertrud continuò ad ascoltare con attenzione, tenendo però questa volta i pensieri per sé. Alcuni tentativi di indirizzare la conversazione verso temi di comune interesse fallirono. Arrossì imbarazzata e alla fine tacque.
Imbarazzata e piena di vergogna ‒ quella donna! Ma davanti a chi? A quelle pupattole delle figlie e a quel bellimbusto del genero?
Dopo il pranzo, quando già ci eravamo accomodati nel fumoir, il dirigente ministeriale mi si avvicinò, facendomi notare alcune cose a proposito della mia “attività di scrittrice”, mentre si fregava le mani con visibile piacere, come se le stesse lavando in acqua tiepida con un sapone profumato. “Apprezzo in particolare le sue ultime opere…“. E poi citò i titoli di alcuni libri, belli, ma che certamente non avevo scritto io.
All’improvviso, proprio nel momento in cui cercavo di farglielo presente, si sentì un rumore che somigliava a uno schiocco di frusta. Ci guardammo tutti. Cos’era successo? Il padrone di casa aveva dato un bacio alla moglie.
Strano ‒ non tanto il bacio, quanto il rumore e il suo penoso seguito. Il dirigente ministeriale, Eleonore e sua sorella ridacchiarono, senza nascondersi e di nuovo Gertrud arrossì davanti alle figlie. Solo quel bravo studioso del marito non notò alcunché. Si sedette accanto alla moglie, tenendo con la mano destra la tazza del caffè e continuando con la sinistra ‒ entrambe ugualmente trascurate ‒ ad accarezzarle la mano. Lei aveva abbassato gli occhi, sembrava inorridita ma, pur con le labbra serrate e le guance di un colore indefinibile, non ritirò la mano.
Ritengo questo un atto eroico.
Eppure c’erano gesti più importanti che lei ogni giorno doveva compiere. Ma del più arduo venni a sapere in occasione di questo infelice pranzo in famiglia.
Per puro caso ero arrivata insieme ai suoi genitori e subito dopo le presentazioni il professore aveva espresso il desiderio di vedere alcune curiosità ornitologiche che proprio in quel momento erano esposte nella sala accanto. Gertrud lo accompagnò e io rimasi sola con l’anziana signora.
Era insicura, angosciata, si capiva che aveva un peso sul cuore, voleva dire qualcosa, ma non sapeva come cominciare. Finalmente, dopo aver preso coraggio, mi disse che era a conoscenza di quanto Gertrud mi stimava. Non feci la modesta, ma accolsi questa dichiarazione con gratitudine. Ora il ghiaccio era rotto. O se solo potessi esercitare la mia influenza nell’unico modo buono e giusto! Lei non riusciva a credere che io ritenessi giusta la via che sua figlia stava per intraprendere. Non capii subito ‒ parlava in modo non tanto chiaro e a bassa voce ‒ che secondo lei esisteva solo una via “giusta”, la via della chiesa… perché sua figlia si era messa a capo di un’associazione anticlericale?… Quando la rassicurai che la nostra associazione non si occupava né di cose clericali, né religiose, e che noi non avremmo assolutamente preso alcuna posizione pro o contro una confessione o un partito, si dimostrò terribilmente sconvolta… ecco, questa era proprio la cosa più triste, la più orribile! Non pro ‒ e quindi contro! Senza neanche pensare ripeté quel verdetto inesorabile con cui di solito si condannano le ambizioni pure e nobili. Eppure, non lo fece con fanatismo, ma in modo soave, quasi come se si volesse scusare. Non c’era alcuna durezza in lei, il tono della voce era commovente, pregava, aveva le lacrime agli occhi. Non vi era dubbio alcuno, ogni parola sgorgava dal profondo di un’anima angosciata e per quanto il motivo della pena mi apparisse infantile, quel tormento, che di notte le rubava il sonno e di giorno la pace, era autentico. Mi dolse, da estranea, non poterla aiutare a liberarsi dallo strazio; fossi stata io la figlia, forse mi sarei arresa, nonostante le mie convinzioni. Ma Gertrud resisteva. Lei aveva la forza! Restava fedele a quella occupazione che dava alla sua vita un nobile senso. Ma a che prezzo pagava questa vittoria quotidiana!
Quotidiana ‒ ecco il punto. Quella sofferenza che ogni giorno il destino le procurava, alla fine le divenne indigesta, la forza che la sua anima aveva coltivata per molti anni, improvvisamente cedette e lei si rassegnò.
Forse non sarebbe arrivata a questo punto se avesse esercitato meno autocontrollo; forse si sarebbe salvata se la fermezza di tanto in tanto le fosse venuta meno. ‒
Ma quel silenzio, quell’eroico silenzio, quell’orgoglio, che avrebbe dovuto superare per confidarsi con me o con un’altra persona cara! Se avesse detto: Guarda, sono soltanto delle minuscole punture, ma colpiscono sempre le stesse ferite. Non le reggo più. Quando si ha il coraggio di urlare: Non ce la faccio più! ‒ allora si sopporta.
Ma rimanere muti, non aprire una valvola di sfogo alla propria impazienza, all’ira, al dolore significa peccare contro la propria forza. E’ come se ogni sera uno spingesse contro la parete la polvere che durante il giorno è caduta sul proprio lavoro, … lungo la parete si accumula allora una massa, sempre più alta, fino a diventare un bastione che minaccia di cedere quando sempre nuove scosse lo devastano. E’ solo una questione di tempo, fino a quando perde l’equilibrio e crolla sopra il suo costruttore.
Sicuramente il dottore aveva ragione quando aveva detto: “E’ stata una decisione improvvisa.” Sono convinta che non avesse mai pensato al suicidio. Ma era arrivato il giorno in cui si doveva celebrare la sua felicità domestica, in cui sarebbe stata costretta a tesserne le lodi e a esprimere gratitudine a Dio e ai suoi familiari… e di questo non era capace. Dominio di sé fino all’estremo confine del possibile, sì… ipocrisia ‒ no!
Ecco, io mi spiego così il suo gesto. Eppure saranno pochi a condividere questa spiegazione. Sento già tutte le obiezioni, così palesi come se mi risonassero a gran voce nelle orecchie.
“Ridicolo!” dicono le figlie, “se dovessimo spararci perché alla mamma dispiace quel che facciamo, saremmo morte da tempo!”
“Mio Dio”, dicono molte mogli, se avessimo da rimproverare ai nostri mariti soltanto il fatto di arrivare in ritardo a tavola e di esprimere i loro sentimenti in circostanze inopportune, ci potremmo ritenere donne fortunate!”
E le madri rassegnate dicono: ”Un nesso?” O mia cara, lasciamo che la gioventù vada per la propria strada e segua i propri interessi! Ne ha diritto, così come l’avevamo noi davanti ai nostri genitori. Non avendone fatto uso è da considerare né una virtù, né una colpa, attribuiamolo piuttosto allo spirito del tempo. Se noi pretendiamo questo nobile regalo dobbiamo anche essere in grado di restituirlo e se non ne siamo capaci, significa che non ci rimane altro che rassegnarci a ciò che è irrevocabile ‒ con una buona dose di senso dell’umorismo!”
E i più soavi tra i pii scuoteranno la testa, dicendo tristi: “Le motivazioni che lei ha addotto per difendere un suicidio, ammetta che di ciò si tratta, non possono scusarlo!”
Condannatela dunque! Io la ricorderò sempre come una cara guida, che per qualche tempo camminò davanti a me su un sentiero largo e soleggiato.
Gioiosa e piena di fiducia le andai dietro, sperando di poterla seguire per sempre, verso obiettivi sempre più alti. Ma improvvisamente, quando proprio cercavo la mia guida, lei era scomparsa e la strada sulla quale poco fa ancora camminava, era vuota.

Traduzione di Stefanie Golisch

2 pensieri su “Marie von Ebner-Eschenbach: Vita quotidiana

Lascia un commento

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...