Il mistero della Gioconda

Gioconda
di Augusto Benemeglio

1. Un atto di venerazione

Vi è forse capitato, come è capitato a me diversi anni fa (trenta, forse quaranta) di andare a Parigi solo per vedere la Gioconda, incanalati, pressati come sardine, lungo la Grande Galerie del Louvre, nella sala VI, dietro migliaia di persone, per l’incessante, quotidiano pellegrinaggio alla Regina incontrastata dell’Arte, all’opera più famosa di tutti i tempi? Allora avrete capito che non è una visita, ma un vero e proprio atto di venerazione, uno straordinario sincretismo religioso , che si realizza in nome dell’arte. Gente di tutte le latitudini, di tutte le religioni, di tutte le razze, di tutti i ceti sociali, di tutte le lingue, si ritrova là, disposta a semicerchio, nel santuario di Monna Lisa, davanti alla “reliquia” , alla silente icona di Parigi ( ironia della sorte per un’opera italianissima) dipinta da uno dei più grandi geni – forse il più grande – che l’Italia e l’umanità abbiano mai avuto: Leonardo da Vinci. E tu ti ritrovi lì, a fulminare di flashes quell’oggetto misterioso , quel sorriso enigmatico, insieme ad altri affamati di mistero, in particolari ai giapponesi che fanno clic-clic ovunque, al bidè sbreccato, alla nuca del corazziere, alla coda del cavallo, alla manica del prete, all’ombra del cane sull’asfalto, alla risata, la monetina, la marmellata, al cinto ernario, immaginiamoci alla Gioconda.

2. Sorrido perché so di potervi far del male

Ma in realtà Monna Lisa tu non la vedi , tutt’al più la intravedi . C’è una distanza di sicurezza, c’è la vetrina blindata che racchiude l’immaginetta – fissata alla parete col cemento , protetta da due lastre di vetro antiproiettile a tripla lamina , poste a venticinque centimetri l’una dall’altra. Tu la puoi solo immaginare, la Gioconda. Alla fine te la rivedi sul depliant, o ne compri una delle tantissime orrende copie che stanno vicino alla biglietteria. E ti porti a casa quella , oppure quella presa in fotografia, ma potrebbe essere una qualsiasi, magari costruita da te stesso, come hanno fatto a milioni, artisti celebri compresi ( Legér , Dalì, Duchamp, Magritte , Warhol , Botero , ecc) nell’intento di sacralizzarla, o dissacrarla. E’ una specie di wudu, Monna Lisa, che trovi dappertutto, dai purganti ai preservativi. Quando fu trasferita a Tokio , nel 1974, molti giapponesi passarono la notte sui marciapiedi per avere accesso tra i primi al fanum dove li aspettava – scrive Ceronetti – “col sorriso alzato , la crudele Lisa… Circa cento milioni di giapponesi pazienti, muniti di una o più macchine fotografiche con rullo vergine, si sono messi in fila , dalle isole settentrionali dell’arcipelago al monte Fuji, per godersi dieci secondi d’immersione in quel sorriso gelato, più mercuriale del mare di Minamata… Era come far bere loro una cesellata tazzina di cicuta. Con quell’ ambiguo sorriso dipinto , sapientemente svuotato di umano, molto più simile al sorriso delle immagini visnuite e shivaite indiane che a quelle di una donna dell’Occidente , con quel sorriso che è una trappola aperta sembrava che la Gioconda dicesse: Sorrido perché so di potervi far del male. Ed è questa la ragione di molti sorrisi”, conclude Ceronetti.

3. Da Napoleone a Orlan, tutte le follie in nome della Gioconda

E tuttavia chissà cosa darebbe uno , non necessariamente giapponese , per poter aprire quel tabernacolo blindato , per poter vedere da vicino quel sorriso stregato , che eccita tumulti e follìe, da Francesco I , che la acquistò, a Napoleone Bonaparte che se la portò in camera da letto, a Gautier (“sta in piedi silenziosa/ accanto ai flutti risonanti”) Baudelaire ( “Angelo sorridente/ specchio misterioso”) Valery e D’Annunzio che delirarano dinanzi alla femme fatale , ma c’è chi , da lei sedotto, addirittura la rapì , come Vincenzo Peruggia , un decoratore italiano che lavorava al Louvre , che se la portò sottobraccio uscendo dal museo. Fu un affare di Stato. Si sospettarono dapprima i tedeschi, poi Apollinaire (che finì in prigione) e la banda Picasso, ma anche i marinettiani, tutta gente che aveva più volte manifestato verso la Gioconda intenzioni omicide. I servizi segreti la cercarono ovunque, a Pietroburgo, in America, in Nuova Zelanda. Finchè ricomparve, consegnata agli Uffizi di Firenze, dove avrebbe dovuto stare, secondo il ladro pittore dilettante italiano, e il 31 dicembre 1913, con una folla delirante, ritornò nel suo covo, al Louvre, pronta a ricominciare, con la folla incredibile di devoti sparsi in tutto il mondo , alla teoria degli sguardi, dei sospiri e dei delirii, delle mai sopite follìe. (C’è stato , nel 1956, un boliviano , Hugo Unzaga Villegas che scagliò una sassata contro la tavola, danneggiandola all’altezza del gomito, perché non poteva resistere al suo sorriso; e l’industriale Leon Mekusa che s’innamorò perdutamente della Gioconda, al punto da vendere tutte le sue imprese e farsi assumere come custode del Louvre, in modo tale di essere il primo la mattina a salutare Monna Lisa. Ma il massimo della stravaganza lo ha compiuto ,nel 1990, una donna , tale Orlan, che si è sottoposta a intervento di chirurgia plastica per assomigliare “ esattamente” alla Gioconda) . Ma la Gioconda deve subire anche delle visite tecnico-sanitarie, come se fosse una creatura in carne e ossa.

4. I segreti di Monna Lisa rivelati da un tecnico

Una volta l’anno , infatti, s’apre il tabernacolo di Monna Lisa, si misura la temperatura della Gioconda, se ne verifica l’integrità, si controllano le eventuali dilatazioni del supporto ligneo. Sono solo pochissimi i privilegiati che possono affermare di aver visto veramente la Gioconda, di averla annusata, odorata, toccata. La massa adorante dei visitatori si deve accontentare dell’ostensione, più che della visione. “Entrano nel museo docili – diceva Bernard Berenson, al comando delle guide -, corrono davanti al capolavoro, si inchinano dinanzi ad esso ed escono felici senza aver capito nulla”. E’ vero, purtroppo, posso confermare.
Ma un giorno ho avuto il raro privilegio di parlare con uno degli studiosi che hanno visto veramente la Gioconda. Non posso rivelare il suo nome né le circostanze del nostro colloquio, ma ecco quel che mi ha detto sull’opera più celebrata del mondo, che sembrerebbe fatta di una materia particolarmente preziosa. “In realtà, mi dice, si tratta di una tavoletta di pioppo alta settantasette centimetri e larga 53, che forse, in un lontano passato, è stata addirittura ridotta perché non si adattava alla cornice, oppure si dovevano rifare i bordi ammalorati. Se c’era un legno che Leonardo non usava mai era il pioppo (gli preferiva il noce, il cipresso, il sorbo, il pero e mille altri legni), ma stavolta, forse l’unica volta, lo fece. Ci passò sopra uno strato fine ma molto compatto di gesso e sopra questa preparazione stese i colori di base: blu nella zona superiore del paesaggio, rosso nella zona inferiore. La pittura a olio venne applicata per strati di velature con uso di ocre rosse e gialle , biacca e forse anche lacche. Ci lavorò un mucchio di tempo, quando ce l’aveva il tempo (praticamente mai) , ma non la finì. Non sono state completate le due colonne che incorniciavano ai lati la signora, il parapetto alle sue spalle e un punto del paesaggio a sinistra. Il ritratto risulta essere stato modificato in corso d’opera . Leonardo aveva impostato diversamente il volto , privo di velo, più smagrito nelle guance, senza i capelli che cadono in prossimità del petto e soprattutto senza sorriso.

5. La Gioconda senza sorriso? Ma ne è proprio sicuro?

Certo che sono sicuro. Aveva la bocca serrata in un’espressione seriosa, quasi amara. Sovrapponendo colore, mediante sottili e ripetute velature, il maestro cambiò i connotati della dama, e questo conferma la lunga elaborazione del quadro e la graduale trasformazione fino al punto che osserviamo oggi. C’è qualche traccia d’antichi restauri, ma la materia pittorica della Gioconda si è perfettamente conservata, se si escludono una fenditura visibile in alto sopra il capo della donna e il piccolo danno sul gomito sinistro , provocato da una pietra lanciata contro il quadro da uno squilibrato nel 1956. C’è da dire, però, che l’ingiallimento delle vernici ha alterato le tonalità originali dei colori; se ci si fa caso, l’incarnato appare giallastro e il paesaggio è accordato su toni verdastri. Non si riesce inoltre a capire se Leonardo abbia dipinto o meno le sopracciglia. Secondo alcuni testimoni del 1600, la donna non doveva averle , secondo il Vasari invece ce l’aveva e come, e Leonardo le dipinge da par suo: “Le ciglia … i peli nella carne, dove più folti e dove più radi… non potevano essere più naturali”. E’ un enigma. Ma si è propensi a credere che maldestre puliture antiche abbiano fatto sparire quei fragilissimi particolari di natura, dipinti in punta di pennello.
Ma c’è chi, come Federico Zeri, avrebbe voluto invece ulteriormente pulire quel quadro. “Le strane atmosfere sfumate in realtà non esistono e sono dovute solo alle innumerevoli mani di vernice e allo sporco, che stanno sulla superficie del quadro… Una volta restituita al quadro la sua pelle originaria, il mistero della Gioconda si vanificherebbe”.
Naturalmente nessuno osa avventurarsi in un’operazione del genere, rischiando di cancellare il famosissimo “sorriso” della Gioconda.

6. Ma chi è veramente la donna raffigurata?

Oggi ci sono un’infinità di supposizioni, di ipotesi, le più assurde, fantasticate , strampalate, ma secondo me bisogna rifarsi al Vasari, e lui dice che si tratta di Lisa Gherardini, nata a Firenze nel 1479 da una famiglia di non altissimo lignaggio, una bellissima madonna fiorentina che a diciannove anni aveva sposato il mercante e notabile fiorentino Francesco del Giocondo, già due volte vedovo, e vent’anni più anziano di lei. Nel 1502, o 1503, Del Giocondo aveva commissionato a Leonardo il ritratto della giovane moglie, ma non fece i conti con la lentezza e la mania di perfezione del maestro, che si portò con sé il ritratto quando si trasferì nel 1507 in Lombardia. Leonardo lo tenne con sé anche quando si trasferì in Francia, nel castello di Cloux presso Amboise, al servizio di Francesco I, e lo finì tra il 1510 e il 1513. Alla sua morte ( 2 maggio 1519) il quadro venne in possesso del suo allievo Gian Giacomo Caprotti da Oreno, detto il Salaì (il diavoletto), che aveva seguito Leonardo in Francia. E il Salaì, (o i suoi eredi) lo vendette al re di Francia per ben 2604 lire tornesi, pari a 12mila franchi, allora una cifra molto considerevole.

7. Il Vasari e Monna Lisa

Il Vasari aveva conosciuto la Gioconda – che visse fino all’età di sessantatré anni -, e dice che Monna Lisa era bellissima, e mentre il maestro la ritraeva, c’era chi sonasse, o cantasse per lei, e buffoni che la facevano stare allegra, per levarle quel che di malinconico che c’è quasi sempre nei ritratti: “Et in questo di Lionardo vi era un ghigno tanto piacevole che era cosa più divina che umana a vederlo, et era tenuta cosa meravigliosa, per non essere vivo altrimenti”.
Con buona pace di Zeri, quel sorriso (o ghigno) incantatore c’era già, ed era quello che aveva esercitato un’attrattiva irresistibile su Antonio Betis, il segretario del Cardinale d’Aragona, che si era recato a Amboise a far visita al maestro nell’ottobre del 1517 e poi ne parlò al suo padrone, e questi al re Francesco I di Francia, che volle il quadro ad ogni costo e, vedutolo, se ne invaghì follemente. Se lo portò nel suo museo personale, il castello di Fontainebleu, e lì rimase fino alla sua morte.
La Gioconda, come abbiamo accennato , è stata anche molto odiata, soprattutto da artisti e critici contemporanei. Ma c’è stata – e c’è tuttora – gente che ha trascorso un’intera vita per carpirne il segreto. C’è stato chi nel quadro ha ricercato rapporti matematici, geometrie occulte, riferimenti astrologici, e c’è stato chi ha sostenuto che la Gioconda è in realtà il ritratto non di una donna, ma di un uomo, Leonardo stesso. E c’è stato, infine, chi ,recentemente, ha ravvisato una impressionante somiglianza con l’attore americano Michael Douglas.

6. Era una donna incinta?

Ma il segreto della Gioconda , il segreto del suo sardonico sorriso, fa parte dei misteri dell’universo: è nel volto del vecchio, come nello sguardo del bambino, nel mare, o in un tramonto . Certo siamo di fronte a un’opera senza precedenti nel campo della ritrattistica, non solo per la forte introspezione psicologica che il volto esprime, ma perché lo stesso Leonardo avverte l’esigenza di dare una svolta alla pittura ed esorta i pittori ad essere “universali”, come annota nei suoi appunti. Un ritratto deve risultare assolutamente diverso e innovativo rispetto a quelli impeccabili, ma senza vita, della tradizione italiana e fiamminga del quattrocento. Bisogna che i ritratti respirino, come creature vive, bisogna dare un’anima al volto che si dipinge. E lui gliel’ha data l’anima a quel volto di Monna Lisa. Con infinite, sottilissime velature le ha dato il palpito del sangue sotto la cute, le ha dato l’intensità di uno sguardo con occhi lucidi, le ha dato quel sottile gioco espressivo dei muscoli facciali che formano il sorriso. Ed anche le mani sono eloquenti veicoli di verità, come il paesaggio sullo sfondo , in un’atmosfera pregna di sostanza aerea. Bisogna – dice il maestro – che il ritratto si trasfiguri in un ritratto ideale, che contenga tutti i ritratti possibili, nel quale la posa, la bellezza del soggetto, il suo armonioso inserirsi nel contesto naturale, rimandino a valori più alti, ovvero alla virtù, moralità, nobiltà, castità, amor di Dio. Forse è quella impalpabile bellezza interiore il vero segreto della Gioconda, e il suo sorriso non è sardonico, non è ambiguo, non è un ghigno, ma l’espressione della verecondia modestia di una donna sposata, e, forse, anche incinta.

Roma, 18 febbraio 2016

12 pensieri su “Il mistero della Gioconda

  1. Grazie a Fabry, che è sempre gentilissimo e affettuosissimo nel veicolare questi miei articoli su lpels, che è una vetrina importante.
    E grazie a te, cara Emanuela , sempre puntuale nel seguire questi miei “viaggi”, spesso estemporanei, corredandoli e ornandoli sempre di belle parole immagini e canzoni, con finezza di gusto e sensibilità. Mi devo ricordare di offriti almeno un caffè, magari corretto, nei prossimi incontri.
    Te lo meriti ampiamente. Un abbraccio.
    Augusto

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  2. Pingback: atti di venerazione | ATBV

  3. Grazie, caro Augusto, per questo preziosissimo contributo di lettura della Gioconda. Davvero formidabile la tua ipotesi finale che, con il cuore e con la ragione, “sento” assai prossima al vero: ” il suo sorriso non è sardonico, non è ambiguo, non è un ghigno, ma l’espressione della verecondia modestia di una donna sposata, e, forse, anche incinta”… Il mio saluto più caro.

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  4. L’ipotesi principale riguardo al personaggio ritratto è che sia il ritratto di una signora fiorentina, stranamente non consegnato al committente. […]. Carlo Vecce è arrivato ad affermare che, iniziato il ritratto di Lisa Gherardini a Firenze e lasciatolo a mezzo, Leonardo ne avrebbe mutato il soggetto a Roma terminandolo come ritratto di Isabella Gualandi. […]. C’è chi vi ha visto una donna incinta. Martin Kemp vi scorge un’analogia tra la futura madre e l’acqua sullo sfondo come madre della Terra, chi un ideale di bellezza universale, chi un compendio dell’arte e delle conoscenze di Leonardo: Monna Lisa contiene nel suo corpo il mondo, è il paesaggio. Ma forse il quadro è anche e contemporaneamente un abile gioco di prestigio, un artificio sofisticato, un complesso trucco pittorico, per raffigurare non una persona vera, ma un volto ideale, un concetto. La stessa luce che pervade il dipinto è artificiale, frutto delle conoscenze di ottica dell’autore: “L’illuminazione del volto non corrisponde affatto all’illuminazione naturale di una loggia, che dovrebbe ricevere la maggior parte della luce dal lato aperto verso l’esterno. Nel ritratto, tuttavia, Lisa è illuminata da una fonte di luce situata in alto a sinistra, oltre il margine del quadro e non troppo lontana dalla sua superficie. L’illuminazione del volto, veicolo per eccellenza dell’espressione dell’anima, risulta quindi frutto di un artificio”. (F. Zöllner, Leonardo da Vinci, Taschen, 2011, trad. it. B. Baroni, L. Butani, S. Candida, F. Pilli, V. Tipertelli, p. 161). […]:l Mario Alinei (1926) ha sostenuto, basandosi su una sua esperienza personale connessa alla morte di una persona cara, e analizzando la personalità e le opere di Leonardo, che sia il ritratto di una giovane donna morta, con gli occhi ancora aperti.
    Sia il ritratto di una donna incinta, che l’autoritratto al femminile di Leonardo, che l’idea di Alinei contengono temi ricorsivi. Nella prima ipotesi abbiamo un volto nascente dentro un altro, nella seconda un volto ne nasconde un altro, nella terza: “La Gioconda è, di fatto, due volte finta: finta in quanto opera d’arte, ma finta anche come morta che si finge viva. […]. Proprio come nel gioco di prestigio, in cui non siamo noi a vedere, ma qualcuno che ci fa vedere ciò che vuole. […]. La Gioconda ci appare, così, come una nuova e straordinaria interpretazione della Medusa che Leonardo disegnò da giovane, […] Una Medusa moderna ed eterna, […], ci fa prima sentire il profumo dell’amore, e poi ci conduce a sfiorare la morte lasciandoci, smarriti, sull’orlo di un abisso.” (M. Alinei, Il sorriso della Gioconda, Il Mulino, Bologna, 2006, pp. 122-3).
    Nell’inquietante e suggestiva ipotesi di Mario Alinei, la prima opera andata perduta di Leonardo e collegata con l’ultima. Leonardo per soddisfare l’ipotesi di Alinei potrebbe “semplicemente” aver fatto un ritratto ideale di una giovane donna morta basandosi sulle sue esperienze di anatomista. . Alinei potrebbe aver visto giusto. Le varie teorie non si escludono a vicenda, che siano state avanzate e validamente sostenute è comunque significativo. […] Cfr. ebook/kindle. Leonardo e Michelangelo: vita e opere.. Grazie.

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  5. Grazie a te , Paolo, è sempre con grande piacere che registro i tuoi interventi che hanno il dono dell’essenzialità, della pulizia del dettato, dello spirito predisposto ad una dialettica fattiva, con lo sguardo volto agli occhi dell’altro. ( Mentre scambiate il gesto della pace, guardatevi l’uno negli occhi dell’altro, ci diceva sempre Fabrizio, e aveva pienamente ragione. ) S’approssima il nostro incontro a Roma, sono sicuro che sarà foriero di cose belle e interessanti. Un abbraccio.
    Augusto

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  6. Caro Massimo, sono tutte molto interessanti, di più, affascinanti le varie ipotesi che ci hai elencato sul ritratto delle Gioconda. Per dipingere la quale Leonardo ha messo in campo tutte le sue capacità di osservatore e “falsario” della natura. Ma non era questa la sua unica aspirazione. In più d’una occasione – scrive Marco Carminati – , nel Libro della Pittura, egli esorta i pittori ad “essere universali”. A che cosa allude? Probabilmente al fatto che non basta ritrarre “al naturale” una dama come Monna Lisa Gherardini. Bisogna che il suo ritratto si trasfiguri in un ritratto ideale, nel quale la posa, la bellezza del soggetto, il suo armonioso inserirsi nel contesto naturale, rimandino a valori più alti. Virtù, moralità, nobiltà, castità e timor di Dio erano i valori più significativi in quell’epoca rinascimentale, siamo molto lontani, anzi, agli antipodi, della “femme fatale”. E forse è questa impalpabile bellezza interiore il vero segreto della Gioconda. Di sicuro ciò è stato percepito come tale dai primi ingegni dell’epoca, a partire dal giovanissimo Raffaello. La Gioconda, un po’ come l’ Iliade e L’ Odissea costituiscono un modello e una svolta, il limite che non è più possibile superare nel campo della poesia e dell’arte. Ed è per questo che è sopravvissuta sino ad oggi, eternamente giovane, ai diversi giudizi degli uomini.
    Poi tutte le ipotesi da te formulate , con tanto di citazioni, sono sicuramente suffragate da attendibilità storica e scientifica. E’ verissimo che Leonardo i ritratti li faceva al chiuso della bottega ( c’è un bel quadro di Cesare Maccari , Leonardo che ritrae la Gioconda, che ce lo propone, ma non so come postarlo) perché – consigliava come e dove sia meglio porre la fonte artificiale “affinché il ritratto appaia più ricco di rilievo”. E poi sicuramente ha usato tutta una serie di tecnici e di accorgimenti …alla Leonardo. Un ritratto – diceva – deve risultare assolutamente diverso e innovativo rispetto a quelli impeccabili e senza vita della tradizione italiana e fiamminga quattrocentesca. Bisogna che i ritratti respirino, bisogna dare un’anima al volto, e lui lo fa – riproducendo con infinite e sottilissime velature il palpito del sangue sotto la cute, l’intensità di uno sguardo con gli occhi lucidi, il sottile gioco espressivo dei muscoli facciali ( ecco il sorriso!) , anche qualora si fosse trattato – per assurdo , per macabro paradosso – del viso di una donna morta!
    Grazie, caro Massimo del tuo coltissimo intervento.
    Un saluto.
    Augusto

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  7. L’immagine del volto della Sindone e l’Autoritratto di Leonardo si somigliano. (Cfr. V. Haziel, La confessione di Leonardo, Sperling Kupfer Editori, Milano, 2010). Analizziamo la Sindone dal punto di vista figurativo. Se è autentica reliquia della morte e risurrezione di Nostro Signore è un autoritratto. Particolarissimo, di tecnica sconosciuta, di origine miracolosa, ecc… ma sempre di autoritratto si tratta. Se invece è opera puramente umana, rientra nella categoria dei ritratti, sempre di tipo speciale, unico nella storia, ma sempre ritratto sarebbe.
    Lillian Schwartz formulò l’ipotesi, (dopo quella che la Gioconda è un autoritratto al femminile di Leonardo, comparandola con il famoso Autoritratto di Leonardo): “La sacra sindone di Torino sarebbe l’autoritratto di Leonardo da Vinci, realizzato dall’eclettico genio toscano grazie a una tecnica d’impressione fotografica ante litteram”. (B. Bagnoli, Sacra Sindone, forse autoritratto Leonardo, Ansa.it, 1 luglio 2009).
    Se la Gioconda è anche un ritratto al femminile di Leonardo, il più antico dei morphing, allora potrebbe essere considerato lo specchio magico della Sindone. Già il poeta Baudelaire vedeva il quadro e/o il suo autore come: Angelo sorridente o come specchio misterioso. e c’è chi vede la Gioconda è come se fosse un fantasma, con quel paesaggio desolato alle spalle. La Gioconda e la Sindone conterrebbero, in modo nascosto, lo stesso volto. Come lo specchio magico della matrigna di Biancaneve, la Gioconda indicherebbe il più bello del reame. Questo sarebbe il duplice fascino della Gioconda, che da una parte ci mostra il potere fascinoso della morte che ci inghiotte, dall’altro ci rimanda al volto di Gesù che ci riporterà in vita. Cfr. ebook/kindle. Cfr. ebook/kindle. Tre uomini un volto: Gesù, Leonardo e Michelangelo. Grazie.

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  8. Caro Massimo, la tua – come dire? – un po’ fantascientifica analisi di “Tre uomini e un volto: Gesù, Leonardo e Michelangelo” , in cui c’è una concatenazione incredibile di fatti ed eventi che sfuggono alla storia , alla scienza e all’arte vera e propria : collegamenti e interconnessioni tra Sacra Sindone , Gioconda , ritratto di Michelangelo, specchio magico della matrigna di Biancaneve, etc. implicano tanti e tali aspetti, uno spettro così fittamente intricato e infinito di giochi di intarsi, incastri, ramificazioni, etc. che ,- pur risultando forse ingegnosi e affascinanti – devo dirti molto onestamente, che sfuggono alla mia comprensione.

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  9. Il legame più sorprendente che collega la Sindone di Torino con le opere pittoriche di Leonardo da Vinci è nella somiglianza del volto contenuto nell’immagine della ferita al costato della Sindone, con il volto urlante del guerriero centrale della Battaglia di Anghiari di Leonardo realizzata a Firenze a Palazzo Vecchio nel Salone dei Cinquecento. Capolavoro conosciuto tramite riproduzioni e copie. Sebbene l’immagine della ferita al costato sembri sempre leggermente differente nelle varie riproduzioni fotografiche, un po’ come l’Autoritratto di Leonardo. Riprodotta includendo anche parte dello spazio alla sua destra e sinistra, mostra caratteristiche comuni con il guerriero centrale con il berretto rosso ripreso ad esempio dalla Tavola Doria che riproduce della Battaglia di Leonardo, la Lotta per lo stendardo. Naso pronunciato, bocca spalancata, il labbro superiore quasi attaccato al naso. Fa quasi più paura il volto contenuto nella ferita al costato della Sindone, che il guerriero con il copricapo rosso, come appare nelle varie copie della Battaglia. Il legame non sarebbe solo di tipo figurativo, (la somiglianza dei due volti), ma anche di tipo funzionale. Giacché la ferita al costato a Gesù fu procurata da una lancia da parte di un soldato (Vangelo di Giovanni 10,34). Mentre nella Battaglia di Anghiari, la Lotta per lo stendardo verte attorno al possesso di una lancia. Inoltre mentre nel violento furore parossistico della Battaglia di Leonardo assistiamo al mutarsi degli uomini in cavalli e viceversa. La guerra rende l’uomo una bestia. La Sindone invece custodirebbe la trasfigurazione gloriosa di Gesù.
    L’immagine della ferita al costato è la “prova” della presenza attuale della Battaglia di Anghiari, dietro gli affreschi del Vasari a Firenze, nel salone dei Cinquecento in Palazzo Vecchio. Cfr. ebook/kindle: La Sindone di Torino e le opere di Leonardo da Vinci. Analisi iconografica comparata. Grazie

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  10. Ben fatto ma se vuoi ulteriori informazioni sul dipinto le puoi trovare nel mio libro ( Il suo segreto Omnia vincit amor La gioconda )

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