Donne da comprare

utero affitto 01

[Doverosa premessa: Fabrizio Centofanti ha una pazienza infinita nei miei confronti. Ci mancava solo che andassi a toccare un tema come questo per La poesia e lo spirito. Ma anche questa volta mi ha stupita, accettando di ospitare questo personale punto di vista. Un’onestà intellettuale rara, e coraggiosa, che gli voglio e gli devo pienamente riconoscere.]

Riflessioni profonde sulla questione della genitorialità surrogata mi accompagnano ininterrottamente da qualche anno, ovvero da quando un mio amico e il suo compagno hanno avuto due gemelli attraverso la gestazione su compenso da parte di una donna. Tutto questo è avvenuto in un paese estero dove loro vivono da molti anni. È l’unico caso che conosco direttamente, e ne potrei riferire solo riscontri positivi, anche molto toccanti.
In queste ultime settimane ho pensato di dover prendere con me stessa una posizione più netta, a seguito di quanto molte persone hanno esternato, provocato, manifestato, malpensato e ipotizzato sull’argomento. Con grande sofferenza, ho deciso che una futura legge a favore del cosiddetto “utero in affitto” (eterosessuale o omosessuale per me non fa alcuna differenza, per me si tratta sempre e comunque di una famiglia) non mi vedrebbe favorevole. La motivazione principale è legata alle mie convinzioni primarie rispetto al fatto che ciascun essere umano nasca come una tabula rasa, con pochissime istruzioni emotive nel suo DNA tolte quelle legate a ciò che pertiene il suo organismo, oltre a un bagaglio di istinti che, nel bene o nel male, sono serviti alla specie homo sapiens per arrivare fino a qui oggi − consiglio a questo proposito un recente articolo pubblicato da La Verdad – è in spagnolo ma si capisce. La mia convinzione è che il feto viva nel ventre della gestante assorbendone una serie di “stimolazioni elettromagnetiche” (per esprimere la cosa in termini neutri e il meno possibile olistici o spirituali), e che quindi tutto ciò che poi da bambini “dimentichiamo” a livello di coscienza consapevole, in verità lasci la sua impronta su di noi. Intendiamoci: inutile pensare che nelle condizioni tradizionali di riproduzione umana le gravidanze e il relativo post-partum siano momenti idilliaci, senza dolori, depressioni, collere, paure, traumi di qualsiasi tipo eccetera, anzi. Ma un conto è cercare di adattarsi alla realtà che la vita pone, un conto è programmare, per un bambino che dovrà nascere, il suo certo abbandono da parte della donna che lo ha tenuto in gestazione. Su questo scoglio si ferma, credo in modo irrevocabile, il mio personale assenso a una legge su questo tema. So che potrei fare molte eccezioni, ma non è così che si fa la giurisprudenza, e allora il mio sarebbe un no, sofferto, ma un no.
Questa lunga premessa per scolpire la cornice adatta al punto finale di arrivo, ovvero ciò che riguarda la donna. Trovo veramente ipocrita chi esprime giudizi pietistici (ma spesso anche sprezzanti) nei confronti delle donne che scelgono di essere madri surrogate, soprattutto quando questo è riferito a donne che vivono in paesi in via di sviluppo e non, per dire, donne WASP californiane di ceto medio che attraverso l’affitto vogliono magari mandare i figli in università migliori − che sono peraltro le donne a cui si rivolgono molti clienti italiani. Mi riferisco invece alla doppia morale inaccettabile di chi si arroga il diritto di decretare cosa sia meglio per una donna di una nazione emergente che vive spesso in condizioni che neanche sogniamo. Certo, parliamo di donne “costrette” a una scelta di questo tipo dalle proprie ristrettezze economiche, chi dice di no? Ma come sottolineava molto bene la scrittrice Michela Murgia, da questo singulto di coscienza siamo esenti ogni qualvolta le madri abbandonano la loro prole in altre nazioni per venire da noi a pulire la nostra casa o badare ai nostri anziani, per tacere di quanto non ci frega assolutamente di sapere chi, come, quanto e dove una donna venda il proprio corpo come schiava per produrre quei capi che compriamo compulsivamente (e che con carità pelosa depositiamo nel cassonetto del riutilizzo del vestiario già l’anno dopo) solo a patto e solo perché costano poco. Senza mai pensare mezzo secondo al fatto che quel “poco” è il denaro tolto alle donne che hanno venduto il proprio tempo (praticamente ogni ora della loro veglia), il proprio corpo, la propria salute, la propria genitorialità, la propria dignità − la propria vita − perché merce inutile fosse economicamente alla portata delle nostre tasche; così invece che comprare meno cose, togliersi meno capricci, e comprare con oculatezza solo ciò che ci serve e che abbiamo garanzia sia lavorato in modo equo e solidale, andiamo avanti a spendere sulla pelle di chi lotta per sopravvivere. Sulla pelle di quelle donne che magari invece sono felici di poter fare le portatrici di un figlio per nove mesi: sì certo, iniezioni di bombe ormonali per garantire che attecchisca l’embrione, ma per il resto parliamo di check-up sulla salute che nessuna di loro potrebbe mai sognarsi, con monitoraggi, astensione dalle fatiche, alimentazione corretta, riposo, e una paga decisamente più adeguata. Qualcosa che è talmente lontano da quell’arso quotidiano a cui sono abituate che non si può che comprenderle, e non è detto che magari già madri di più figli di quanti non possano permettersi di sfamare, non siano invece serene sul fatto di compiere questo cammino per qualcun altro, in un’ottica di beneficio reciproco.
Per tacere, infine, su quanto non ci frega assolutamente nulla di tutte quelle donne schiave del sesso e costrette a battere le strade dietro casa nostra: niente. Dov’è una parola di sdegno vero ma soprattutto legislativo, dove sono le persone in piazza per trovare un modo per fermare questo (dis-)umano scempio che si compie ogni notte migliaia di volte dietro l’angolo? In Svezia si punisce chi il sesso lo paga, non chi lo vende, ché nel 90% è vittima di un ricatto da parte di uno sfruttatore.

Ho avuto la fortuna di viaggiare per mezzo mondo, e pur nella mia superficialità da turista ne ho viste molte di donne sofferenti (ne ho scritto anche un pezzo che potete leggere qui), e per questo mi arrogo il diritto di scrivere che piuttosto che giudicare senza alcun diritto una donna che sceglie di essere gestante per conto di qualcun altro dall’alto della nostra indifferente disumanità, facciamoci una cortesia: stiamo zitti.

Foto mia, Pisac, Perù – 2003. Photo editing Mikael Tigerström.

Grazie all’antropologa Giulia Colavolpe Severi per alcune importanti considerazioni e informazioni sull’argomento.

 

 

21 pensieri su “Donne da comprare

  1. Troppo spesso ciò che è sbagliato e’ una parte indivisibile di ciò che è giusto.
    Mi unisco ai ringraziamenti fatti a Don Fabrizio, mente libera e sempre alla ricerca della verità’.
    Grazie all’autrice per questa coraggiosa riflessione.

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  2. Tutto condivisibile Monica, come sai vivo in un paese (e ho una compagna proveniente da un paese) dove certi discorsi si sono fatti quasi vent’anni fa, le persone si possono sposare indipendentemente dal loro sesso e l’unica regola di chi vuole avere bambini è che poi, una volta avutili, li crescano amandoli come ognuno di noi vorrebbe (o avrebbe sempre voluto) essere amato…

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  3. Grazie Matteo, sono molto d’accordo con te… anche nel paese dove vivo io ora è così, ma la maternità surrogata non è consentita… come quasi sempre succede, sono d’accordo con questo paese. Penso per me e te certe politiche siano da troppo a lungo superate🙂

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  4. Sicuro. E quello della maternità surrogata è un tema a parte che come al solito, in Italia, politici, giornalisti ed esperti stanno tendenziosamente usando per parlare di quella leggetta zoppa che tanto a fatica abbiamo partorito…

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  5. Il desiderio di maternità alle volte è così forte tanto da sentirsi giustificati nell’intraprendere qualsiasi azione che possa paradossalmente trasformare l’amore in egoismo. Credo che il confine tra i due sentimenti sia davvero sottile; non ci vuole molto, in certi casi, ad accettare ogni mezzo e maniera, accecati dalla smania di sentirsi genitore a tutti i costi, pur di raggiungere il traguardo, riconoscendo lo stesso come un diritto. Mi sono sempre chiesta fin dove arrivi l’amore e dove inizi la caparbietà, capace di manipolare, comprare, pur di soddisfare. Rispettare il proprio corpo e quello degli altri, evitando accanimenti e tentativi di ogni genere, alla fine, è per me, LA visione dell’amore; la nuova vita diventa proprio la trasformazione, il tentativo di riversare la gioia mancata in un altro bene da consegnare altrove; i segni lasciati dall’assenza sono loro i figli, quelli del coraggio di sentirsi liberi.

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  6. Bellissimo commento, grazie!! Io sono veramente d’accordo con te, anche per la mia storia personale che mi consente di dire che mi sono trovata “lì”, e ho fatto una scelta diversa, sia scegliendo che inciampando in una trasformazione, universalizzando l’Amore.
    Credo che siamo però animali, e qualsiasi specie animale ha come primo obbiettivo la propria conservazione e continuazione.. senza questi istinti, la prima vocale diventerebbe la e di “estinti”. Per quanto siamo desiderosi/costretti/determinati poi a reprimere questo istinto, non è detto che ci riusciamo, ed è “accettabile” comportamentalmente. ci sono due ma, però: 1) quanto possiamo spingerci a denaturalizzarci, senza che il prezzo del nostro accanimento sia troppo elevato. Questione morale o legale? Si può discutere. 2) quanto questo istinto si trasformi in una sorta di “capriccio” e supermercato consumistico della riproduzione. Credo che sia qualcosa su cui riflettere moltissimo…
    Grazie ancora!

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  7. L'”istinto – estinto” sta lì, e a ciascuno la sua storia, senza alcun giudizio! Ma come dici, con parecchi punti su cui riflettere, soprattutto se fare la spesa diventi un gesto di normale routine. Grazie a te!

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  8. aggiungerei una considerazione su un dato ormai acquisito .causa principale della sterilità coniugale risiede nell’età avanzata (35-40 anni ) in cui la donna cerca la gravidanza e che la espone a insuccessi notevoli …. e che appare come una situazione sempre più connessa ad uno status educativo ed antropologico che porta le coppie a cercare la gravidanza quando altre condizioni “esistenziali” siano state soddisfatte…

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  9. Non dimenticherei i 130 milioni di bambini orfani in cerca di una famiglia… Tra l’altro mi risulta che la legge italiana proibisca ancora ai ‘single’ di adottare bimbi, preferendo ovviamente all’amore di un genitore, l’orfanotrofio. Siamo come al solito alla follia…

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  10. Grazie Matteo! In verità si parla di bambini orfani sempre come se questo li rendesse “adottabili”, ma molto raramente è così.. la legge italiana poi prevede (se non è cambiata) che le adozioni passino per canali prestabiliti (di solito istituti religiosi) che si trovano solo in specifici paesi.. una corsa agli ostacoli resa ancora più difficile nel caso italiano dal fatto che, appunto, solo le coppie possono adottare…

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  11. Cara Monica, ritorno a commentare un tuo scritto dopo la piùpausa, anche se precedente, perché mi ha colpito, cosa che accade sempre più di rado. La tua come detto da altri qui, si chiama onestà intellettuale, la stessa che latita su questo o su altri argomenti, come i flussi migratori che sembra siano conseguenza di chissà quale dio e non anche delle nostre scelte, di un ambientalismo che combatte a suon di smartphone di ultima generazione le varie pale/trivelle senza interrogarsi se sarebbe disposto a rinunciarvi insieme agli agi che ne derivano, della situazione nelle carceri lager italiane che si ritiene normale e non la grande lezione di civiltà norvegese sul caso Breivik che invece viene irrisa nei nostri bar, nei nostri salotti e purtroppo anche nel nostro parlamento, potrei continuare ma credo che il concetto sia chiaro. Ho delle posizioni diverse sulla prostituzione che credo andrebbe legalizzata, così come non ho una posizione definita sull’utero in affitto. Detto ciò fino quando ci saranno persone come te che avranno il coraggio di guardare la luna oltre il dito, forse ma direi che è quasi una certezza, ci sarà speranza.
    Un sorriso
    P.s. se posso vorrei condividere anche questo articolo

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  12. Grazie e scusa il ritardo di risposta, ero dall’altra parte dell’oceano e non avevo gli accessi a portata di mano🙂
    Puoi divulgare ciò che vuoi di quel che pubblico, ci mancherebbe anzi grazie.
    Trovo sia un peccato che tu dica che vorresti legalizzare la prostituzione, Nel 95% dei casi si tratta di donne costrette alla strada in vari violenti e avvilenti modi, e nel restante 5% di prostituzione “volontaria” si tratta di donne che scelgono quell’opzione come risultato di abusi sessuali vissuti da bambine in famiglia. Bruttissime storie. Come è anche molto brutta secondo me l’idea di legalizzare qualcosa che non ha a che fare con il mero “sesso” quanto più con il bisogno/desiderio di possedere qualcuno, di “disporne”. Il sesso a pagamento è l’acquisto di un potere su qualcuno che non può -in quanto acquisito- sottrarsi. L’adrenalina è quella, ed è cosa patologica, secondo me. Nulla da legalizzare, ma su cui lavorare a livello sociale. In Svezia la prostituzione non è più sanzionata per la persona che si prostituisce, ma solo per l’acquirente della prestazione. Mi pare un ottimo inizio.
    Buona giornata!

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  13. Cara Monica, non ti preoccupare, il tema in questione non scade🙂

    Sarò lungo e me ne scuso ma il tema richiede una certa attenzione e ti ringrazio ancora per aver scritto questo articolo che ha dato tanti spunti nuovi che fanno riflettere.
    Sono certo che apprezzerai le mie considerazione anche se divergono dalle tue, è dalla diversità che si ottiene una verità superiore, dal dibattito, seppur aspro.

    Riguardo la prostituzione la mi posizione parte da una constatazione: il proibizionismo ha fallito e non solo qui anche sulle droghe, sull’eutanasia, sull’alcool, ha connotato tutto il secolo scorso e l’inizio di questo con conseguenze catastrofiche a cui adesso anche l’ONU sta cercando di metter riparo spingendo per la legalizzazione che è cosa diversa dalla liberalizzazione. Tu citi il 95% di donne costrette alla strada e questo avviene in regime di proibizione, senza nessuna tutela fisica, medica o legale. Credi che legalizzando sarebbe peggio? Io non credo. Ci sono centinaia di transfrontaliere italiane che vanno in svizzera a prostituirsi legalmente ogni giorno, vanno li perché sono tutelate in Italia non lo sarebbero.
    Sul perché poi alcune donne scelgano di prostituirsi volontariamente io non mi sento di emettere un giudizio cosi tranchant, molte di loro lo fanno perché lo vogliono fare punto. Ci sono decine di migliaia di studentesse in Italia, nei paesi occidentali che si prostituiscono per pagarsi gli studi, non le giudico, vorrei solo che fossero tutelate nella loro scelta, Dico tutto questo da non fruitore di queste “proibizioni,” non sono mai andato con una prostituta ne mi sono mai drogato, ma ritengo che sia legittimo pagare per avere un libero scambio tra adulti consenzienti.
    Sarebbe al di là delle idee personali un bene applicare la riduzione del danno, ad esempio da quando si è legalizzato l’aborto in Italia gli aborti si sono dimezzati e non abbiamo avuto più cucchiai d’oro, mammane e rametti di rosmarino che hanno ucciso migliaia di donne per dissanguamento.
    Detto ciò ho trovato quello che hai scritto nell’articolo, sul non giudicare, molto coraggioso e giusto, per questo ti chiedo quale parte del corpo dovremmo tutelare delle donne, quella sotto la vita? e allora perché non la loro schiena quando con fatica raccolgono pomodori per pochi euro al giorno e se la rompono con ernie e sciatalgie?

    Ti lascio con questo brano di un articolo di una sex worker, non lo voglio imporre come verità, ma solo come spunto di riflessione.

    Buona serata

    “Il mio lavoro? Ho cominciato con un book fotografico, poi con la web cam e poi con video porno che mi fruttano quel che mi serve per campare. So che mio padre e mia madre non ne sarebbero felici e non pretendo di cambiare la loro mentalità, ma so che prima di tutto, se dichiarassi pubblicamente il mio nome e cognome, dovrei passare indenne lo spazio che le folle assetate di sangue riservano alle donne da lapidare. Nemiche/Amiche, non saprei dirlo, sicuramente moraliste, superficiali, ché vivono in una condizione di benessere e si preoccupano della nostra anima invece che della nostra pancia. Da questo punto di vista trovo la riflessione antisessista parecchio indietro rispetto al dibattito che esiste in altre nazioni dove il femminismo sex positive combatte ad armi pari contro le femministe radicali moraliste. Quello che esprimono queste ultime non è preoccupazione per quel che accade a noi, ma parlano come fossimo in grado di corrompere anime innocenti, come se la parola “maschio” fosse una bestemmia, perché tutto parte da lì. Ci sono lavori che puoi fare, a prescindere dal fatto che chi ti sfrutta è maschio o femmina, purché non usi alcune parti del tuo corpo. Ci sono mestieri che invece non puoi fare perché secondo loro sarebbe più dignitoso lavare le scale nei condomini.

    Lavatele voi, le scale, perché io l’ho fatto e non mi sento piena di dignità per questo. C’ho guadagnato un principio di ernia e lo sconsiglio a tutte, per la vostra salute. È dignitoso qualunque mestiere che facciamo per scelta. È dignitoso il mestiere fatto da Irina Palm, la seghista che guadagnò il titolo del miglior polso di Londra. E’ dignitoso intrattenere uomini che si eccitano guardandomi. Non mi considero né vittima e neppure carnefice. Non voglio essere salvata e non voglio che mi si dica che devo avere otto milioni di pregiudizi sugli uomini che mi stanno a guardare. Visti tutti come fossero mostri, descritti secondo stereotipi sessisti che li immaginano tutti brutti, vecchi, calvi, grassi, comunque ignoranti o maiali di frontiera. Invece le donne sarebbero tutte quante, indistintamente, in cattiva relazione con il sesso a meno che non si tratti di orgasmi per amore. Questa mania di alcune donne di sindacare su quello che devo fare con l’area che sta nelle mie mutande la giudico morbosa, moralista, interessata a imporre un modello di vita invece che ad ascoltarci veramente.
    E se mi piacesse? E se l’avessi scelto? E se volessi mostrarmi? E se volessi fare quel che viene giudicato immorale? E se? Ecco, il punto è che alcune hanno troppe certezze e pensano di sapere ogni cosa e di poter parlare in mio nome. Invece non possono. Non in mio nome. Non.”
    Silvia

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  14. Grazie per la risposta e perdona il novello ritardo di reazione (sono in ritardo sull’intero pianeta, in questi giorni!😛 )
    Non mi sogno di mettere in discussione l’esistenza di persone che hanno il punto di vista di Silvia, ma resto dell’opinione che ci sia dietro dell’altro. Il discorso non ha per me nulla a che fare o dire con la moralità, della quale mi interessa pochissimo, ma di uno strato più profondo. Spero di trovare il tempo per scrivere di più su questo argomento comunque, difficile esaurirlo in due batture, in effetti, e grazie per lo spunto!

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  15. Pingback: Donne da comprare — La poesia e lo spirito – sinofonia

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