Gianmaria Testa, un poeta che cantava

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di Guido Michelone

Ci volevano i francesi, circa vent’anni fa, per scoprire il talento di un nuovo protagonista della canzone d’autore italiana, non più giovanissimo: Gianmaria Testa, cuneese di Cavallermaggiore (dove nasce il 17 ottobre 1958 da una famiglia contadina), vive nel tipico borgo collinare tra Savigliano e Racconigi, ma muore ad Alba, ormai sua città adottiva, il 30 marzo 2016, dopo una dolorosa malattia. Continua a leggere

Le lamentazioni prima dell’amore, di Michele Caccamo

Lamentazioni
Dio, ti chiedo di darmi un sogno d’avvenire; una serenità che mi si infondi nei quotidiani trasporti d’amore. Ti chiedo di infiacchire la mia paura e la sua continua provocazione. Che io possa dare consiglio al mio cuore smascherando ogni infamia.
Dammi una sola ora suprema per istruire segretamente i miei figli sull’arte dell’audacia, sull’emancipazione del coraggio sulla Rigenerazione Universale, sulla maniera più viva per stabilire l’Amore. Continua a leggere

39. Passaggio

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Il venerdì santo venimmo a capo di un’altra verità. Lei passava momenti molto forti – diciamo anche terribili – in relazione all’offerta di se stessa in favore del Progetto. Si avvertiva dal cambio della voce, dal sentimento di rivolta che se ne impadroniva, fino a renderla irriconoscibile. In altri tempi, la trasformazione repentina mi destabilizzava: rischiavamo ogni volta di rompere il rapporto, di distruggere la tela faticosamente tessuta dal Signore. Ora la reazione era diversa: non solo perché vedevo chiaramente che soffriva per la mia trasformazione, ma anche perché avevo compreso di dover accogliere quella che chiamavo “l’altra persona”, amarla con la stessa intensità, per riportarla al centro, alla profondità in cui risiedeva il nostro io più vero. Ci alternavamo nei ruoli della favola famosa della bella e la bestia: facevamo l’esperienza che solo l’amore può guarire, integrando le forze distruttive, centrifughe, per tornare alla pace promessa dal Cristo. Era questo il senso della terza tappa della settimana di passione: il diavolo mirava a sfigurare il Progetto, a distruggerlo con l’odio e la violenza; ma proprio il corpo consegnato alla brutalità del mondo diveniva immagine del più bello dei figli dell’uomo, come è scritto nel salmo. Toccavamo profondità sconosciute, attingevamo alla fonte che zampilla per la vita eterna, di cui parla Gesù alla donna incontrata, a mezzogiorno, al pozzo di Giacobbe. Aprivamo il coperchio della pentola e sentivamo il flusso dello Spirito riprendere il suo moto, restituendo il dono della vita autentica. Era come la caparra di ciò che sarebbe successo nella Chiesa: un attacco violento, mirato a distruggerne le basi, sarebbe diventato l’occasione per renderla più bella, per farne l’immagine pura del suo Fondatore originario. Qual era il prezzo del passaggio? Sicuramente alto, come ormai sapevamo da tempo. Ma ci avrebbe traghettato dal venerdì di passione all’alba della domenica di Pasqua.

Mente sul davanzale a primavera, di Maurizio Soldini

crepa nel muro
mente sul davanzale di rimpetto
seduta sulla crepa del muro
la pianta di capperi nitidi e bianchi

bagliore del giorno di primavera
sveglia gli istinti d’amore
sui terrazzi di rinverditi tremori

svolazzo di tende e profumi
ancipiti smerli di nuvole
rosato idioletto di vita in fuga

“EPISTOLA I”, DI MARTHA E. ELIAS

Martha E. Elias è una linguista danese-ecuadoriana. Vive a Copenaghen. Dal 2001 lavora su progetti di carattere multilinguistico, nel settore delle lingue e della comunicazione, che comprendono l’uso di otto lingue europee.

Martha

Attualmente prepara un progetto interdisciplinare che coinvolge espressione lirico-poetica, arte visiva e musica. Il suo rapporto con la parola scritta si basa su un approccio multiculturale e sull’impiego versatile delle lingue danese, inglese, spagnolo e italiano.

Potete trovare più informazione sul suo sito.

Questa è una sua intensa lirica. Continua a leggere

“Oh mio Me!”, di Cristina Bove

Croci
Oh mio Me!
Gridò scombussolato Dio
qual è quel testo che mi fa tiranno e
mi fa rabbioso con me stesso in quanto
io sono tutto e tutti e mi suicido così per farmi pasqua
di bomba in bomba
di tomba in tomba. Oh my man! Tu pure figlio
che ti ho fatto da me multicolore e non monocolo
e pianti chiodi a croci e corpi _li feci come gli alberi_
nascevano dalle mie radici
alcuni sono me che mi uccido Continua a leggere

Re-visioni. Werner Herzog, Cave Of Forgotten Dreams

di
Roberto Plevano

“Dapprima, la grotta non pareva contenere nulla di speciale, ma era molto bella. Ma poi, in profondità, trovarono questo.”

Werner Herzog conduce la sua piccola troupe attraverso lo stretto cunicolo d’entrata della grotta di Pont d’Arc, conosciuta come grotta di Chauvet dal nome dello speleologo che la scoprì presso le gole del fiume Ardèche e vi entrò per primo nel 1994, e non trova parole per nominare quello che appare ai suoi occhi. La grotta contiene dipinti parietali tra i più antichi mai ritrovati, vecchi almeno 30000-32000 anni. Tuttavia sembrano cosa di ieri, perché l’ingresso della grotta fu ostruito e sigillato da una frana circa 22000 anni fa. È una straordinaria circostanza che le più remote raffigurazioni mai ritrovate siano così anche le meglio conservate.
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“Una lacrima sulla tomba di mia madre”

Clipboard01di Cinzia Guerriero

Tante volte, in tanti anni ho sentito mia madre parlare dei sessani, di questo paese assurdo che è Sessa e mai, mai una volta in cui mia madre, quando nominava Sessa e il suo popolo, non dicesse: eppure di peste e corna ne dicono tante, ma io da questo paese ho ricevuto solo amore e sostegno, ognuno a modo proprio, ma mi hanno sempre amato, accolta, io forestiera, in un mondo di tradizione e mistero, un mondo di dialetti e di vicoli con la musica e le chiese. E poi ad un certo punto, come una vera sessana, lei a Pasqua, più di ogni altro momento, più di tanti altri sessani, si sentiva cittadina di questo paese. Ed entrava nel circolo delle tradizioni, dei portoni lasciati aperti per sentire il miserere, delle 15/20 pastiere che preparava e metteva sulla mensola più alta del salotto per non farle annusare al gatto, coperte amorevolmente dalla plastica infiocchettata. Continua a leggere

A me piacerebbe vederne una…

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Viviamo in anni di veloci (e feroci) cambiamenti. La frase viene pronunciata così spesso che sta rischiando di trasformarsi a sua volta in qualcosa di diverso da quello che ha sempre e che sempre dovrebbe significare. Tutto cambia in fin dei conti, e a sopravvivere è ogni volta quello che sa modificarsi in tempo al tempo che sta attraversando, fino a riuscire, nei migliori dei casi, a mantenere intatta l’identità di partenza mentre si propone nuovi punti d’arrivo.
Oggi questo vale anche e soprattutto per i libri in cartaceo, che l’oramai consolidata rivoluzione digitale sta relegando negli angoli più remoti delle nostre città, in piccole librerie che assomigliano sempre più ai negozi di vinili per gli appassionati di musica. Ma il mercato si modifica, alcune librerie Continua a leggere

Marettimo, metà marzo

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di Stefanie Golisch

Blüht nicht zu früh, blüht erst wenn ich komme.
Gottfried Benn: März. Brief nach Meran.

La prima e l’ultima immagine è quella dei cani che dormono distesi in mezzo alla strada, con la maestosa indifferenza di quelli che non fanno nessuno sforzo per piacere agli altri e che, proprio per questo, sono gli unici che ci piacciano veramente.
Infatti mi sono subito affezionata ai cani di Marettimo ‒ che in verità sembrano un unico cane, il cane, travestito in vari modi: fratelli pacifici in un luogo lontano dal mondo dove succede poco e potrebbe succedere ancora di meno.
Raramente mi sono trovata in un posto dove ho sentito trascorrere il tempo più lentamente che a Marettimo, la più lontana isola delle Egadi, quasi più vicina all’Africa che all’Europa. Lo scrittore inglese Samuel Butler, traduttore dotto dell’Odissea, sosteneva che Marettimo fosse la mitica Itaca, l’inizio e la fine dei grandi miti dell’umanità.
E perché no?
La patria dei miti non si trova certo sulla mappa geografica, ma nei paesaggi poco precisi delle nostre anime irrequiete.
E così, durante la mia breve permanenza a Marettimo, mi è piaciuto pensare di trovarmi davvero a Itaca: la mia Itaca personale, un luogo di passaggio, né di partenza, né di arrivo, una piccola parentesi come tutti i nostri troppo numerosi viaggi condotti all’insegna del risparmio con un volo Ryanair: rumoroso, scomodo, ma always on time.
Sì, sono convinta che Samuel Butler avesse proprio ragione: Marettimo è Itaca. Qualsiasi isola nel grande Mediterraneo è Itaca, generosa terra di sogno e di senso, di dubbio e dell’eterno non sapere delle cose e dei loro nessi nascosti.
Inutile cercare di capire, di teorizzare, trovare formule, magiche o matematiche, riposte ‒ mentre ciò che conta sono solo le domande e la certezza di non trovare mai una risposta. Continua a leggere

Fiorenzo Bernasconi e l’intersezionismo speculare

Fiorenzo Bernasconi
Intervista a cura di Guido Michelone

Del poeta svizzero Fiorenzo Bernasconi è da pochi mesi in libreria il Manifesto dell’intersezionismo speculare per le edizioni Nuova Phriomos di Città di Castello (Perugia): vista l’estrema originalità del’argomento lasciamo la parola all’autore medesimo che illustra alcuni aspetti di questo libro teorico che potrebbe avere importanti ricadute nel mondo poetico non solo di lingua italiana. Continua a leggere

Voci dalla strada, di Paolo Lezziero

Sironi
Paolo Lezziero è forse l’unico scrittore che ha dimostrato di saper restituire sulla pagina la poesia discreta dell’hinterland milanese. Bisogna dire la verità: a tutt’oggi Cinisello Balsamo, Sesto San Giovanni, Cusano Milanino, hanno dato i natali a un solo artista conosciuto in tutto il mondo: il Giuàn Trapattoni. Non è cosa da sottovalutare, ma anche chi considera il calcio come una forma d’arte deve ammettere che Milano le concede soltanto la periferia: San Siro. La Milano letteraria è quella di Mondazzoli e Feltrinelli, chiuse nel palazzone di Niemeyer o nella viuzza fra la Scala e la Ca’ de Sass frequentata da sciurette e limousine. Continua a leggere

38. Viene un’ora ed è questa

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Parlavamo delle profezie, ma nessuno ci credeva. Riflettevamo sul fatto che Dio aveva concesso spesso, nella storia, avvertimenti chiari intorno a fatti drammatici, ma che i moniti erano stati regolarmente scherniti o trascurati, a cominciare dal diluvio. Mi tornava alla mente la parabola del ricco epulone, il quale, condannato all’inferno, pregava che qualcuno avvisasse i fratelli del pericolo; la risposta era che anche se uno fosse tornato dai morti, l’incredulo avrebbe proseguito a rifiutare. Quando accennavo a questi temi, durante il pranzo comunitario del Santuario, mi ascoltavano con studiata sufficienza, opponendo ognuno le proprie convinzioni: l’ultima rivelazione è quella di Cristo!, ed obiezioni analoghe. Altri chiedevano date; avrei voluto rispondere che tutto sarebbe potuto accadere anche domani, ma mi limitavo a ricordare che i messaggi convergevano su questa fase storica, senza aggiungere ulteriori indicazioni. Cominciavo a immaginare le possibili modalità in cui gli eventi si sarebbero attuati: una piazza San Pietro gremita di fedeli, in ascolto dell’udienza papale, o una solenne cerimonia liturgica, con la presenza di cardinali e vescovi. A un tratto si sarebbe scatenata la violenza, come era accaduto nei giorni precedenti, in altri luoghi. Questa volta, però, l’effetto sarebbe stato più scioccante, come se il cuore stesso della civiltà fosse stato sfigurato da una furia senza pari. Un attacco, dunque, non solo concreto e sanguinoso, ma anche fortemente simbolico: era come se finisse un’epoca, col suo retaggio di corruzione e impurità, e dalle tristi macerie risorgesse un’era luminosa, simile a quella del primo cristianesimo. La pace che il Cristo prometteva sarebbe sbocciata da un baratro pauroso di violenza sacrilega. Solo il sacrificio, la perdita, la morte, avrebbero prodotto la Pasqua che sempre si rinnova, nella storia del mondo. Da quel giorno, più nulla sarebbe stato come prima; la Chiesa avrebbe riscoperto la bellezza delle virtù incontaminate, l’umiltà e la povertà; si sarebbe convertita a un Dio purissimo, inseparabile da un processo di purificazione e spoliazione. Lo scenario era alle porte: viene un’ora ed è questa, dice il Cristo, parlando della sua rivoluzione di amore e libertà.

IL TERZO SGUARDO n.53: Mario Tronti, “Dello spirito libero. Frammenti di vita e di pensiero”

Mario Tronti, Dello spirito liberoMario Tronti, Dello spirito libero. Frammenti di vita e di pensiero, Milano, il Saggiatore, 2015

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di Giuseppe Panella*

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Già Con il futuro alle spalle. Per un altro dizionario politico (raccolta di saggi già precedentemente pubblicati sulla rivista di spiritualità Bailamme e uscita per gli Editori Riuniti di Roma nel 1992) e La politica al tramonto (Torino, Einaudi, 1998) lasciavano intravvedere una linea o meglio una deriva che non era tanto inquietante ma che preludeva alla resa successiva. Lo stesso Tronti si è detto in interviste successive all’uscita del suo ultimo libro uno “sconfitto” ma non un perdente. Ma il fatto è che essere sconfitto con onore non vuol dire che si sia perduto tutto se lo si fa con stile. Lo stile è l’uomo (hanno detto a più riprese Goethe e Lacan) e Tronti ha sempre avuto uno stile rigoroso ed esemplare di pensiero che ne ha fatto il capofila di quella corrente importante della cultura politica italiana di sinistra che è stato il cosiddetto “operaismo” (inaugurato da un libro fondamentale, Operai e capitale, del 1966, opera dello stesso pensatore romano). Ma questo libro mostra, in taluni momenti, che lo stile, anche se rimane simile a quello del passato, non sempre risponde alle esigenze del presente. Che cos’è uno “spirito libero”?

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Tarragona

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Per un colpo di sonno inaspettato,
sul punto di partire per un viaggio
amato, voluto, per la giovane età,
decisamente arguto il pezzo che giustifica le scelte,
rassicurando il genitore ossuto
che non si capacita più, d’aver perduto.
Appese al filo del destino, partite
per un tour più lungo e faticoso,
dove il cielo è l’anima gridata, lo spazio
assorto dell’incrocio, il suo risveglio,
in tempo per morire, un sonno
eterno, un colpo: un secolo ancora, per dormire.

Rosa Matteucci: Costellazione familiare

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“Mia madre si era fatta un taglio profondo sul ginocchio da cui sgocciolava sangue; il cane, vicino ai cassonetti dell’immondizia, l’aveva fatta cadere su un collo di bottiglia. Raffaella si medicò sommariamente, giusto una sciacquata con la spugnetta da cucina, bendò il ginocchio tumefatto con un mocicchino di batista e, come se nulla fosse, prese a sorseggiare champagne sul divano mentre il cane, con la maestria di un tagliatore di diamanti, leccava ieratico ogni traccia di perdita ematica”. Continua a leggere

SANDRO BATTISTI, “L’IMPERO RESTAURATO”

Recensione di Giovanni Agnoloni

Sandro Battisti, L’impero restaurato (ne Il sangue e l’Impero, volume Urania n. 1624, Mondadori)

Uno dei tratti distintivi del Connettivismo è la sua circolarità, ovvero la sua capacità di collegare diversi ambiti artistici e della conoscenza umana in opere “sincretiche”. L’impero restaurato di Sandro Battisti – vincitore del Premio Urania 2014 ex aequo con Bloodbusters di Francesco Verso – ne è un’efficace dimostrazione: in primo luogo, perché rappresenta un “attimo” di una saga da lungo tempo avviata dal co-fondatore del movimento connettivista (che comprende anche il precedente romanzo Olonomico, pubblicato nel 2012 da Ciesse Edizioni e recentemente riedito in e-book da Kipple Officina LIbraria); inoltre, perché la sua essenza è quella di un lungo racconto che si estende sullo spazio e sul tempo, coprendo i territori della storia, dell’esplorazione del cosmo, della fisica e perfino dell’erotismo.

BattistiIl tema di fondo, ovvero l’interazione tra la dominante e intrusiva personalità dell’imperatore dell’Impero Connettivo Totka II e Giustiniano, imperatore romano d’Oriente, e la sua consorte Teodora, oggetto delle sue mire sessuali (ovviamente, per un tramite mentale), è essenzialmente un pretesto – sia pur articolato con grande dettaglio – per esplicare al massimo le potenzialità dell’intuizione creativa di Battisti: un impero retto da immortali che attingono a una sapienza ancestrale il potere che consente loro di reggere – e mutare – le sorti di sistemi di potere succedutisi nel corso della storia “rettilinea” (anche) della Terra. E, nel far questo, si servono di soggetti postumani – come il plenipotenziario Sillax -, ovvero uomini che hanno progressivamente rinunciato a parti del loro holos biologico per lasciare spazio a integrazioni meccaniche, sintetiche e perfino puramente energetiche, tali da prolungare pressoché indefinitamente il loro ciclo vitale. Continua a leggere