Kent Haruf: l’indispensabile vita della contea di Holt

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Ringrazio la sorte per aver messo sulla mia strada di lettore il Canto della pianura di Kent Haruf (pp. 303, euro 18). Ce l’ha in catalogo – un catalogo ancora minuto, ma tanto intenso da far pensare a larghi orizzonti – il quasi neonato NN Editore. Si tratta del secondo tomo di una splendida trilogia – La trilogia della pianura, appunto – il cui primo tassello, Benedizione, è comparso sugli scaffali delle librerie la scorsa primavera. Aspettando, speriamo molto a breve, il terzo capitolo, Crepuscolo, ci godiamo ora la prosa necessaria di questo romanzo che fluisce come il sangue – sarà anche merito della lucente traduzione di Fabio Cremonesi – e che come il sangue non smette di vorticare tra vene e arterie neppure quando l’ultimo foglio viene richiuso dietro la quarta di copertina.

Siamo a Holt, piccola cittadina immaginaria del Colorado. Ci abita gente semplice, grandi figli di puttana, ma anche dei buoni lavoratori, delle donne in gamba, dei vecchi allevatori che sanno il fatto loro, delle ragazze, forse sprovvedute, ma forti, e deliziose. Una di queste è Victoria Roubideaux, bella diciassettenne dai capelli neri. Fa la sua comparsa in scena “con le mutande bianche e l’enorme maglietta bianca che indossava di notte”, corre sulla tazza, vomita. La madre si fa sulla soglia del bagno, la squadra, la inchioda a una verità che è quella fondamentale e che dà linfa a tutto il libro: il Canto della pianura canta l’inizio di una nuova vita. E come ogni nuova vita, su questa terra lunga e spazzata dal vento, fa fatica a farsi avanti.

Ma questa vita di Holt ha degli alleati, splendidi, fieri, indimenticabili: il professor Tom Guthrie, i suoi figlioli di nove e dieci anni, Ike e Bobby, la professoressa Maggie Jones, gli straordinari fratelli McPheron. Ci sono anche i bastardi, nella storia, sì: Russell Beckman, riccioli rossi schiacciati sulla fronte, e la sua famiglia di arrivisti. Ai piedi di tutti loro, belli, brutti o cattivi che siano, ai piedi delle vacche, delle giumente e dei cavalli che qua e là punteggiano,in maniera indispensabile la narrazione, si stende piatta e senza alberi l’ultima protagonista, l’infinita campagna del Colorado.

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Fin qui, forse, niente di speciale: ma vi assicuro che la lettura di questo romanzo è cosa davvero straordinaria. Qual è l’ingrediente fatale? Difficile dirlo, difficile spiegarlo quando si apre davanti agli occhi del lettore una serie di esistenze tanto semplici e necessarie.

Manca la solitudine che abbiamo letto in Stoner di Williams, non c’è la stoica sopportazione degli oltraggi della vita, perché qui ci si ribella, a tratti, molto spesso, in silenzio, ma ci si ribella (una volta anche facendo a botte), si forza il destino ad andare da un’altra parte, si sfidano i tempi folli in cui ci si trova a vivere. C’è dolcezza e potenza in Haruf, c’è l’esame affettuoso e silenzioso dei casi della vita (“Ogni tanto penso qualcosa anch’io. […] Ma non devo dirlo per forza. Solo perché ci sto pensando). In Canto della pianura la gente, che è gente semplice, pensa molto, ma noi non lo sappiamo, al lettore nessuno lo dice, al lettore non resta che intuirlo. Anzi parrebbe che Haruf abbia usato gli animali per dire le cose degli uomini. Leggiamo la chiosa che Fabio Cremonesi pone alla fine del volume: ci sono “tre momenti che hanno per protagonisti gli animali – la cernita delle mucche ‘vuote’, il parto della giovenca, l’autopsia del cavallo: si tratta di scene nodali, violentissime e descritte con inquietante esattezza”. Queste scene racchiudono i misteri della vita e della morte e solo attraverso di esse gli uomini e le donne di Holt sembrano avere a disposizione un sistema per leggersi dentro, e per rassicurarsi su come andranno le cose. Sono momenti epifanici perché le bestie fungono da vero e proprio correlativo animale. Leggendo delle bestie, capiamo infatti gli uomini, capiamo il loro modo di affrontare le asprezze, e sentiamo di Haruf il malinconico pudore che descrive la sofferenza senza travalicare quasi mai i confini della fisicità.

Cosa avviene nel cuore degli uomini? Come prendono le loro decisioni? Chi li muove?

Il lettore non lo sa. Ma i loro cuori si muovono, eccome. E ci fanno emozionare; così ci troviamo commossi per una semplice mossa delle dita, fatta in maniera impacciata (“Ora va tutto bene. Si allungò attraverso il tavolo e le diede un colpetto sul dorso della mano. Era un gesto goffo. Non sapeva come farlo”). Oppure capita che una frase quasi piazzata a caso nella monotonia della pianura dia improvvisamente senso a intere dozzine di fogli. I giudizi sull’esistenza, sulla buona o la cattiva sorte, sono quasi banali – “spero solo che stia bene”, “non si sa mai quello che potrebbe succedere” – ma fanno sistema e lo fanno benissimo con il mondo narrativo con cui Haruf ammobilia la cittadina e la contea di Holt. Nei momenti più intensi, le parole perdono il loro suono. Come per gli animali. Al posto delle labbra, parlano gli occhi, parlano le mani, parla la pelle (è il caso di Ike e Bobby che scoprono il corpo morto della vecchia signora Stearns: “voglio toccarla di nuovo”, dice Bobby), parla anche spesso la natura degli altipiani del Colorado. Perciò, quando poi all’improvviso chi narra affonda un poco di più la lama nella carne degli affetti, la via è dritta verso la felicità, o la malinconia, o la rabbia funesta, come se un velocissimo umore fosse stato iniettato per tutto il corpo.

Perché c’è qualcosa di epico a Holt, c’è qualcosa di epico in Haruf: saranno i sentimenti che qui sono rappresentati e vissuti come se facessero la loro prima comparsa sulla faccia della terra. La sofferenza è sofferenza, la paura è paura, l’odio è odio, la rabbia è rabbia. E anche la felicità è felicità, e così la dolcezza. Victoria Roubideaux scopre la felicità e la dolcezza perché ha nel ventre una nuova vita; faticherà per portarla dentro di sé, la sua esistenza cambierà e, assieme alla sua, anche quella dei fratelli McPheron, i due goffi omaccioni dal cuore più tenero della contea.

Non c’è, tuttavia, neanche un briciolo di retorica. Il vento della pianura se la sarebbe portata via. Questo è un romanzo in cui si rimane impressionati dalla potenza della vita, è un libro raro, è un libro che ci restituisce migliori. È un libro che diventerà un classico.

7 pensieri su “Kent Haruf: l’indispensabile vita della contea di Holt

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