Michele Caccamo: il poeta “tradotto” in carcere per volontà della ‘ndrangheta.

Miky
Dopo tre lunghi anni di custodia cautelare finisce il suo incubo kafkiano.

Un’accusa mossa da un ex dipendente, come promotore di una truffa con modalità mafiose e un processo durato tre anni: per Michele Caccamo nel maggio 2013 si sono aperte le porte del carcere e soprattutto della malagiustizia, che come una malattia invasiva, divora e lascia allo stremo.
E siamo in Calabria dove la lotta alla criminalità non conosce il discernimento e quindi arrestare è un diktat: la regola contro cui l’innocenza non ha via di scampo.
I casi sono tanti e noti: ma nell’affaire Caccamo, durante il processo emergono verità terribili. Un collaboratore di giustizia dichiara che l’ex dipendente (ndr: l’accusatore di cui sopra, ovvero il custode della struttura industriale) è il reale complice dell’associazione criminale e la struttura industriale, in fase di dismissione, potrebbe essere acquistata all’asta dalla ‘ndrangheta, che ha grossi interessi nella zona in cui sorge:
“Michele Caccamo è una persona per bene, una vittima, e la ‘ndrangheta ha vantaggio da questa persecuzione, perché vuole acquisire la sua attività e i suoi beni. Lui, prima di tale accanimento, si è sempre opposto, subendo per questo: furti per oltre un milione di euro, revoche di affidamenti bancari, perdite di commesse di lavoro. Il vero favoreggiatore dell’associazione per delinquere era l’ex dipendente (custode), che operava all’insaputa di Michele Caccamo approfittando della notte o delle sue numerose assenze dal complesso industriale.”
È l’articolo 530 comma 1, del codice di procedura penale, promulgato dalla Corte del Tribunale di Palmi che mette fine a questo incubo e conferma l’innocenza di Michele Caccamo: con formula piena e per non aver commesso il fatto.

Nonostante la linearità della sentenza attesa e accolta con emozione e piena soddisfazione dall’aula, l’affaire Caccamo resta un caso irrisolto di malagiustizia.

Tre anni anni in cui la libertà personale viene sottratta, a titolo cautelare: al pari di delinquenti e criminali, Michele Caccamo ha sopportato il carcere e tutte le privazioni umane e affettive che gli sono state imposte per via di una calunniosa testimonianza, per la quale il dichiarante non è ancora stato ad oggi indagato e, contro di lui, non è stato preventivamente preso alcun provvedimento cautelare.

Tre anni di prigionia invece per Caccamo: tra carcere a Palmi e domiciliari, poi di nuovo una carcerazione presso il carcere di Palmi e il necessario trasferimento al carcere di Locri, per minacce ricevute e per essere stato indicato come “persona non gradita” all’interno dell’Istituto di pena, dagli altri detenuti, in seguito a una sua presa di posizione, per il rispetto del lavoro delle guardie carcerarie, e di nuovo altri mesi di domiciliari fino all’assoluzione: quando verità e giustizia hanno avuto ragione su un pasticcio giudiziario.

La ragione appunto, la stessa che per educazione e cultura non ha mai abbandonato il poeta malcapitato che da sempre si professa (inascoltato) innocente.

E in molti gli avevano creduto: gli stessi uomini di cultura che lo conoscono, lo frequentano e apprezzano la sua arte poetica, conosciuta oltre i confini italiani, non solo quelli geografici ma anche oltre quelli della burocrazia fallace e scomposta. Gli avevano creduto personaggi come Laura Arconti, Andrea Camilleri, Achille Occhetto, Cristina Matranga, Aldo Nove, Susanna Schimperna, per citarne alcuni, oltre a esponenti della cultura mondiale, prevalentemente del mondo arabo.

Michele Caccamo è conosciuto, in Italia e all’estero, come il Poeta della Fratellanza. La sua Poesia racconta la sua fedina penale, quella della sua anima pulita: l’unica colpa che ha è quella di emozionare e scuotere gli animi con i suoi scritti e le sue poesie o forse più semplicemente è colpevole di essere un onesto uomo calabrese.

Michele Caccamo ha dato a tutti una lezione di vita e qualche suggerimento per una Giustizia Migliore: dal carcere infatti scrisse una sua riforma sul sistema carcerario e giudiziario per umanizzare la prigionia.

“Farò della mia innocenza una pubblica ragione”: questo dichiara oggi Michele Caccamo, da uomo libero che trae forza dalla sua innocenza e dalla sua indiscussa onestà, da oggi ufficialmente per tutti, per la sua rinascita umana e sociale.

[Da oggi, Michele è redattore di La poesia e lo spirito]

25 pensieri su “Michele Caccamo: il poeta “tradotto” in carcere per volontà della ‘ndrangheta.

  1. Caro Michel,
    che dirti? Sembra a me una mostruosa infinita macchinazione- allucinazione, immagino quello che hai potuto provare tu

    Certe volte ci sono come delle intuizione profetiche nell’infilarsi nei meandri dell’anima di un poeta . E qualche anno fa – non a caso – avevo scritto su di te questo articolo, pubblicato su “Espresso Sud”, che volentieri trascrivo. (Per fortuna che – alla fine – non è stata “impossibile la salvezza”)

    Michele Caccamo : L’impossibile salvezza

    Michele Caccamo è uno che ha provato il deliquio della parola , quello stato di grazia intermittente che è solo dei poeti, e in specie dei poeti visionari e metafisici come lui , che hanno una “malinconia rarefatta” e una loro “musica nascosta”, come osserva Raffaele La Capria nella prefazione a “La stessa vertigine,la stessa bocca”, Manni, Lecce, 2007.
    Si tratta di un poeta che cerca striature di luce e di libertà, che ha una spinta costante a donarsi, una tensione e un linguaggio talora corrusco, violento, magmatico, potente, incisivo, che lascia il segno:“E potrò salire al sole/ – con il fuoco tra i denti -/ e un faro d’oro tra le dita/ e stare eterno”
    Bisogna provare che cosa significhi avere dentro di sé un corpo di scrittura e la sofferenza , il dolore , la morte come “paesaggio” esistenziale ;bisogna provare quella profondità di certi strati della carne , quel costante esercizio d’astrazione della geometria delle sofferenze , fisiche e spirituali, quella tensione verso l’esattezza, lo spaventoso, l’inconcepibile, il vuoto infinito , la dannazione , la morte che tutto annulla, per comprendere questo poeta calabrese , che ha frequenti contatti con il Salento, ( che una volta, guarda caso, era chiamato “Calabria”) e con gli dei che un tempo lo abitavano, per evidenti affinità elettive.

    Ma Caccamo è “anche” un poeta dei nostri tempi , un cristiano inquieto e problematico che costruisce immagini di cristallo seduto su un vulcano fosforico , un vulcano che somiglia tanto al Monte Calvo di Gerusalemme , al Golgota, dove sta ancora e sempre in croce quel povero Cristo , lì appeso , inchiodato , come l’ultimo volgare degli assassini, deriso, sputacchiato, spernacchiato, sconfitto. E lui, il poeta, come dice Borges , “deve essere la croce e i chiodi”, la lancia , il sangue e il cielo che s’oscura ; deve essere il testimone (e il complice ) , l’uomo che guarda tutte le cose e deve giustificarle ; l’uomo ferito , incredulo, disperato , che piange un dio che muore e non crede alla rinascita, alla salvezza: “E’ insensata la salvezza/ Non sento l’urto di nessuna sepoltura/…Ci fosse la salvezza/ fosse con noi/ nel nostro sangue/ ci farebbe rinvenire/ e per Dio pregheremmo”
    Fatti che popolano lo spazio e che toccano il cuore dell’uomo per sempre , fatti che meravigliano e continuano a meravigliarci ogni giorno , come il numero infinito di cose di cui ogni giorno si nutre il poeta e che vanno a finire nell’imbuto senza fine della memoria dell’universo , insieme alle galassie e ai buchi neri .

    La morte , dice Caccamo , ci bracca , ci sta sempre addosso , alle spalle, o davanti, la morte come “vizio assurdo” pavesiano , la morte bergmaniana che ti sfida all’ultima partita a scacchi , ma prima e dopo la morte . ci sta quel Crocifisso che non ti puoi togliere dalla mente e dal cuore , “Quello era l’unico uomo veramente buono mai esistito sulla terra” , dice Dostoevskij, che ci propose il Cristo “Idiota” , il Cristo ancora oggi “Sconosciuto “ ,il Cristo Mistero Irrisolto , che fa dire al dubbioso poeta: “La sindone è una morte solo umana/la deportazione di un lino/ una disgrazia senza profeta/ un tranello ecclesiale/ La morte è già regno/ deposizione e dimora/ capanna croce e spavalda lastra/ un gradimento divino”

    Metamorfosi tutta luziana
    In realtà, questa sua necessità di cogliere verticalmente , di scavare in profondità il senso dell’esistenza , questo suo cristianesimo interrogante, pessimistico, in-fedele , rimane comunque l’unica forma di speranza , l’ultimo possibile approdo , per dare un senso ad un viaggio , a una vita che altrimenti non avrebbe alcun significato. Un vita che spazia dal filo d’erba alla immensa sinfonia delle stelle e dei pianeti , ma allo stesso tempo continua a scavare nei pozzi più profondi , immisurabili, nei recessi più remoti dell’inconscio ( …son qui venuto, avanzo / da tempi inconoscibili, ardo, attendo ; / senza fine divengo quel che sono, / trovo riposo in questa luce vuota”) , in una fusione di pensiero e immagini in cui la frequente oscurità , il gioco delle sinestesie metaforiche sono anche cifra stilistica e caratteristica peculiare:”lavami la bocca con acqua di riso/e coprimi il torace/ stanotte mi addormenterò/ senza pensare all’ossigeno/ e stanotte ho paura/ come deponessi l’anima”
    “Da far mancare il respiro” , scrive Silvia Cuomo . Ed è vero. Dà l’idea di un corpo e di un’anima sommersa , che ti vengono incontro dal passato, o dal futuro di un’anima nascosta “nel corpo oscuro della metamorfosi” tutta luziana.

    Il sentimento del vuoto e del naufragio

    Caccamo è uno che vive lo sradicamento, lo spaesamento, lo spossessamento fisico e spirituale dell’uomo di oggi , la “liquidazione” di tutti i valori tradizionali ( famiglia, scuola, patria, onore, ecc.) delle civiltà occidentali …”Il mondo sprofonda nel suo caos originario le cose risaltano di nuovo con quella terribile libertà che possedevano quando non servivono a nessuno” . L’unica via di fuga è la letteratura, la poesia. Ma bisogna farsi corpo di scrittura , bisogna saper usare le parole in modo diverso , come terapia dell’anima, per ridare un senso al fare poesia , durante la nostra abituale navigazione nei vari fiumi infernali di oggi non dissimili da quelli danteschi, lo Stige, il fiume delle lagrime dell’incontinenza , passaggio obbligato per arrivare alla città di Dite, e l’Acheronte , il fiume che segna l’ingresso nel regno dei morti , il limite che le anime di tutti i defunti devono varcare , inelusibilmente e irreversibilmente , sulla barca di Caronte. Ma già in questa vita , dice Caccamo, siamo tutti su una barca di dannati , e non abbiamo altro porto che quello dell’inferno o del Nulla. La salvezza ci è preclusa da sempre , e non ci sarà Beatrice alcuna – atto incantato di una memoria che ama rievocare , trionfo della fantasia , figurazione d’amore – che ci salverà, perché “ quest’acqua/piena di lacrime/quasi si muove/come fosse un pianeta /o una bomba che fa saltare le onde…”

    Ed ecco che le parole di Caccamo si fanno lapilli che vanno verso l’alto , a ferire un cielo che precipita nel vuoto , con una tensione verso il nulla e l’infinito , che è attrattiva e repulsione al tempo stesso . Lui è uno che ha capito che lo spaventoso e l’inconcepibile che ci sovrastano non sono il vuoto infinito dello spazio, ma l’esistenza stessa, che è solitudine senza fine e senza meta : “è di vapore la notte/ è muta/ tutto si sottrae/ e mi lascia esistente /come fossi una luna /metafisica risorta…io qui mi piego/ e piango/ come l’unica vittima/ interamente chiuso / in questo vuoto/ ravvolto in quel cielo/ che invano guardo/ così senza altezza/ stretto al suolo/ agonizzante fino ai piedi/ come una traccia a terra
    Ed ecco che questa poesia che cerca di innalzarsi , arrampicarsi come un’edera metafisica verso un qualcosa che non esiste, si fa via via sempre più consapevole del suo inevitabile naufragio, del buio totale, assoluto:”lo spessore della terra è il vero orrore/ tutto senza luce/ senza possibilità che rimbalzi il vento ma è simile a un prodigio questa successione/ questa carne espansa
    Scisso in se stesso, senza ruolo , identità o dimora, nostalgico dell’impossibile, tutto gli pare luogo d’esilio, tutto si riflette , si miniaturizza nella miseria creaturale , e nell’attesa della morte, lucida gelida , nera e spietata ( “si muore senza ti amo…/ e non si hanno carezze”). Ma dov’è più l’antica voce che apriva l’aria , che la scindeva e la squartava , che si insinuava nel suono dei mattini iniziali , nelle pieghe della luce?… Ecco , questo è il suo destino , far risuonare l’urto della luce afferrata , far diventare una superficie , il tragic glass , il ritmo, la misura dei luoghi , l’accento forte, l’ictus, il piede che batte la terra , il piede che diventa ritmo , il verso bianco giambizzato , l’immagine della claudicazione ,la luce e il suono …far diventare il tutto voce di speranza, “una voce indivisa/una veglia/dove si produce l’anima…/dove la polvere nell’aria/ diventa fiamma/ e i morti appaiono/ e si vedono le colonne/ i semi delle stelle/ e per tutte le anime unite/ si spalanca la luna

    La prigione del corpo , Rebora e l’anima.
    Se il teatro – come disse Klossowski – è molto vicino alla chirurgia, la poesia può essere la medicina per salvare, guarire gli esseri umani…e questo fin dall’origine, fin dal principio quando il primo verso non fu altro che un grido di dolore miliardi di volte ripetuto nell’etere…Amici, – sembra voler dire Caccamo , la poesia non è un’arte , è una necessità indistruttibile che inventa forme fino a che non coincidono più con la realtà, ma vanno oltre, sono altrove …la poesia distrugge l’idea , manda in frantumi le forme , o nasconde le forme, o eccede le forme. Enuncia la rivelazione in modo apocalittico di quanto accade ogni giorno senza mai essere cominciato , senza mai essere ripetuto :“portatemi una rosa/come un angelo sospeso/una rosa veggente che mi faccia felice”

    La poesia è come il cane che lecca la lima , in realtà sta leccando il suo sangue ma gli piace più del dolore , e continua a dissanguarsi; è questo gioco di sangue e scrittura , questa mortale folgorazione fisica e psichica in cui la parola , la lingua , il discorso precipitano , e si manifestano in maniera sonora , una eco che viene da lontano, lontanissimo, un ‘ eidola che si siede sulle nuvole… si chiude il cielo/ed è tutto contenuto/ come dentro a una noce…
    Non voglio più vedere nulla, basta questa fine della luce, questa fine della visione , e poi questo farsi grattar via la pelle , questo scorticarsi , questo farsi strappar via la maschera e il volto. Ma forse non c’è nessun volto, sono tutte maschere ,un’infinità di maschere composte di strati diversi della stessa maschera , in fondo
    farsi strappar via questa pelle questo volto è una sorta di sostituzione alla decapitazione più volte chiesta allusa richiesta . Ci sono diversi modi di morire , io vorrei morire finendo nel lago profondo , senza fondo , dei versi , dentro quel luogo astratto e assoluto in cui i tempi e i corpi mutano e si

    confondono i volti , in questa leggerezza disumana , questa disumana tensione, quella cifra di crudeltà che sta sempre nella verità gridata , in questo spazio profondo , in questo ordine-disordine , in questa assoluta incompletezza e perfezione , in questo solido e contraddittorio, compatto e impalpabile cifrario di parole che mi provoca indicibili emozioni , irripetibili e tragiche , come la lucentezza la levigatezza e l’asprezza del cristallo infranto.
    “non dovevano le reni legarmi/come una seppia secca/ asfissiarmi sotto una croce anche se i nerbi/ mi hanno spezzato ogni vena/ anche se tutti i peccati/ preparati dalle streghe dagli eredi di Dio/ mi hanno battuto/ e io continuo a cadere / come il tempio delle mie parole
    Qui Caccamo ricorda, per alcuni aspetti, il primo Rebora, quello che descrisse il crudo realismo della grande guerra, come pochi altri seppero fare ( tra melma e sangue/ tronco senza gambe/ e il tuo lamento ancora,/ pietà di noi rimasti/ a rantolarci e non ha fine l’ora”) , quello che urta contro la prigione del corpo.
    Forse anche lui è in attesa di una conversione che plachi il suo agitarsi dell’anima , rendendogli più vivibile quella prigione del nostro corpo che solo la morte ,forse, potrà aprire. Ma forse, quel che conta, quel che potrà dare un senso alla nostra vita, è come si muore , ( mi viene in mente la morte di Drogo nel “Deserto dei Tartari”) , la dignità con cui si affronta la morte . Ma , – ripete Caccamo, – non illudiamoci : “ si muore senza ti amo/ con gli occhi serrati da una spina /e si ha fiato sottile/ e non si hanno carezze chiuse in una fronte/ e non è nulla/ e si piega l’aria di uno straziante distacco

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  2. sono felice di sapere che michele, amico caro, è entrato nella redazione di La poesia e lo spirito. lui più di molti di noi ha la capacità e il grande cuore di poter far parte di questo blog ormai storico, fondato dal grande fabrizio centofanti come alternativa di qualità. sono contento che michele abbia qui un suo spazio per le sue grandi poesie e per quanto di importante ha da dirci. così, voglio abbracciare lui, fabry e tutti quanti voi perché questo è un giorno di festa.

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  3. Grazie Michele per essere entrato qui da noi, e per la tua vita: chiunque si opponga all’abberrazione della società in cui viviamo paga di persona quello che dovremo invece pagare tutti. Grazie per il tuo sacrificio e sarà interessante seguire i tuoi post, che spero conterranno anche la dolorosa ricchezza della tua esperienza. E bentornato libero!🙂

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  4. Incredibile ma vero, non sapevo nulla della sconvolgente esperienza di Caccamo. Ma non avevo dubbi che i “casi Tortora” continuavano a essere perpetrati. E ora cosa ha da dire la Giustizia (sempre con la G maiuscola!) a un uomo ingiustamente privato di tre anni di vita, dell’onore, della reputazione e (immagino) di una fetta non irrilevante di patrimonio? Nulla. Alla fine ti abbiamo riconosciuto innocente. Che vuoi di più? Ecco, Michele Caccamo, ringrazia il procuratore che ti accusò, il Gip che ti mise in carcere, e la Corte che in soli tre anni riconobbe la tua innocenza! Ringraziali e alza inni e peana in onore della Giustizia.

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  5. “Sì, un Poeta dovrebbe essere atomico con la realtà, avere in ogni suo istante un miracolo; non dovrebbe mai riaprire gli occhi e avere, anzi, pronta un’opinione scellerata, terribile, per indicare agli uomini la loro tragedia nel nascere. Ma adesso non importa più, perché il mio stesso essere è nella tragedia; la mia prosa è nascosta dall’oscurità di questa stanza. E se fosse nascosto dove adesso esisto il Dio eterno?”

    Michele Caccamo

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  6. Posso solo immaginare il dolore e l’angoscia che Michele ha dovuto patire nel corso di questa assurda vicenda. Credo che sia una delle esperienze più terribili che possa capitare a un essere umano.
    Tre anni sono lunghi e nessuno potrà mai risarcirli. Ma intuisco che Michele ha in sé la forza per trasformare il negativo in positivo.
    Sono felice che quest’incubo kafkiano sia finito e sono grato a Fabrizio Centofanti per aver accolto Michele all’interno della famglia di “La poesia e lo spirito”.
    Benvenuto anche da parte mia, caro Michele.
    Di vero cuore.

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  7. Grazie a tutti coloro che hanno sostenuto e incoraggiato Michele in questi commenti. Ho cercato di diffondere il presente comunicato, ma in molti non hanno risposto. Mi auguro che non debbano passare sotto forche caudine come queste, per arrivare a comprendere un certo tipo di dolore. Da tempo non commento più pubblicamente, ma in questo caso mi è sembrato giusto fare un’eccezione. Per Michele, e per quanti, come lui, hanno dovuto subire il peso di un’ingiusta accusa.

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  8. grazie a te Fabrizio di avere ancora una volta aperto la porta della poesia e lo spirito a una persona come Michele, che non conosco personalmente ma che sto imparando a conoscere attraverso i suoi scritti. E grazie a Michele di condividere con noi tutti qualche parte della sua opera e della sua esperienza.

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  9. non sapevo nulla! e ora il più bel dono che puoi farci, Michele, è continuare a scrivere. di sicuro la tua sarà divenuta poesia ancor più essenziale, di altissima densità, emersa dal fondo di una sofferenza atroce perché ingiusta. necessaria a te per sentirti ancora partecipe della comunità umana nonostante questi suoi assurdi errori e indispensabile a noi per esserti accanto, risarcendoti con la nostra empatia. la tua poesia ci manca.
    un abbraccio caro a te e a tutto il cerchio di lpels,
    annamaria ferramosca

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  10. Yes and how many times must a man look up
    before he can see the sky
    yes and how many ears must one man have
    before he can hear people cry
    (…)
    the answer my friend is blowing in the wind
    the answer is blowing in the wind”.

    Quanto deve far male l’attesa così lunga, fra ciò che è giusto e quanto il mondo vuole farla facile.

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  11. Non conoscevo questa vicenda e confesso di non trovare le parole adatte per commentarla. Ho scritto, cancellato e riscritto il commento diverse volte. L’unica cosa che mi sento di dire è che adesso c’è un amico in più, ed è bellissimo. Quindi… a presto, Michele!

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  12. Pingback: Michele Caccamo – Pertanto Accuso | Neobar

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