Axis mundi. Storie della Brianza: Bar Jolly

di Gianni Fumagalli

bar sport

Lo squarcio della claire del bar Jolly, in un fresco mattino d‘inizio estate, interruppe per un istante il gioioso vociare degli uccelli; i primi a impossessarsi del silenzio residuo della notte per poi cederlo agli aggressivi rumori del paese. Il gesto di Peppino, deciso ma stanco, diceva che le ore di sonno non erano state sufficienti. Un’altra lunga giornata stava per cominciare con la prospettiva, come tutte le altre in quella stagione, che durasse fino a notte fonda. I primi avventori arrivavano frettolosi per un caffè, davano un rapido sguardo al giornale sportivo e tra un commento acido e un saluto confidenziale uscivano frettolosi per recarsi al lavoro.

Ci si vedeva al bar in quel tempo. Ma non si andava in uno qualsiasi, ci si trovava in un preciso locale, perché il bar era uno spazio identificativo. Non ero un frequentatore del bar Jolly, ma ero sempre stato attratto dai personaggi che lo animavano. Queste pagine sono il tentativo di cogliere un epos, di fissare relazioni, persone e storie che in quello spazio non sono passate attraverso valori codificati o esperienze esemplari, ma hanno seguito regole proprie che non erano regole, e valori che sembravano disvalori. Raccontiamo una giornata dove, come su un palcoscenico, si alternavano comparse e protagonisti ognuno con un proprio spazio. Come in una compagnia teatrale si viveva un’affettività consolidata da una costante convivenza con tutta la gamma dei sentimenti: la stima, l’amicizia, la gelosia, l’indifferenza. Ci si aspettava al bar e quando qualcuno non arrivava se ne sentiva la mancanza.
Adriano era la testa pensante del bar. Pacato e riflessivo era una garanzia per tutti gli impegni che si assumeva. Peppino lo sapeva e gli affidava compiti di fiducia come la gestione del jukebox. Si recava, con Gusto e Peppino, una volta al mese alla Ricordi di Milano e, con i suggerimenti della rivista specializzata Ciao 2001, che si ispirava alla più titolata inglese Melody Maker, tornava con il meglio della musica pop-rock mondiale. Se ne giovava il bar che, poteva vantare nel suo jukebox, le più belle canzoni degli anni 60-70: molti avventori venivano proprio per ascoltare queste primizie. Gusto invece era esaltato da tanta bellezza e varietà musicale; lo potevi vedere mentre ascoltava un brano dei Procol Harum o di Emerson Lake and Palmer, premere i pulsanti del jukebox, con movenze da pop star, come fossero tasti di una pianola elettrica.
Gusto entrò di fretta, accennò solo a dei saluti con la testa, passò davanti al bancone e chiese cento lire al Luci che, senza interrompere la conversazione, cavò dalla tasca una manciata di monete e le porse all’amico sul palmo aperto della mano. Ne prese una afferrandola per il bordo tra il pollice e l’indice, come la volesse mostrare a tutti, poi si accostò al jukebox e con gesto plateale la introdusse nel taglio. Scelse meccanicamente i pulsanti B 23, corrispondenti a Badge dei Cream, cercò altre due canzoni, Stairway To Heaven dei Led Zeppelin e Freedom di Jimi Hendrix. A Tino, il ragazzo che gli era vicino e stava scegliendo le canzoni prima che lui arrivasse, scostandolo con decisione, Gusto sentenziò: “ Clapton l’è ul diu, peo vegn i chitarristi cun i ball e peu i grata furmac che te sentet te”. (Clapton è il dio, poi vengono i chitarristi con le palle e poi i grattugia formaggio che ascolti tu). Tino non comprese la tagliente critica, ma fu toccato dallo sprezzante giudizio circa i suoi gusti musicali. Balbettò sottovoce un: “ma alura i New Trolls?”. Gusto però non lo ascoltava già più, la testa rovesciata, gli occhi chiusi, attese in questa posizione estatica l’attacco del brano che aveva scelto, poi uscì dando un cenno d’intesa all’amico Luci per l’accordo della serata e battendo un forte colpo sul bancone gridò, all’indirizzo della bella e gentile moglie di Peppino: “una birretta, madame, ma me racumandi bela fresca!” (una birretta signora ma mi raccomando bella fresca). Nel primo pomeriggio aspettava il Castagnola che arrivò poco dopo con la sua andatura sinuosa e sorretto dalla bicicletta portata a mano. Lo fermarono che stava entrando al bar con la bicicletta. Appena Gusto lo vide alzò le sue lunghe leve e quando gli fu davanti gliele abbassò sulle spalle e chinando la testa a sfiorare la sua fronte gli sussurrò: “Castagnola ta set ul miliur, ta spiciavum (Castagnola sei il migliore, ti aspettavamo), tas, tal set minga sa m’è suces! Seri a dre a purtà un caric de pisistrina (così chiamava nel gergo personale l’oggetto dei suoi traffici) a destinasion quant ho truvà un post de bloc a Valaverta, per furtuna i ao vest subit e ho fa in temp a girà ul furgon, in cinc mineut i ho seminà. Chi martul in vulà feura de strada a la prima curva. Ma me al so, l’è ca la troia de la mia visina de ca che apena la me ved a cargà ul furgon la va subit a infurmà la pulisia, per me a la fa de mestè la spiuna. (Taci non sai cosa mi è successo! Stavo portando un carico di pisistrina a destinazione, quando ho trovato un posto di blocco a Valaperta, per fortuna li ho visti subito e ho fatto in tempo a girare il furgone, in cinque minuti li ho seminati. Quegli stupidi son volati fuori alla prima curva. Ma io lo so, è quella troia della mia vicina di casa che appena mi vede caricare il furgone va subito a informare la polizia, per me fa di mestiere la spia). Poi, per circa mezz’ora, continuò la sua narrazione fatta di loschi traffici, inseguimenti rocamboleschi e infuocate sparatorie. Ad un certo punto entrarono due persone, il Castagnola si interruppe e, all’indirizzo di Gusto chiese: “ch’ei chi du lè, saran minga de la pulisia? Gusto lo tranquillizzò e con un mite sorriso gli chiese: ”ma te fa cal sfris soeu la facia? Riferendosi a un vistoso graffio sulla guancia: “l’è stada una palotula de striscio”, (chi sono quei due, non saranno della polizia? – ma come hai fatto quel graffio in faccia? – è stata una pallottola di striscio), fu la pronta risposta del Castagnola. Poi riprese con enfasi la storia. Gusto, rapito dal patos narrativo, aveva ogni muscolo della faccia teso in un sorriso che esprimeva felicità, in quel momento viveva uno stato di pura beatitudine dove non mancava di nulla. Ma ad un osservatore estraneo balzava all’occhio un evidente contrasto tra le sonore risa degli ascoltatori e la serietà marziale del narratore. Il fatto è che il Castagnola raccontava per la storia, almeno quella non convenzionale, dove l’epos narrativo impone una maschera che non concede emozioni, egli parlava dalla realtà del mito dove gli eroi sono immortali e la granaiola di pallottole può solo sfiorarli. Il gruppetto fu disperso alcuni minuti dopo. Una voce, sovrastando tutte le altre, informava che tra mezz’ora sarebbero iniziati i quarti di finali del torneo di calciobalilla. Gusto, rimasto solo con il Castagnola, gli offrì una birra che lui declinò con una battuta: “ sun astemio, ul dutur al ma urdinà de bef dumè bianchen” (sono astemio, il dottore mi ha ordinato di bere solo vino bianco). All’indirizzo del Luci Gustò gridò: “dai Lucchio, così lo chiamava a volte confidenzialmente, offri un bianchino al nostro amico”. Il Castagnola lo trangugiò con soddisfazione, poi si dileguò.
Giba amava gli animali di un amore materno, li amava incondizionatamente, tutti, petauro compreso e, sarebbe stato un degno custode dell’arca se il Creatore lo avesse richiesto. Cani, gatti, volpi e ogni genere di volatili trovavano cure e ospitalità nella sua casa. Era sempre catturato dalle storie di Gusto che, di ritorno dai numerosi viaggi esotici, raccontava di piraňa, coccodrilli, serpenti velenosissimi. Giba ascoltava incantato e una volta arrivò a chiedere: “dai! Gusto portum a ca un puma la prosima veaulta”, “dai! Giba ma foa cumè?”, “in viac tal tegnet le schesc in mes ai gamp”. Gusto liberò una sonora e contagiosa risata come solo lui sapeva fare. (dai Gusto la prossima volta portami a casa un puma – dai Giba come faccio – in viaggio lo tieni tranquillo in mezzo alle gambe). Aveva un debole per i cavalli, la sua grande passione e arrivava ad ammazzarsi di fatica pur di vivere in simbiosi con un cavallo. Dopo la sua giornata regolare di lavoro accettava accordi coi proprietari di maneggi, a cui prestava i suoi servigi gratuiti come stalliere, in cambio del permesso di passare un po’ di tempo con gli amati animali. Giba rifletteva un animo buono che invitava al dialogo ed era dotato di una forza nervosa che sapeva contenere. La sua presenza al bar era solare. Seduto su una sedia appoggiata alla vetrina, circondato da un gruppetto di amici intenti in discussioni, in prevalenza di animali, il tavolino davanti con sopra un calice di bianco, passava intere ore senza cambiare la sua postazione preferita. Quel pomeriggio il gruppetto discuteva animatamente di colori e mode quando passò Peder, che vestiva sempre di nero e si atteggiava a cowboy, senza fermarsi e degnare di uno sguardo gli amici, fece giungere loro il suo lapidario giudizio: “comunque ul negher le un bel culur”. (comunque il nero è un bel colore).
Franco detto Ginoia: non entrava al bar, faceva capolino come su una scena. Per Franco il bar era un palcoscenico dove esibirsi. Alto, possente, gonfiava il petto prima di entrare, in ragione della regola che l’importanza tra i frequentatori era direttamente proporzionale al volume che si occupava. Ginoia si faceva precedere da una sentenza sibilata all’indirizzo di un bersaglio facile, in genere un personaggio eccentrico. Strizzava le finali delle frasi come a dargli un effetto sonoro più efficace, in modo da catturare l’attenzione di tutti: “ma se te get fa a chi cavei le, ti e tegnù tuta noch suta la clair” (Ma cosa hai fatto a quei capelli, li hai tenuti tutta notte sotto la claire). Poi prendeva una posizione centrale nei mezzo del gruppo di amici e proseguiva a lanciare i suoi strali. Il pomeriggio erano previsti i quarti di finale del torneo di calciobalilla, per questo era arrivato al bar con largo anticipo. Le coppie erano così composte: Giorgio Cibin e Angelo Brivio, Adriano e Gino di Lomagna, Piero e Nando, Guido e Angelo Magni, Giovanni Penati e Felice Simioni, Giuseppe e Pio, Franco Ginoia e Sem. Il tabellone metteva la coppia Franco-Sem contro Giorgio Cibin-Angelo Brivio i due più forti del torneo, Franco lo sapeva bene, per questo era nervoso. Al meglio delle cinque partite persero 5 a 3, con l’incontro decisivo giocato ad alto livello, e non bastarono la forte linea mediana di Ginoia e la sicura difesa di Sem per avere la meglio sulla coppia che poi vinse il torneo. Per tutta la serata Franco, non rassegnato dal risultato, si aggirava per il bar come un’anima in pena. Rimuginava colpi e stoccate che secondo lui non erano andati come dovevano e li ripeteva con gesti rapidi e nervosi simili a tic.
Arrivarono le sette e mezza di sera e due importanti eventi attendevano gli abitué: il gioco delle carte e la partita di calcio del torneo serale. Per il gioco delle carte il bar si affollava di un esercito di appassionati che si affrettavano ad occupare i tavolini perché arrivare qualche minuto dopo le sette e mezza significava essere esclusi dal gioco per tutta la serata. Era una popolazione costituita in prevalenza da operai, da pochi studenti e qualche disoccupato che rinunciavano alla cena pur di occupare un posto fra quei tavolini. Tutta questa pletora di persone occupava una decina di tavoli divisi a seconda del gioco: scopa 15, scala rientro, ramino, poker, tre sette a prendere o non prendere; a qualche tavolino si giocava a soldi. La scena sembrava un set di un film di Antonioni; un silenzio irreale catalizzava l’atmosfera che veniva rotta a volte da esplosioni furibonde: “ta set un pirla! Sa peu no vegnè feura de tri bell se te set de mas, te specet lur e peò l’è tutu to”. “ma se te set vegnù feu te cul tri, credevi che ta ga neret seu du te. Tal set sa veaur de blefà o ta devi spiegà tuscos?” (“Sei un pirla! Non si può giocare il tre d’ori se sei di mazzo, aspetti che escano loro poi è tutto tuo. Lo sai cosa significa bleffare o ti devo spiegare tutto? Ma queste offese che scuoterebbero le relazioni più consolidate erano iscritte in un codice accettato unanimemente che contemplava tutte le minacce possibili, comprese quelle più dure, perché l’accusatore era ben consapevole che la mano successiva poteva essere lui l’oggetto di simili attacchi. Arrivarono i primi giocatori del torneo serale, lasciando cadere la borsa con un piccolo tonfo, ed era quasi un segnale convenzionale. Si giocava a Calusco d’Adda e il ritrovo era alle otto e mezza al bar, un campo rognoso e per giunta una partita decisiva, l’ultima del girone di qualificazione, vincere significava andare avanti, perdere tornare a casa. La squadra era forte e ben equilibrata. In porta stava Gianni prestinè, (prestinaio) fratello di Peppino, in difesa, gli insuperabili terzini Giovanni Penati e Adriano con l’arcigno Motta difensore centrale, mediano era l’elegante Pio mentre i due furetti Sandrino e Giuseppe rappresentavano l’attacco. Si giocava l’ultima di tre partite di venti minuti per tempo, occorreva quindi essere al campo per le nove e mezza, la partenza era fissata per le nove meno un quarto, quando Adriano, che era sempre attento a tutto, disse con preoccupazione: “bagai! Manca Giuan. (ragazzi! Manca Giovanni). Tra i giocatori che erano in attesa serpeggiò una visibile preoccupazione, ma intervenne prontamente Pio a tranquillizzare gli animi precisando: “scusim, scusim! Ma seri a dre a dimenticam, Giuan l’è pasà a mesdé de ca mia per dem che stasira al giugava la prima partda del torneo de Lesmo. Al ma anca di de minga preocupas che al faseva in temp a rivà per l’urari perché, finida la partda a Lesmo, sensa cambias, un amis l’avres purtà de cursa a Caleausc”.I giocatori tirarono un sospiro di sollievo. (Scusatemi, scusatemi! Ma stavo per dimenticare, Giovanni è passato a mezzogiorno a casa mia per dirmi che questa sera avrebbe giocato la prima partita del torneo di Lesmo. Mi ha anche detto di non preoccuparsi che avrebbe fatto in tempo ad arrivare perché, finita la partita a Lesmo, senza cambiarsi, un amico l’avrebbe portato di corsa a Calusco). Partirono con gran frastuono di claxon e sgommate, sul bar calò di nuovo la tranquillità dei giocatori di carte.
Più tardi il bar si animò dei clienti nottambuli, entrò il Californiano con passo lento e marziale, cappello di panama e doppio petto gessato scuro, era il passaporto per i suoi racconti abitati da gunster e scagnozzi che non esitavano a ingaggiare sparatorie infuocate e a sfasciare locali. Mostrava una visibile impazienza, cercò con lo sguardo Gusto poi, avuta la risposta che non c’era, trangugiò un amaro, pagò e uscì salutando con due dita a sfiorare l’ala del cappello. Il Gingio entrò invece in sordina; faceva capolino dalla camicia, la testa del suo inseparabile cagnolino. Mentre beveva il caffè lamentava con un amico vicino di bancone uno scherzo poco gradito subito il giorno precedente, sospettava anche dell’autore. Nel raccontare l’episodio abbassava sempre più la voce quasi a vergognarsene. Soprattutto temeva che il racconto dalla sua voce sarebbe stato la conferma dell’autenticità dello scherzo. Lui invece intendeva negare tutto; di fronte al racconto di Gusto, con dovizia di particolari, era deciso a sostenere la rigida linea della negazione assoluta: “non è vero niente, sono tutte storie inventate da quel bellimbusto!” Gingio non avrebbe mai ammesso, neppure sotto tortura, che aveva dovuto tornare in mutande dalla Molgora perché un “fetente”, mentre si stava godendo un bagno ristoratore, gli aveva fatto sparire vestiti e bici. Aveva dovuto raccontare anche una storia credibile alla moglie che se l’è visto comparire davanti alla porta in quello stato: “ma non pensi a me che tutte le volte che vado in paese mi sento sulle spalle gli sguardi di tutti. Non ti rendi conto che sei lo zimbello del paese, lo sanno tutti che ti vedi nei boschi con quella tizia.” ”Ma fammi il piacere, credi a tutto quello che dice la gente come un’ingenuotta. Dai vieni qua, guarda cosa devi fare se ti senti un peso sulle spalle,” e così dicendo le prese le spalle e fece il gesto di scuoterla: “vedi, una bella scrollata e tutti gli sguardi se ne vanno via.” Gingio nel toccare le morbide spalle della moglie, ben fasciate dal liscio vestito, risvegliò antichi desideri, per un istante ebbe l’impulso di possederla, lì, in cucina, ma si controllò temendo la sua reazione scomposta. Fu riportato alla dura realtà dalla sua domanda: “ma come si fa a perdere i vestiti? solo a te succedono queste cose”. A sua difesa raccontò che entrando nella Molgora per un bagno aveva lasciato i vestiti sulla riva, non si accorse che avendoli appoggiati male caddero in acqua e la corrente li portò via. “E la bicicletta, è stata portata via dalla corrente anche quella?” “lo prestata a Gusto”, “bel elemento! Te ne restituirà due”. “Vero pulce?” disse rivolgendosi al piccolo cane. Pulce emise un leggero vagito reclinando leggermente la testolina. “Anche al cane ha insegnato ad essere bugiardo” Ma Gingio pensava a Gusto e a come recuperare la sua bicicletta, fece un cenno al cagnolino che corse davanti alla porta per uscire e all’indirizzo della moglie lanciò un frettoloso: “a presto amore mio” a cui fece eco un:” si amore! Amore mio un corno”.
La squadra di calcio, con supporter al seguito, rientrò con lo stesso frastuono che aveva contraddistinto la partenza, segno che tornavano da vincitori. La sassaiola dei commenti si rovesciò con violenza dalle macchine investendo come un’onda i tavolini. Si discuteva con enfasi ma gli episodi che catalizzavano gli appassionati dibattiti erano: un rigore fischiato per un fallo subito da Giuseppe, inesistente, a detta dei tifosi della squadra avversaria, mentre l’arbitro non ne aveva fischiato uno, commesso dal Motta sul finire della partita, molto più grave, sostenevano sempre i tifosi avversari. L’incontro fu vinto dalla squadra del bar Jolly per tre a due, con gol di testa di Pio, il secondo lo realizzò Sandrino su rigore e il terzo Giuseppe, che sfruttò un rimpallo difettoso che ingannò il terzino. Questo risultato e il cattivo arbitraggio fecero infuriare i tifosi del Calusco che assediarono gli spogliatoi con l’esito che la nostra squadra attese asserragliata, per lungo tempo, l’arrivo della polizia: furono scortati fuori tra due fila di agenti armati. La discussione continuò concitata ancora per una mezz’ora: “ma ul Mota al peu no fa chi falli le – ul Mota al sa tuca no, ul Mota l’è una sicuresa – a la fin sem sta furtunà, l’arbitro al ga dà una bela man – ma che partida te vest, lor han fa tanti di chi falli seu i nostr atacant che duveven finé in quater.“ (ma il Motta non può fare quei falli – il Motta non si tocca, il Motta è una sicurezza – ma che partita hai visto tu, loro han fatto tanto di quei falli sui nostri attaccanti che avrebbero dovuto finire la partita in quattro). Un’affermazione, non più forte delle altre ma più decisa, detta con profonda e vera convinzione, abbassò di un’ottava il tono delle voci: “ma al si no che la bala l’è rutunda” (ma non lo sapete che la palla è rotonda). Che cosa affermava con tanta convinzione quella frase così banale, ingenua nel suo contenuto. Diceva della del caos e dell’ordine delle cose, della fortuna e del destino; il calcio metafora della vita contiene tutto questo. Sì, la bala l’è rutunda!
Quando le ultime lamentele dei condomini si erano placate e gli avventori tardivi bisbigliavano davanti all’entrata, era ancora lo squarcio della claire, nel silenzio della notte, a dire che un’altra intensa giornata si era conclusa al bar Jolly.
Chiediamo scusa se abbiamo dimenticato o deliberatamente omesso qualche personaggio o episodio degno di nota, a nostra discolpa diciamo che questo racconto non vuole essere una cronaca esaustiva ma il tentativo di dare alcune pennellate di questa solare realtà.
Un grazie particolare a Giuseppe e Adriano, senza il loro apporto non sarebbe stato possibile scrivere questo racconto.

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