Marino Magliani, Carlos Paz e altre mitologie private

di Roberto Plevano

Photos

Aggiungo anch’io alcune note su Carlos Paz e altre mitologie private, una raccolta di quindici racconti in cui Marino Magliani torna a parlare dei temi (dei “miti”) che muovono la sua ispirazione. Il libro viene da Amos Edizioni, vivace e raffinata impresa editoriale veneta, che già aveva pubblicato Soggiorno a Zeewijk.

Ora, so benissimo che Marino, a sentire la parola “ispirazione”, alzerebbe i suoi ironici occhi al cielo, perché questa parola ha cittadinanza in un mondo in cui artisti e letterati esercitano il loro diritto speciale – appunto di cittadinanza – di dire cose attraverso un artificio, e con Magliani invece l’artificio non ha luogo: Marino scrive nel modo in cui un contadino sarchia il terreno, pota i rami, così come i vecchi hanno fatto. Si travaglia per sopravvivere, quando va bene per avere appena un poco più di vita, che rimane comunque nuda, mica per comunicare o esprimere qualcosa di speciale: uno ha la schiena curva sulla zolla, un altro aggiusta i vecchi muri, e alla fine della fatica di ogni giorno si tira il fiato, si beve un bicchiere. Pensa al da farsi, e alle cose che non sono andate giù. È tutto. Soltanto chi ha tempo da perdere va a caccia di significati, li tira fuori, pensa tanto di sé da credere che lui soltanto sia capace di farlo.

Magliani è lo scrittore meno presuntuoso che io abbia mai letto.

Sabbia, il primo racconto del libro, apre mettendoci in mezzo al mondo delle cose, a quelle che ci sono e si vedono. Casa ponte erba pietre. Che ci sia dell’altro lo si legge nelle pagine degli scrittori che illustrano, raccontano, spiegano.

Da casa sua il mare non si vedeva, bisognava attraversare un ponte romanico, poi risalire la mulattiera fin su dove non cresceva nulla, giusto l’erba tra le pietre.
Sui libri che raccontavano certi posti fatti di terrazze, scogliere e chiese sconsacrate, c’era scritto che il mare si intuiva attraverso la luce. Ma lui attraverso la luce un mare non era mai riuscito a coglierlo.

I letterati che spiegano le cose sono forse quelli che d’estate vanno a a fare i villeggianti appunto al mare, si stendono al sole sull’arena ripulita delle spiagge degli stabilimenti balneari. Sembra che non facciano nulla e invece pensano ai significati.

Gli uomini dell’olivo e della biada, i liguri che, come Magliani, sono nati lontano dal mare, li guardano dubbiosi, ci dev’essere qualcosa che non va. Ma c’è altro da fare, prima di pensare bene a quel qualcosa che non va. Le cose sono reticenti, restie a ridursi a un qualsiasi significato: se ne stavano per i fatti loro prima che nascessimo, e sarà così anche dopo. Inutile cercare un accomodamento con le cose. Certe cose fanno paura, la paura con cui si nasce e che non va via.

L’ho già detto? La casa dove ho trascorso i primi anni aveva un ingresso inquietante, fatto di portici e corridoi scuri. Era tutto quel nero a farmi tremare e allungare il passo ogni volta che entravo e uscivo di casa. A completare il disastro ci si misero le vertigini, e da quando scoprii di soffrirne mi tenni distante anche dalle piante. Il fatto è che, se vogliamo, la Liguria è solo questo, non c’è mica altro, il buio e la luce che contiene il buio, e ci sono le pietre e i boschi di ulivi. E due di quelle cose lì mi facevano paura.

Alla paura si reagisce con la fuga. Uno mica ci pensa, mica razionalizza che le paure sono infondate. No, no, non è timore di ombre e fantasmi, ma di cose che hanno fatto la vita dei padri prima di noi. Questi racconti sono preziosi, perché Magliani narra dell’origine, dell’infanzia: pare che voglia aprire un pertugio, un passaggio tra la sua scarna e melanconicamente ironica scrittura e un vissuto di materiali frammenti, che non si capisce sempre quanto sia reale e quanto invece oggetto di rielaborazione letteraria. La memoria costruisce inganni.

Nel racconto Carlos Paz ritornano luoghi e personaggi dell’epica La spiaggia dei cani romantici, ma qui Marino narra in chiave mitologica le sue peregrinazioni tra Piemonte, Corsica, Spagna, tutta Europa, Cile e Argentina. Carlos Paz è un termine provvisorio, alla fine del racconto, non del girovagare. Da Carlos Paz un’altra linea di racconto proseguirà fino ai grigi spiaggioni di Zeewijk.

Avevano comprato un vecchio Chevrolet, con quali soldi devo ancora saperlo adesso, il mio zaino e il loro era nel bagagliaio, addio a Lincoln e alla Pampa, fanculo, lo scuro si mise al volante e nella notte giungemmo sulle rive di un lago che si chiamava Carlos Paz, come la città. Era la fine di febbraio e a Carlos Paz alla fine di febbraio finiva anche l’estate.

Magliani è lo scrittore meno sentimentalistico che io abbia mai letto. Il lettore in cerca di consolazioni si rivolga altrove.

Come il miglior Buzzati, con uno stile asciutto reminiscente di Pavese, Magliani ha la capacità di fissare nitidamente i termini di un’esperienza umana elementare, vivere in un luogo, allontanarsene, accomodarsi una dimora in un altro luogo, nelle differenze e somiglianze, abbozzare relazioni che non cagliano, che terminano prima di farsi. Ma mi pare che quella di Magliani non sia proprio letteratura da viaggio. Il viaggio è un itinerario che stabilisce un inizio e un termine, una peripezia che svela il suo senso nel suo farsi e concludersi, mentre la scrittura di Marino non intende definire un’esperienza, bensì lo sfilacciarsi, il consumarsi di un’esperienza. L’uomo è la più tenera delle cose che si incontrano spostandosi, dura meno di pietre, ponti, muri, ulivi, sabbia, queste cose impenetrabili, nebbiose, spesso fredde, di rado accomodanti.

Nel lungo racconto Le notti di Sorba, forse il lavoro più personale della raccolta, viene fuori il Piemonte delle valli, i luoghi forse più reticenti d’Italia, i colori scuri, umidi di autunno nebbioso, foglie marce e un ragazzo taciturno, sradicato, mandato a crescere nel collegio di suore di Sorba Superiore. Questo è il luogo del perenne disagio dell’Allontanamento, del Ritorno Impossibile, dell’ombra lunga che infanzia e giovinezza gettano sul futuro. Il cresciuto, ma non adulto Magliani non ritornerà al se stesso fanciullo, anzi, scoprità che il se stesso fanciullo, e il se stesso giovane, sono una fantasia di estraneazione e morte, tra fango, acqua, rovi e foglie marce.

Incontro con Marino Magliani

Roberto Lamantea converserà con l’autore di Carlos Paz e altre mitologie private

Biblioteca Vez e Amos Edizioni vi invitano
MARTEDI’ 15 MARZO 2016, alle ORE 18.00, presso la BIBLIOTECA VEZ in Piazzale Donatori di sangue a Mestre.

Lascia un commento

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...