Vivalascuola. La scuola dell’infanzia è scuola

Tra le deleghe in bianco attribuite al Governo dalla Legge 107/2015, c’è la proposta contenuta nel ddl 1260 relativa al “sistema integrato di educazione e istruzione dalla nascita fino a sei anni”. Contro il rischio dei “poli per l’infanzia” dai tre mesi ai sei anni che annullerebbero la distinzione tra Asili Nido e Scuola dell’Infanzia e creerebbero una riduzione della Scuola dell’Infanzia a Servizio educativo, con confusione e interscambiabilità di ruoli tra docenti ed educatrici, crediamo si debba mobilitare una forte opposizione.

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Indice
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.Antonia Sani, La scuola dell’Infanzia è scuola!
Fabrizio Reberschegg, Delega 0-6 anni: una vera controriforma
Proposta di delibera consiliare
Risorse in rete

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La scuola dell’Infanzia va proprio integrata nel percorso scolastico, che deve divenire da 3 a 18 anni, col riconoscimento che la Scuola dell’Infanzia è scuola. Per questo non possiamo ricacciarla nei “poli per l’infanzia“! Finanziata dallo Stato significa con un’unica graduatoria del personale tutto statale, programmata dalle Regioni significa che ogni Regione può programmare orari e collocazione delle strutture secondo le necessità del proprio territorio (prevalentemente agricolo, industriale, marittimo, montano, ecc.), gestita dai Comuni significa che i Comuni devono fornire i servizi (mensa, locali, inserimento negli istituti comprensivi, come peraltro già avviene oggi). I Comuni, alleggeriti dei costi del personale docente, potrebbero avere più soldi per i Nidi, che invece non sono scuole e possono continuare a vivere a livello comunale col contributo dello Stato, secondo quanto programmato dalla 1044/71. La scuola dell’Infanzia, riconosciuta nella 444/68, con l’istituzione di sezioni statali, alla stregua degli altri ordini e gradi di scuola, per quanto ancora non obbligatoria, deve essere “tutta statale“. Il Comune non è un ente privato, è un’articolazione dello Stato, perciò le scuole comunali non possono continuare a essere considerate, come oggi nella famigerata legge di parità (62/2000), “paritarie” come fossero private, e favorendo così i finanziamenti alle scuole private! La Scuola dell’Infanzia – dopo la 444/68 – rientra nell’art. 33 della Costituzione, che regolamenta l’istituzione scolastica, con pari opportunità, Organi Collegiali, allo stesso modo su tutto il territorio nazionale. Va assolutamente superato il doppio canale scuola statale-scuola comunale, che non ha ragione di esistere. [torna su]

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La scuola dell’infanzia è scuola
di Antonia Sani

Cosa vuol dire scuola della Costituzione
Vorrei iniziare il mio intervento richiamando i presupposti dell’associazione di cui faccio parte dalla sua fondazione: l’Associazione Nazionale “Per la Scuola della Repubblica”.

Scuola della Repubblica significa “scuola della Costituzione”, ossia un’istituzione che realizza la funzione dello Stato quale garante della formazione democratica dei cittadini e delle cittadine in un intreccio di educazione/istruzione laica e pluralista su tutto il territorio nazionale secondo il principio della partecipazione della società civile. Pilastri della nostra Costituzione sono infatti la partecipazione dei cittadini alle istituzioni, la tutela del diritto all’uguaglianza, la libertà personale.

Come si attua tutto ciò nella ”scuola della Costituzione, sia essa scuola primaria, secondaria, o scuola dell’Infanzia?

La partecipazione democratica nella scuola è rappresentata dall’istituzione degli Organi Collegiali (L. 477/73) istituiti a ben 25 anni dall’entrata in vigore della Costituzione!

Il documento fondamentale della nostra associazione (1995) ha come titolo “Dalla scuola del Ministero alla Scuola della Repubblica”. In esso era richiamato il ruolo fondamentale del M.P.I. quale garante dell’unitarietà del sistema formativo – e quindi del diritto all’uguaglianza e a pari opportunità su tutto il territorio nazionale – ma nel rispetto dell’autonomia degli Organi Collegiali .

Quanto al principio della libertà personale, esso è il fulcro dell’art. 33 della Costituzione: “L’arte e la scienza sono libere e libero ne è l’insegnamento”; libertà d’insegnamento, ma anche libertà di enti e privati di istituire scuole e istituti di educazione ”senza oneri per lo Stato” (e, per i genitori, libertà di scegliere scuole private, di tendenza).

L’esigenza dell’estensione dell’obbligo scolastico e della gratuità della frequenza nella scuola primaria a partire dai 6 anni, nei primi anni dell’Unità d’Italia si presenta come una necessità cui l’Italia non poteva sottrarsi, visti i livelli raggiunti in altri paesi del Nord Europa. Il “saper leggere, scrivere e far di conto” che aveva comportato l’istituzione di scuole elementari, non più lasciate solo all’iniziativa privata, in gran parte gestite da religiosi, ma affidate ai Comuni già negli ultimi anni del Regno di Sardegna antecedenti l’Unità d’Italia (Legge Casati, 1859), richiedeva tuttavia un ulteriore provvedimento: il passaggio dai Comuni allo Stato.

La Legge Daneo-Credaro del 1911 formalizzò questo passaggio, non tanto come riconoscimento di un “diritto allo studio”, invisibile allora nei concetti di educazione/istruzione obbligatoria, ma come constatazione dell’inadeguatezza di gran parte dei piccoli Comuni, a fornire strutture, finanziamenti, in grado di far rispettare l’obbligo scolastico, con la conseguenza di un analfabetismo dilagante e il ricorso delle famiglie più agiate all’istruzione privata.

L’attività educativa nella scuola elementare viene, dunque, da quel momento in poi, garantita direttamente dallo Stato. E’ la base dell’art. 33 della Costituzione.

Il percorso della scuola dell’Infanzia
Altro è il percorso accidentato e non univoco della Scuola Materna che vedrà l’assunzione di piena responsabilità da parte dello Stato nei suoi confronti soltanto nel 1968 con la famosa legge 444.

Benché l’opera delle sorelle Agazzi nel 1896 prefigurasse l’importanza e la necessità di una “scuola materna (il termine è qui usato per la prima volta) da loro stesse realizzata in piccole comunità per bambini dai 3 ai 5 anni per valorizzarne attitudini e comportamenti rivolti soprattutto al “saper fare”, e le Case montessoriane dei Bambini all’inizio del ‘900 si dimostrassero come il luogo dove i bambini e le bambine potevano acquisire una sorta di “responsabilità” dei propri comportamenti, affidati alle loro libere scelte, nonché di prima percezione dei propri sentimenti, si nota sul versante normativo una evidente sordità nei confronti di queste problematiche.

Un provvedimento del 1896 istituiva i “giardini di infanzia” connessi alle scuole “normali (che diverranno gli Istituti Magistrali con la riforma Gentile del 1923) esclusivamente come possibilità per le future insegnanti di svolgere attività di tirocinio. Continua ad essere in mano privata e di Enti pubblici l’insieme degli “asili infantili”, Case dei Bambini etc.

Nel 1914, il R.D. n. 27 emana un insieme di norme programmatiche e regolamentari per le Scuole Materne comunque definite, norme che non entrano nel merito dei contenuti, lasciati all’inziativa delle singole istituzioni. La cura dei bambini e delle bambine tra i 3 e i 5 anni, data la netta prevalenza delle istituzioni religiose, enti filantropici e assistenziali, è quindi spesso improntata più a intenzionalità assistenzialistiche e umanitarie che a finalità espressamente educative e formative, più servizio sociale che “scuola”.

A una definizione formale dell’attività delle Scuole Materne quali “scuole” si giunge con l’emanazione del T.U. del 1928, in cui tale attività viene definita “grado preparatorio”, di durata triennale, propedeutico al “grado inferiore” della scuola elementare. La denominazione finisce con l’indicare tuttavia uno schiacciamento della scuola Materna sull’istruzione elementare al cui ingresso vengono finalizzati eventuali percorsi didattici di apprendimento messi in atto dagli istituti che attengono all’educazione e istruzione infantile sui quali lo Stato si limitava ad esercitare vigilanza per la parte didattica. L’art. 7 del citato T.U. pone come obiettivo quello di “’disciplinare’” le prime manifestazioni dell’intelligenza e del carattere del bambino”.

In questo quadro altalenante non possiamo esimerci da un riferimento all’ONMI, l’Opera Nazionale Maternità e Infanzia, fondata nel 1925 allo scopo di assistere le madri in stato di gravidanza con difficoltà socio-economiche, accogliere i loro piccoli nati e i figli fino a 5 anni di età. Un surrogato della stessa scuola materna, in chiave esplicita di servizio sociale. L’obiettivo era la tutela sanitaria della madre e dei bambini, la prevenzione contro le malattie più insidiose dell’infanzia di quegli anni. Non vi è traccia di percorsi formativi nello statuto dell’Opera. Fu un fiore all’occhiello del regime fascista. Un’integrazione 0-6 anni ante litteram in chiave di servizio sociale.

L’ONMI cessò la sua attività nel 1975 col decreto 648 (soppressione degli “enti inutili”).
Quasi contemporaneamente, la Legge 1044 del 1971 aveva istituito gli Asili Nido pubblici secondo un “Piano quinquennale di istituzione di Asili-Nido comunali con il concorso dello Stato”.
La legge, rivolta agli stanziamenti finanziari e alle strutture edilizie, impegna i Comuni a garantire ai bambini di 0-3 anni sicure condizioni igieniche e sanitarie. Referente dei Comuni non è il M.P.I., ma il Ministero della Salute. E’ questa, oltre che un richiamo alla precedente attività socio-sanitaria dell’ONMI, una prima fondamentale distinzione tra i due segmenti, prima e seconda infanzia.

Il Nido mantiene nella 1044/71 la sua caratteristica di “servizio sociale di interesse pubblico, come viene ufficialmente definito nella legge, salvo poi aggiungere la qualifica di servizio socio-educativo nei regolamenti regionali, provinciali, comunali, mentre la Scuola Materna, definita nella Legge 444/68 “Scuola Materna Statale”, già nel T.U. del 1928 era stata definita “scuola di grado preparatorio.

Quanto all’organizzazione dell’attività dei Nidi, essa è demandata ai Comuni, alle Province, alle Regioni, non diversamente dalle Scuole Materne comunali, ma con programmi e attività specifiche, determinate nelle Scuole Materne dallo scarto cognitivo e affettivo che avviene in età evolutiva tra i 3 e i 4 anni. Noi concordiamo con quelle teorie pedagogiche che sostengono che i bambini e le bambine hanno bisogno di tempi distesi, che non si possono anticipare le scadenze bio-cognitive soprattutto pensando che un vantaggio cognitivo comporti anche una direttamente proporzionale crescita affettivo-relazionale.

La scuola dell’Infanzia statale – oggi – non è “la scuola della Repubblica
La legge istitutiva della Scuola Materna Statale (L. 444/1968) risponde a un’esigenza ben precisa: dare dignità su tutto il territorio nazionale all’autonomia di un segmento dell’età evolutiva che, superati gli interventi propri della prima infanzia, richiede interventi mirati allo sviluppo della personalità infantile in ambienti ricchi di stimoli imprevisti.

Essa vide la luce nel 1968, un anno di sommovimenti in Italia e in Europa, di istanze di cambiamento nei rapporti sociali e interpersonali, di aspirazione al diritto all’uguaglianza e contro ogni forma di autoritarismo. L’anno successivo, gli “Orientamenti dell’attività educativa nella scuola materna statale” (1969) risentono di quel clima, riservando una particolare attenzione all’analisi socio-economica della stratificazione sociale e delle sue conseguenze sulla seconda infanzia.

La 444 non fu tuttavia frutto esclusivamente di quel particolare momento storico. Il passaggio dai Comuni allo Stato, che abbiamo visto verificarsi nel 1911 per la scuola elementare, non poteva non avvenire anche per il primo livello di scolarizzazione, quale garanzia di pari opportunità su tutto il territorio nazionale. Il rispetto dell’art. 33 della Costituzione lo esigeva. I primi passi in tal senso ebbero luogo all’inizio degli anni ’50. La la stessa legge 1073 del 1962 disponeva stanziamenti per “l’istituzione e la gestione di scuole materne statali”.

L’iter parlamentare della 444 fu però lungo e tormentato, coprendo l’arco di due legislature: dal 1958 al 1963; dal 1963 al 1968; e provocò ben due crisi di governo. L’approvazione si ebbe nel marzo del 1968, Presidente della Repubblica Giuseppe Saragat; Presidente del Consiglio Aldo Moro. La coalizione di Governo era rappresentata da DC, PSI, PSDI, PRI. Le ragioni del contrasto erano di carattere ideologico: le forze moderate e più legate al mondo cattolico temevano la perdita della centralità della famiglia in un’impostazione fondata sul prioritario riconoscimento dei bisogni educativi della seconda infanzia sostenuta dai partiti laici e dal PCI. Insomma, una visione ancora socio-assistenziale da un lato, una visione “scolasticistica” dall’altro.

Il testo della legge porta evidenti i segni di quel contrasto, i cedimenti, le ombre che a tutt’oggi ne limitano le potenzialità. Si è voluto lasciare in piedi l’impianto delle scuole comunali, come se l’Ente Locale, a differenza di altri Enti pubblici e privati, non fosse un’articolazione della Repubblica (che istituisce scuole statali di tutti gli ordini e gradi, come chiaramente espresso nel tit. V della Costituzione riformato). Sezioni di scuola dell’Infanzia statale (termine subentrato a “Materna” con gli Orientamenti del 1991) convivono nello stesso plesso con Scuole comunali. L’introduzione degli Organi Collegiali, avvenuta alcuni anni dopo l’entrata in vigore della 444, uniforma la gestione delle scuole dell’Infanzia statali su tutto il territorio nazionale, mentre nelle Scuole comunali la gestione sociale può variare da Comune a Comune, da Regione a Regione.

Ma l’ombra più devastante è rappresentata dalla contraddizione tra il carattere generalista espresso agli art.1, 2 della legge (ai quali si rinvia) e l’art. 3 in cui si fa riferimento alla istituzione di sezioni di scuole materne statali con decreto del provveditore agli studi. Si è dato così vita a una sorta di tavolo a 3 gambe: la Scuola dell’Infanzia Statale, la Scuola dell’Infanzia Comunale, e la Scuola dell’Infanzia privata. La scuola dell’Infanzia statale – oggi – non però è ancora “la scuola della Repubblica”, ma è solo un’opzione.

Collegare in un unico percorso scuole statali e scuole comunali
Ciò che più ci indigna è che la cifra complessiva delle circa 30.000 scuole dell’Infanzia, di cui il 60% è rappresentato dalle scuole statali, vede accorpata nell’unica voce “scuole non statali” le scuole paritarie private e quelle pubbliche dell’Ente Locale, definite anch’esse “paritarie”! Di questo dobbiamo ringraziare la legge 62/2000.

Pensiamo sia giunto il momento di voltare davvero pagina. E’ finito il tempo delle contrapposizioni ideologiche che animarono polemiche e dibattiti nel corso degli anni ’70, quando i Comuni, soprattutto del Nord Italia e soprattutto quelli retti da Giunte di sinistra, vantavano un’attività creativa e stimolatrice delle loro scuole materne che aveva riscosso apprezzamenti in tutta Europa. La legge 444 veniva definita un abile strumento per togliere finanziamenti ai Comuni e consentire l’affermazione delle scuole private, cattoliche, che potevano impedire con la loro presenza il bisogno in loco di scuole pubbliche. Si contarono nel corso degli anni ’70 varie proposte di legge, provenienti da forze laiche e di sinistra, che avevano come denominatore comune l’istituzione di scuole pubbliche comunali (o di reti di Comuni), a gestione sociale. Una palese contrapposizione, che non avrebbe certo sanato la frammentazione, le differenze tra le realtà delle varie amministrazioni, a partire dalla disomogeneità e pluralità dei curriculi formativi in quegli anni richiesti alle operatrici docenti della Scuola dell’infanzia nelle Scuole comunali.

Oggi la legge 62/2000 tutela le scuole private paritarie. Perché non apprestarci a fare quel passo per collegare in un unico percorso scuole statali e scuole comunali, entrambe scuole pubbliche della Repubblica? In prospettiva: un’unica graduatoria statale del personale docente. Attualmente, sollecitare Stato e Comuni per una sinergia che impedisca a chi non trova posto nella scuola pubblica dell’Infanzia di doversi rivolgere obtorto collo a scuole private di tendenza con cui il Comune avvia convenzioni. La difesa della laicità dello Stato ha qui il suo primo banco di prova. Il sostegno alle scuole private paritarie (come previsto dalla famigerata legge 62/2000) deve avvenire solo dopo che lo Stato avrà provveduto a sostenere i Comuni affinché nessun bambino/a sia costretto a rivolgersi a una scuola privata, di tendenza non liberamente scelta. Il referendum di Bologna, benché vinto, non ha impedito al Comune di rivolgersi alle convenzioni coi privati.

Ora ci sovrasta, tra le deleghe in bianco attribuite al Governo nella Legge 107/2015, la proposta contenuta nel ddl 1260 relativa al “sistema integrato di educazione e istruzione dalla nascita fino a sei anni”. Contro il rischio dei “poli per l’infanzia” dai tre mesi ai sei anni che annullerebbe la distinzione tra Asili Nido e Scuola dell’Infanzia fin qui delineata e creerebbe una riduzione della Scuola dell’Infanzia a Servizio educativo con confusione e interscambiabilità di ruoli tra docenti ed educatrici, crediamo si debba mobilitare una forte opposizione.

E’ tempo che un intervento legislativo riconosca i servizi 0-3 anni come diritto collettivo e non più come servizio a domanda individuale. Ma ciò non significa integrare impropriamente questo servizio di pertinenza comunale con la scuola dell’Infanzia, che vorremmo in prospettiva conforme allo slogan divenuto famoso in anni passati, ricchi di speranze più contraddette che incentivate: Scuola dell’Infanzia statale, finanziata dallo Stato, programmata dalle Regioni, gestita dai Comuni.
Crediamo sia questo il modello di Scuola dell’Infanzia conforme ai principi costituzionali. [torna su]

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Delega 0-6 anni: una vera controriforma
di Fabrizio Reberschegg

Tra le tante deleghe comprese nella legge 107/2015 (la “Buona Scuola“) vi è anche quella relativa al riordino del segmento di istruzione/educazione 0-6 anni che viene concepito come “servizio integrato“. Entro 180 giorni il governo dovrebbe emanare un decreto legislativo che modifica sostanzialmente gli assetti della scuola dell’infanzia (segmento 3-6 anni) e dei nidi (segmento 0-3 anni).

La base della delega si ritrova nel progetto di legge Puglisi, che era stato presentato al Senato nel gennaio 2014. Appare evidente che la senatrice Puglisi, responsabile scuola del PD e pasdaran a favore della Buona Scuola, ha imposto la delega per consentire al “suo” progetto di legge di avere una corsia preferenziale evitando una seria e approfondita discussione in Parlamento.

Di fatto in questa fase si continua a fare riferimento al testo della legge 107 e alla proposta Puglisi 0-6 anni. La Gilda degli Insegnanti ritiene che i contenuti della delega siano oggettivamente inaccettabili soprattutto per gli effetti che possono provocare nei confronti del segmento della scuola dell’infanzia. Per quali motivi?

• Se è sicuramente positivo che il governo preveda una nuova collocazione degli asilo nido all’interno di percorsi formativi complessivi togliendoli dal segmento dei servizi a domanda individuale, preoccupa la possibilità che si perda la specificità dei due settori 0-3 e 0-6, sia rispetto ai livelli gestionali che professionali degli insegnanti e degli operatori.

• In particolare, la delega parla di “servizio integrato” costruendo una sorta di percorso unitario indifferenziato 0-6 anni e introducendo addirittura momenti di compresenza tra educatori e insegnanti della scuola dell’infanzia. L’assenza di una chiara specificità dei percorsi 0-3 (nidi) e 3-6 (scuola dell’infanzia) consente di introdurre una sorta di flessibilità deprofessionalizzante degli insegnanti della scuola dell’infanzia che potrebbero essere collocati indifferentemente anche nei nidi.

Non viene chiarito il processo di omologazione dei requisiti di accesso per gli insegnanti del “servizio integrato. La delega parla di laurea magistrale come titolo di accesso all’insegnamento, ma dimentica che parte delle scuole dell’infanzia private fa lavorare ancora personale in possesso di diplomi di natura professionale. Ciò vale ancor di più per le insegnanti e gli operatori negli asili nido.

Il concetto di servizio integrato 0-6 anni, così come è stato inserito nelle deleghe della 107, apre di fatto la possibilità di chiedere alle famiglie una quota di partecipazione alle spese del servizio (quindi anche della scuola dell’infanzia) su tutto l’arco 0-6 mentre ora la partecipazione alle spese del servizio è presente in maniera strutturale, anche con notevoli tariffe, nei nidi comunali, paritari, privati. Il principio di compartecipazione alle spese del servizio chiesto alle famiglie viene ulteriormente rafforzato dal DDL Madia sulla riforma della Pubblica Amministrazione.

Per introdurre il sistema integrato 0-6 anni a regime servirebbe circa 1 miliardo e mezzo di risorse dedicate. Nella discussione sul DEF e in tutte le proposte di spesa nella legge di stabilità non è previsto un euro per la riforma del servizio integrato. Ciò significa che ora si sta attuando solo una politica propagandistica senza la possibilità in tempi certi di procedere ad una vera attuazione della delega.

Parlare astrattamente di “servizio integrato” penalizza la scuola dell’infanzia poiché essa fa parte del percorso formativo delle cittadine e dei cittadini italiani e pertanto deve essere concepita non come mero “servizio”, ma come istituzione integrata nel primo ciclo, fatto stante che i livelli di qualità ed eccellenza che la scuola dell’infanzia ha raggiunto nel nostro Paese sono riconosciuti a livello internazionale. Nulla osta che il servizio dei nidi, dopo un percorso lungo e virtuoso di professionalizzazione e definizione degli standard, possa diventare nel futuro elemento sinergico alla scuola dell’infanzia.

La delega sul segmento 0-6 non prende in considerazione il fatto che il progetto si scontra con le oggettive difficoltà applicative concernenti la presenza sullo stesso segmento 0-6 di contratti di lavoro differenti aventi per contraenti le OO.SS., i comuni, le scuole paritarie private, senza contare la delega dei servizi di accudienza delegata, in parte del territorio nazionale, a cooperative private o altri enti privati. Una riforma del segmento 0-6 dovrebbe prevedere, a monte, almeno una armonizzazione dei contratti, degli status giuridici ed economici connessi degli operatori e degli insegnanti con il fine di adeguare lo status giuridico ed economico di tutti i docenti a quello statale. Il governo sembra non abbia preso in considerazione tali elementi problematici che abbisognano di numerosi tavoli tecnici con l’ANCI e con i rappresentanti delle scuole private paritarie con la riapertura di una specifica sessione contrattuale con le OO.SS.

Nella confusa attuazione della delega mancano infine i riferimenti certi sui controlli degli standard di qualità connessi al servizio offerto (sono fatti dal MIUR con propri ispettori? Sono delegati ai Comuni? Alle Regioni? Agli USR?). Ciò fa presagire l’avvio dei soliti percorsi “sperimentali” con dubbie modalità di controllo e monitoraggio. Il progetto di legge Puglisi addirittura prefigurava il controllo sugli standard e la qualità dell’offerta formativa affidato ai comuni. Immaginiamo le conseguenze concrete di simili “monitoraggi“.

La delega prevista nella legge 107 appare pertanto confusa e pericolosa per la tenuta della qualità dell’offerta formativa che caratterizza in particolare le scuole dell’infanzia statali che possono perdere le loro specifiche caratteristiche di universalità e coerenza con i percorsi educativi e di istruzione del primo ciclo scolastico.

L’effetto immediato di spostare in delega la scuola dell’infanzia è stato lo scorporo dal piano assunzionale straordinario (fase b e c) dei docenti della scuola dell’infanzia. Il prospettato potenziamento degli organici, secondo il governo, potrà avvenire solo dopo l’approvazione della delega e dei decreti applicativi (due anni? tre anni?). Lo Stato così risparmia sugli organici penalizzando proprio uno dei segmenti più delicati del percorso formativo nazionale. Una vera vergogna! (vedi qui) [torna su]

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Nell’attesa della conclusione dell’iter della delega relativa al “sistema integrato di educazione e istruzione dalla nascita fino a sei anni”, in alcune città ci sono mobilitazioni affinché i Comuni destinino alle scuole comunali i finanziamenti necessari a garantire l’accoglienza di tutti e tutte gli/le aventi diritto e la fornitura di tutti i servizi pubblici connessi. Proponiamo la proposta di delibera consiliare presentata al Comune di Roma, come esempio a quanti vogliano intraprendere questo tipo di mobilitazione.

PROPOSTA DI DELIBERA CONSILIARE

per l’eliminazione di ogni finanziamento presente e futuro alle Scuole dell’infanzia private e la destinazione alle Scuole comunali dei finanziamenti necessari a garantire l’accoglienza di tutti e tutte gli/le aventi diritto e la fornitura di tutti i servizi pubblici connessi

Il Consiglio di Roma Capitale

PREMESSO
che l’art. 33 della Costituzione, avendo riconosciuto a “Enti e Privati” il diritto di istituire scuole e istituti di educazione “senza oneri per lo Stato”, ha riconosciuto anche all’Ente Locale il diritto di istituire proprie scuole per l’infanzia ;

che, per il Comune, tale diritto si configura anche come “dovere”, rientrando nelle attribuzioni dei Comuni dar risposta ai problemi e ai bisogni emergenti da parte degli abitanti, in quanto Enti direttamente responsabili della tutela dei diritti della comunità, dei beni comuni, dei servizi pubblici e del walfare locale, cui peraltro i cittadini contribuiscono anche con la tassazione locale

CONSIDERATO
che con la Legge 444/1968 la Scuola materna è stata inserita nel sistema scolastico come “Scuola dell’Infanzia”;

che pertanto essa non è più da considerarsi “servizio socio educativo”, ma la sua frequenza – sia pure non obbligatoria – rientra a pieno titolo nell’espletamento del diritto all’istruzione che non può essere negato a nessuna persona umana.

RILEVATO
che ad oggi, secondo i dati dello stesso Assessorato alle Politiche scolastiche del Comune di Roma, sono 4.680 i bambini che non trovano posto nella Scuola d’Infanzia pubblica, costringendo le famiglie a rivolgersi alle scuole paritarie, ovvero ai privati, che coprono oggi ben 2.332 sezioni, circa il 40 % del servizio;

che questo significa per le famiglie un onere economico non indifferente, tanto da dover in molti casi rinunciare all’accesso, e una limitazione della libertà di coscienza dovuta all’obbligo di sottostare a progetti educativi di tendenza, anche se non condivisi ;

che gli investimenti finalizzati alla costruzione e gestione delle scuole pubbliche e alla messa in sicurezza degli edifici scolastici, alla realizzazione di interventi pubblici finalizzati all’espansione dei servizi e del welfare locale sono essenziali per sostenere diritti e bisogni delle comunità locali.

RITENUTO
che tutti i motivi suddetti renderebbero intollerabili politiche dirette a finanziare istituzioni private, ancorché paritarie,in quanto in contraddizione con la funzione pubblica e sociale del Comune volta a tutelare la laicità dell’istruzione attraverso il pluralismo culturale e il rispetto della libertà di coscienza;

che rappresentando la Scuola pubblica dell’Infanzia il luogo dove il diritto all’istruzione viene gestito in forma democratica, con la partecipazione dei genitori negli organi di gestione, essa non può essere sottratta a una parte peraltro così rilevante degli aventi diritto

L’ASSEMBLEA CAPITOLINA DELIBERA
a partire dalla previsione del Bilancio per l’anno 2015

1) di convogliare tutti i finanziamenti per la realizzazione di scuole d’infanzia pubbliche e per la messa in sicurezza degli edifici scolastici pubblici esistenti, considerandoli essenziali alla comunità e riconducibili alle categorie dei beni comuni e del welfare locale. La priorità per Roma Capitale è di finanziare, nell’ambito dell’attuazione della Costituzione, le scuole comunali dell’infanzia con apposito stanziamento annuale e pluriennale deliberato nel documento di Bilancio dell’Ente Locale, che ne garantisce il pieno funzionamento, l’efficacia dell’attività al pubblico e la funzionalità nel rispetto dei principi già contenuti nel Regolamento comunale del Comune di Roma con D.C.C. 261/96 e s.m.i.;

2) di riservare, dall’approvazione di questa delibera e per il futuro, idonee risorse finanziarie a favore delle scuole comunali dell’infanzia di pertinenza dell’Ente Locale, fino ad esaurimento della domanda anche per quel che riguarda la richiesta di tempo pieno, nel rispetto della funzione della pedagogia di qualità promossa dalla legge 820/1971;

3) di farsi promotore vigile presso le Istituzioni statali di competenza perché realizzino scuole d’infanzia statali a completamento dell’esaurimento della domanda, e che includano nella loro concezione anche in questo caso il tempo pieno così come indicato al punto 2;

4) di farsi garante della tutela della laicità nella scuola dell’infanzia prevedendo in tutte le sezioni la presenza di docenti che svolgano attività programmate con i bambini e le bambine che non frequentano l’IRC;

5) di non erogare i finanziamenti stanziati ed erogati dalle precedenti Amministrazioni capitoline nei precedenti Bilanci, a scuole paritarie o private, destinando i fondi e le risorse economiche e finanziarie previste nel Bilancio a favore e con vincolo di destinazione esclusivamente per le scuole dell’infanzia pubbliche;

6) di non esternalizzare alcun servizio relativo alla scuola d’infanzia – dalla gestione delle mense scolastiche, alle AEC, a sezioni interne alle stesse scuole – e a reinternalizzare tutti i servizi esistenti, a garanzia della qualità e della gratuità, con l’obbligo di salvaguardia dei posti di lavoro esistenti;

7) di istituire progetti o finanziamenti pubblici specifici che riducano o eliminino, attraverso l’erogazione di sussidi e forme di sostegno economico, le difficoltà delle famiglie non abbienti; e che possano servire altresì a tutelare i percorsi di integrazione, autonomia e inserimento nel contesto scolastico, di alunne e alunni che presentino accertate situazioni di disabilità e disagio sociale. Tutto ciò nell’ottica del superamento delle barriere e degli ostacoli di esplicazione della personalità e per un efficace intervento pubblico nel rispetto degli articoli 2, 3 e 33 della vigente Costituzione repubblicana;

8) di convocare, entro due mesi dall’approvazione della presente deliberazione, un Consiglio Comunale aperto all’intera cittadinanza, volto all’attuazione dei principi sopraesposti e al rispetto del vincolo di destinazione d’uso e all’effettivo utilizzo delle risorse finanziarie ed economiche pubbliche di cui agli articoli 1, 2, 4, 5, 6 e 7 della presente delibera;

di prevedere l’istituzione di un osservatorio permanente presso il Dipartimento Politiche Educative e Scolastiche di Roma Capitale, che annualmente relazioni con conferenza di servizio lo stato degli interventi effettuati e coordini le iniziative di competenza dei Municipi quali Enti Locali di prossimità, in ordine alla destinazione e impiego delle risorse;

i Municipi dovranno avvalersi anche di Consulte pubbliche già istituite e di forme di partecipazione popolare su loro specifica richiesta, con funzione di proposta, programmazione e gestione e sulle priorità di utilizzo delle risorse economiche e finanziarie pubbliche allo scopo indicato nella presente delibera, finalizzato all’interesse generale e per la trasparente e corretta gestione dei finanziamenti;

9) di farsi portavoce in ogni sede istituzionale e in sede ANCI, affinché venga presa posizione in direzione di quanto affermato nella presente delibera;

10) di formulare il presente indirizzo, in occasione dell’approvazione dei Bilanci preventivo, consuntivo e di eventuali variazioni e assestamenti, in ordine al finanziamento e alle risorse economico – finanziarie in materia di servizi e attività scolastiche per la scuola dell’infanzia di pertinenza dell’Ente Locale Roma Capitale.

L’Assemblea Capitolina potrà definire apposito regolamento attuativo della presente deliberazione, per la parte di cui all’articolo 8 delle forme di partecipazione popolare e associativa, entro e non oltre sei mesi dall’approvazione della presente delibera. [torna su]

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RISORSE IN RETE

Legge 13 luglio 2015, n. 107 qui.

La LIP – Legge di iniziativa popolare per una buona scuola per la Repubblica

Questo è il sito della LIP e questo è il profilo facebook Adotta la LIP.

Qui si può leggere il pdf della tabella comparativa, tra la “Buona Scuola” di Renzi e la “Legge di iniziativa popolare per una buona scuola per la Repubblica“.

Le puntate precedenti di vivalascuola qui.

Da Gelmini a Giannini

Bilancio degli anni scolastici 2008-2009, 2009-2010, 2010-2011, 2011-2012, 2012-2013, 2013-2014, 2014-2015.

Cosa fanno gli insegnanti

Vedi i siti di ReteScuole, Cgil, Cobas, Unicobas, Anief, Gilda, Usb, Lavoratori Autoconvocati della Scuola Roma, Cub, Coordinamento Nazionale per la scuola della Costituzione, Comitato Scuola Pubblica.

Finestre sulla scuola e sull’educazione

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