Guido Michelone intervista Fiorenzo Bernasconi

Bernasconi foto
Non capita tutti i giorni di avere a che fare con un inventore-poeta: eppure da qualche tempo in qua, dal Canton Ticino della Svizzera, sono frequenti le sortite di Fiorenzo Bernasconi nelle più svariate forme artistico-letterario-musicali; in una fabbrica italiana di fisarmoniche, sta brevettando un nuovo strumento in grado di facilitare diverse mansioni agli stessi musicisti. Con Bernasconi, La Poesia e lo Spirito si è intrattenuta in una piacevole conversazione, in cui l’autore racconta le diverse sue esperienze.

Così, a bruciapelo chi è anzitutto Fiorenzo Bernasconi?

Un inguaribile ottimista.

Lei è molte cose: docente, romanziere, fotografo, regista e naturalmente inventore. Dove ha raccolto le maggiori soddisfazioni?

Come ho detto, sono un ottimista e ciò che ho realizzato in vari ambiti mi è sempre piaciuto. In tutto ciò che faccio c’è sempre una scommessa ardua, da vincere con strumenti limitatissimi e con percorsi, se possibile, atipici. Faccio qualche esempio. I miei due libri di narrativa, grazie ad una innovativa distribuzione, sono stati esauriti in pochissimi mesi; come produttore e compositore sono riuscito a far cantare Luciano Lutring, il famoso “Solista del mitra” della fine anni ’50 inizi ’60; Como una lucecita, cortometraggio che parla della storia di una desaparecida argentina, pur realizzato a costo zero, è stato presentato in un festival internazionale di cinema…

Ci racconta ora qualcosa della sua letteratura?

Frammenti di vita quotidiana che diventano racconto. L’eccezionalità non è a priori, ma si realizza e amplifica nell’atto narrativo che quasi sempre ha un punto di vista infantile e deformante. L’esito è spesso grottesco e amaro. Nel 2007 ho scritto Laghi. Racconti di un extracomunitario bianco e due anni dopo, con Irmangelo Casagrande, Amarissimo. Romanzo di de-formazione, entrambi pubblicati da Edizioni dell’Arco.

Quali sono i motivi che l’hanno spinta a diventare scrittore e poi inventore?

Credo di essere figlio dei primi anni ’60 che non sono favolosi solo nell’immaginario collettivo ma, almeno per me, lo sono stati veramente. Quando da bambino uno guarda Non è mai troppo tardi del maestro Manzi, poi deve per forza dire qualcosa, in senso lato. Tutto ciò che faccio presenta forti intersezioni e per questo mi è difficile pensare per categorie. Mi spiego. Il Bercandeon è un’invenzione, concreta, ma la sua genesi è letteraria e ideale perché Gaudenzio Torigiotti, il protagonista del romanzo Amarissimo, è alle prese con la realizzazione di un inedito strumento che assomiglia moltissimo al Bercandeon. Letteratura ed invenzione, quindi. Ma contemporaneamente letteratura e musica, perché il libro è stato scritto a quattro mani con Irmangelo Casagrande in modo simile ad una jam session, su un semplice canovaccio, con liberissime botte e risposte, con voci assolutamente differenti, proprio come quelle di due strumenti.

Lei è uno svizzero che vive in Italia ma lavora in Svizzera: analogie e differenze tra le due nazioni in ambito culturale?

L’analogia di fondo è naturalmente linguistica e geografica, ma ho l’impressione che purtroppo (e sottolineo purtroppo) ci sia scarsa comunicazione e anche scarsa considerazione tra le parti. È la vecchia storia di un territorio del profondo sud (il Canton Ticino, rispetto agli altri cantoni svizzeri) che si ritrova ad essere a nord, mentre l’altro territorio del nord (ovest) italiano, si ritrova ad essere profondo sud rispetto al vicino. Questa doppia inversione di ruoli sconcerta, fa emergere gli aspetti peggiori delle due parti e oltretutto (complici deliranti, reciproche, scelte politiche) è oggi particolarmente attiva e nuoce agli scambi culturali.

Ci vuole parlare ora della sua nuova invenzione?

Alcuni anni fa, con il pianista e compositore Stefano Caniato, avevo fantasticato su un inedito strumento musicale, ispirato alla fisarmonica, ma che, grazie a due tastiere simmetriche di tipo pianistico e a una ergonomia profondamente rivista, fosse facilmente suonabile da pianisti e organisti in grado di riproporre con la mano sinistra le soluzioni tipiche del loro strumento abituale. Quasi subito ho concretizzato l’idea con un progetto fatto alla vecchia maniera, ossia disegnato al tecnigrafo con carta e matita, ma anche realizzando in legno il prototipo di alcuni particolari costruttivi.

Quali sono i legami tra l’Italia e questa invenzione?

Nella città di Vercelli, in Piemonte, ho incontrato chi ha permesso di spostare il Bercandeon, così si chiama lo strumento, dal mondo delle idee a quello della realtà. Gli artigiani di Teknofisa, un laboratorio che costruisce e ripara fisarmoniche, sono stati affascinati dal progetto e, ritagliando brandelli di tempo alla loro attività, hanno realizzato tre modelli leggermente differenti del Bercandeon che proprio in questi mesi ha raggiunto forma definitiva ed è testato da Marco Zappa, storico cantautore della Svizzera Italiana, Mauro Coceano, musicista da molti anni attivo a Parigi, e da Alberto Bazzoli, membro della Mr. Zombie Orchestra, quartetto che ha appena pubblicato un CD edito da Velut Luna.

Cosa sta progettando o creando per l’immediato futuro?
Mi piacerebbe riflettere sulla figura di Alfonsina Storni, poetessa, donna tormentata che pose fine ai suoi giorni gettandosi nel Mar del Plata. Era emigrata giovanissima in Argentina da un paesino del Ticino. La famosa canzone Alfonsina y el mar parla della sua vita, le cui vicende io vorrei affrontare in modo piuttosto astratto, con video e musica.

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