Fiorenzo Bernasconi e l’intersezionismo speculare

Fiorenzo Bernasconi
Intervista a cura di Guido Michelone

Del poeta svizzero Fiorenzo Bernasconi è da pochi mesi in libreria il Manifesto dell’intersezionismo speculare per le edizioni Nuova Phriomos di Città di Castello (Perugia): vista l’estrema originalità del’argomento lasciamo la parola all’autore medesimo che illustra alcuni aspetti di questo libro teorico che potrebbe avere importanti ricadute nel mondo poetico non solo di lingua italiana.

Prima di parlare del suo nuovo libro, in tre parole chi è Fiorenzo Bernasconi?

È un docente che dopo trentasei anni trascorsi nella stessa scuola, ha deciso di dare le dimissioni per seguire meglio le proprie passioni. E’ una persona molto fortunata che per una serie di recondite ragioni riesce quasi sempre a fare ciò che vuole. E’ circondato da poche fidate persone che anziché fuggire ululando davanti a ogni sua nuova trovata, lo aiutano. Un mistero.

Ora, ci può spiegare cos’è l’intersezionismo speculare?

È un sistema per scrivere poesie secondo determinati criteri che, se rispettati, permettono di convertire un testo in musica. Intersezionismo allude all’incrocio tra parole e note, e speculare indica che i due mondi si riflettono uno nell’altro. Il nucleo teorico si è formato l’anno scorso, durante una serie di lezioni luganesi sulle forme poetiche. Con i miei studenti mi sono divertito a cambiare alcuni degli elementi in gioco. Ad esempio abbiamo provato a restringere radicalmente il lessico, riducendolo alle sole parole costituite dai nomi che identificano le note sia secondo il sistema italiano, sia secondo quello anglosassone.

Ci potrebbe fare qualche esempio?

Attingendo alla memoria e allo spoglio collettivo di vocabolari abbiamo identificato termini quali accadere (a/c/c/a/d/e/re), aggregare (a/g/g/re/g/a/re), erede (e/re/d/e), sole (sol/e), Miami (Mi/a/mi). Quasi contemporaneamente abbiamo pensato a regole per scrivere poesie utilizzando le parole che a mano a mano stavamo selezionando. Abbiamo accettato i rivolti (il termine è musicale) quali od< do, al< la, is mi’, miagolare> miaglare; abbiamo inventato neologismi quali amire*. Ciò quasi freneticamente, per avere una base con cui poi divertirsi a scrivere, cosa che si è puntualmente verificata. Invece la conversione dei testi in musica non è avvenuta in modo collettivo perché, insegnando in una scuola di tipo commerciale, i miei alunni non avevano sufficienti competenze.

Perché l’idea di tornare a un manifesto programmatico come ai tempi delle avanguardie storiche?

Come detto quasi tutto è nato a scuola, lezione dopo lezione, intuizione dopo intuizione. Ciò ha portato quasi naturalmente a codificare regole, utili per ricordare quanto pensato e vademecum operativo nella scrittura. Poi ha forse giocato il bel ricordo di quando, oltre quarant’anni fa, a Varese, la mia docente di storia dell’arte aveva invitato alle lezioni Gianfranco Maffina che allora dirigeva la Fondazione Russolo-Pratella e aveva portato in classe preziosissimi reperti sonori.

Benché sembri un’idea del tutto nuova, esistono precedenti illustri per l’intersezionismo?

Il mio non è un testo teorico, ma propone soluzioni operative. Non mi sono troppo curato di studiare gli antecedenti. Forse i parenti più stretti appartengono alla tradizione crittografica e a tendenze caratterizzate dal “poco” come sembra essere stato il siciliano illustre delle Origini. O forse bisogna andare ben oltre, a remotissime ere in cui si professava la sovrapposizione corale delle arti.

Nella sua poliedrica attività artistica – poesia, canzone, narrativa, musica – esiste un denominatore a livello formale?

Parlare di sé è una delle cose più difficili. Un elemento importante credo sia la scarsa presenza di contenitori rigidi. Esemplifico rispettando l’ordine dei termini proposti. Mie poesie (alcune scritte con Luciano Lutring, il Solista del mitra dei primi anni Sessanta) sono diventate canzoni (Songs for Luciano); un romanzo (Amarissimo. Romanzo di de-formazione, scritto in collaborazione con Irmangelo Casagrande) ha anticipato in termini fantastici quello che poi è diventato un mio inedito strumento musicale: il Bercandeon. Questo strumento è stato usato per interpretare poesie intersezioniste…

E sul piano dei contenuti esiste per lei un fil rouge?
Mi considero un libertario e ciò influisce sul mio operato, anche in termini creativi. Evito di seguire ciò che convenzionalmente si fa e tocco con assoluta libertà i miei temi. In genere prendo spunto da fatti e personaggi quotidiani, microstorie che secondo me hanno un loro interesse.

Il Manifesto è ora tradotto in Interlingua: ci vuole spiegare di cosa si tratta?

Come parto fantastico (ma anche ludico) mi era venuto in mente di accentuare il valore universale di quanto prospettato facendo il verso all’illustre solco trattatistico usando il latino. Ci stavo pensando, quando un amico (che ha spesso il ruolo di ricondurmi a più miti consigli) mi ha segnalato l’esistenza di una lingua ausiliaria sviluppatasi a partire dagli anni Cinquanta del secolo scorso, di accesso molto più immediato rispetto all’Esperanto. Si tratta di Interlingua che non a caso condivide lo stesso prefisso dell’Intersezionismo, essendo basata su un lessico fondamentalmente romanzo. Sono stato contattato dalla dott.ssa Isabella Tricase che si è detta disponibile per la traduzione che ha poi condotto con estremo zelo sulla terza edizione italiana.

Da cittadino elvetico, riesce a riscontrare analogie e differenze – a livello contemporaneo – tra la cultura italiana e quella ticinese (o svizzero-italiana)?

Mi sembra che l’attuale situazione politica evidenzi fratture e diffidenze tra le parti; ciò nel senso più becero e populista possibile. Con questi presupposti è difficile realizzare una cosa che a me sembra bellissima: una collaborazione culturale tra due realtà che condividono la lingua, ma che poi sono diversissime per molti altri aspetti (l’italiano in Svizzera è considerata lingua ufficiale, ma poi in termini percentuali è parlato da solo l’otto per cento su una popolazione di circa otto milioni). Un incontro oscillante tra analogie e differenze potrebbe essere fertile e avere contorni difficilmente realizzabili in realtà o più omogenee o troppo diseguali. Ne sono fermamente convinto. Esemplifico anticipando un’idea che riguarda l’intersezionismo.

Benissimo! Concludiamo l’intervista con questa proposta…

Mi piacerebbe realizzare un’antologia che raccolga poesie scritte da poeti italiani, ticinesi, o di qualsiasi altra parte del mondo (un aspetto interessante dell’intersezionismo è che praticamente funziona, anche nella conversione musicale, con tutte le lingue occidentali). A scuola, come dicevo, i giovani si sono divertiti moltissimo: ora la scommessa consiste nel trovare adulti disposti a mettersi in gioco, dimenticando per un attimo il loro mondo poetico o magari ricreandolo in un ambiente completamente nuovo, sperimentale e forse per questo, credo, stimolante. Per informazioni è attivo il seguente sito: http://intersezionismo.jimdo.com/.

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