Marettimo, metà marzo

cani marettimo

di Stefanie Golisch

Blüht nicht zu früh, blüht erst wenn ich komme.
Gottfried Benn: März. Brief nach Meran.

La prima e l’ultima immagine è quella dei cani che dormono distesi in mezzo alla strada, con la maestosa indifferenza di quelli che non fanno nessuno sforzo per piacere agli altri e che, proprio per questo, sono gli unici che ci piacciano veramente.
Infatti mi sono subito affezionata ai cani di Marettimo ‒ che in verità sembrano un unico cane, il cane, travestito in vari modi: fratelli pacifici in un luogo lontano dal mondo dove succede poco e potrebbe succedere ancora di meno.
Raramente mi sono trovata in un posto dove ho sentito trascorrere il tempo più lentamente che a Marettimo, la più lontana isola delle Egadi, quasi più vicina all’Africa che all’Europa. Lo scrittore inglese Samuel Butler, traduttore dotto dell’Odissea, sosteneva che Marettimo fosse la mitica Itaca, l’inizio e la fine dei grandi miti dell’umanità.
E perché no?
La patria dei miti non si trova certo sulla mappa geografica, ma nei paesaggi poco precisi delle nostre anime irrequiete.
E così, durante la mia breve permanenza a Marettimo, mi è piaciuto pensare di trovarmi davvero a Itaca: la mia Itaca personale, un luogo di passaggio, né di partenza, né di arrivo, una piccola parentesi come tutti i nostri troppo numerosi viaggi condotti all’insegna del risparmio con un volo Ryanair: rumoroso, scomodo, ma always on time.
Sì, sono convinta che Samuel Butler avesse proprio ragione: Marettimo è Itaca. Qualsiasi isola nel grande Mediterraneo è Itaca, generosa terra di sogno e di senso, di dubbio e dell’eterno non sapere delle cose e dei loro nessi nascosti.
Inutile cercare di capire, di teorizzare, trovare formule, magiche o matematiche, riposte ‒ mentre ciò che conta sono solo le domande e la certezza di non trovare mai una risposta.

A me basta guardare.
Voglio usare i miei occhi.
Ciò che vedo è tutto verde. Ma non di un verde solo. Sono tante tonalità di verde per le quali le lingue che conosco non bastano.
Non conosco i nomi degli alberi e delle piante, mai viste prima, eppure le vedo.
Con i miei occhi stanchi di troppe immagini.
Ci vediamo.
Senza chiedere troppo all’altro.
Basta uno sguardo.
Siamo di passaggio.
Ognuno a modo suo.
Negli alti boschi di Marettimo dove con un poco di fortuna, così si dice, si possono incontrare capre selvatiche e mufloni, cinghiali e lepri.
Giù, invece, si vedono passare, con la stessa maestosa indifferenza dei cani, uomini in tenuta di lavoro, muratori, pescatori e flaneur sul grande boulevard del paese dove succede tutto ciò che succede ovunque al mondo.
Conosco la storia della sposa infelice.
Dell’uomo che un giorno non tornò più a casa.
Conosco la storia di colui che sognava di partire e che è partito e tornato e che ora non riesce a raccontare la sua storia così come si deve, in modo sensato: con un’inzio e una fine e con in mezzo una trama.
La sua storia non ha una morale.
Si chiamo Minico.
E’ un uomo piccolo e quasi pelato con un cuore grande e una barca sulla quale in estate porta in giro i turisti.
Non solo per soldi, anche, ma non solo.
Fuori dal bar, accanto alla chiesa, vedo un uomo barbuto nero girarsi i pollici, illustrando dal vivo quella espressione che ha il sapore di una vita remota in cui gli anziani alla sera siedono davanti alle loro case aspettando fiduciosamente il calare della notte.
Dopo una vita in cui ho cercato di ingozzare il tempo di ambizioni, aspettative e angosce penso che forse è meglio lasciarlo andare così, generosamente.
Volti.
Dice un pescatore dal tipico volto degli uomini di mare, che sta mendando le reti vicino al porto, che il mare contiene tutto e dà tutto ciò di cui ha bisogno e che non desidera altro.
Giovanni, il proprietario di un piccolo ristorante, ha due tatuaggi sul braccio, un tonno e un altro pesce il cui nome non ricordo.
Pesci e uomini alleati contro il resto del mondo.
Nulla di male può succedere a Marettimo, protetto da Francesco di Paola, il patrono dei pescatori e dei marinai.
In suo onore la piccola chiesa del paese una volta all’anno si traveste per il gran ballo: durante la messa il vecchio prete fa sentire direttamente dal suo tablet canti e tarantelle.
Qui è così.
I santi, la Madonna e Padre Pio, gli occhi rivolti rigorosamente al cielo, e le piccole donne del paese che si dondolano nel ritmo della musica, del mare, dei loro indicibili ricordi e desideri.
Qui è così.
Non bisogna chiedersi tante cose ma prendere la vita così com’è, un battibaleno davanti al grande mare e ai suoi abitanti invisibili, veri e inverosimili.
Ma il mare può anche rendere triste.
Me lo dice il viso di Giovanni, il cuoco dal gusto raffinatissimo.
Il mare è tutto e il contrario di tutto.
In questo marzo di piogge morbide.
Se abbiamo il coraggio, ci fa da specchio.
Se lo desideriamo, Marettimo si traveste da Itaca.
E se siamo veramente fortunati, tra i verdi cespugli intorno alle antiche case romane, può capitare di incontrare un fauno, vecchio come il mondo, stanco come il mondo che con tre note sole suona tutte le storie degli uomini, da sempre indecisi tra fuga e ricerca, partenza e ritorno da e a luoghi un poco sfocati, enigmatici nel loro significare.

3 pensieri su “Marettimo, metà marzo

  1. davvero molto bello, Stefanie, grazie. Ho visto Marettimo solo da Favignana, ma dev’essere proprio un altro mondo. Viene voglia di andarci.

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  2. Molto bello. Ci si ritrova in un alto mondo liberi e prigionieri allo stesso tempoe dove il tempo cambia continuamente colore, ma soprattutto poter dire ” forse ho trovato l’ isola che non c’ è.

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