Archivio mensile:marzo 2016

Rosa Salvia su “Ode al Monte Soratte”, di Claudio Damiani

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Comincio lentamente a leggere e provo subito una sensazione di infinita tenerezza per questo Monte Soratte, piccolo, spelacchiato (dal lato romano) così come una voglia di abbracciarlo come si fa con un nonno che ha intensa esperienza di vita alle spalle. Mi affascina poi la traduzione, ‘in giovanili endecasillabi’, dell’ode oraziana, quel carpe diem che nulla ha a che vedere col vacuo edonismo. Continua a leggere

LA LETTERA SCARLATTA. Rivelazioni, recensioni, recuperi, rigetti, rassegne, rarità, rotture e altro di Pasquale Vitagliano

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Il colpevole è sempre il maggiordomo

Mi è capitato per caso di percorrere questo tragitto: dalla Cassazione sono entrato nel cuore di Roma attraversando Ponte Umberto I. Quindi ho preso Via Zanardelli. Alla fine di questa via, sono arrivato direttamente in Piazza Sant’Apollinare. A questo punto comincio a provare stupore. A sinistra svetta il palazzo della Pontificia Università di Santa Croce, al suo fianco si trova la Basilica di Sant’Apolinnare. E non finisce qua. Mi sposto a destra, e trovo un altro slargo. E’ Piazza delle Cinque Lune. Vi consiglio di fare davvero questa passeggiata. Vi renderete conto di avere camminato lungo un itinerario simbolico e drammatico. Dalle pietre imponenti del Palazzaccio si arriva nel cuore della capitale papalina. La Giustizia porta direttamente nel crocevia dei misteri d’Italia. L’impressione è stupefacente.

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Guido Michelone intervista Fiorenzo Bernasconi

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Non capita tutti i giorni di avere a che fare con un inventore-poeta: eppure da qualche tempo in qua, dal Canton Ticino della Svizzera, sono frequenti le sortite di Fiorenzo Bernasconi nelle più svariate forme artistico-letterario-musicali; in una fabbrica italiana di fisarmoniche, sta brevettando un nuovo strumento in grado di facilitare diverse mansioni agli stessi musicisti. Con Bernasconi, La Poesia e lo Spirito si è intrattenuta in una piacevole conversazione, in cui l’autore racconta le diverse sue esperienze. Continua a leggere

37. La pentola

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Ricordo l’immagine che don Mario evocò, confidandosi con me molti anni fa: la visione di una pentola ricolma dei segreti dell’umanità, delle chiavi per capire l’essere; e lui che chiedeva al Signore: posso aprirla? Vivevamo qualcosa di simile, in quella fase storica in cui tutto era sul punto d’emergere e di rovesciarsi nel suo esatto contrario. Era come se vedessimo oltre: riguardo all’ex parrocchia e al Centro giovanile, dove una certa tendenza, prima sotterranea, operava allo scoperto un tentativo di colonizzazione che sembrava vincente; e al Santuario del Divino Amore, nelle mani della vecchia dirigenza, assecondata da gerarchie sorde e incapaci di mettere fine al processo involutivo. Comprendevamo meglio come ciò che appariva in superficie fosse solo una patina lieve, destinata a scomparire al primo colpo di spugna: l’orgoglio, l’arroganza, avrebbero ceduto senza condizioni all’assalto improvviso della storia. Avevamo imparato a riconoscere il misto di forza e debolezza presente nei poteri umani, l’odore del nulla, il tanfo di morte che esalavano i progetti nel confronto col Progetto di Dio, pronto a risorgere dalla crosta della terra ferita da attentati a raffica nei cinque Continenti. Più questo nucleo incandescente si irradiava, più sentivamo l’appello a rifugiarci nell’amore di Dio, che sorregge l’universo impedendogli ancora di dissolversi in una nube evanescente di entropia. Chiedevamo al volto santo di Cristo la parola, il pensiero, il gesto più opportuno per ogni istante che ci dava di vivere. Stavamo accedendo al sapere di don Mario sul mistero ultimo del mondo: potevamo chiedere anche noi di sollevare, trepidanti, il coperchio della pentola.

Lettera da Berlino

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di Luca Nania

Steffi cara,

aver timore è lecito, essere stanchi comprensibile. Non dobbiamo però cedere, cercare la verità, è
questo il compito che ci conferisce la nostra lucidità. L’Est della Germania, che ho tanto a cuore credimi per
la sua storia, è forse uno dei più grandi fallimenti dell’Occidente. Gli abitanti della DDR sono stati
sedotti dal capitale euroamericano e, dopo la caduta del blocco sovietico, finiti gli interessi
geopolitici, sono stati bisfrattati, isolati e sbeffeggiati in malo modo dai “salvatori”. In Germania e a
Berlino i segni di questa dimenticanza sono ferite ancora aperte. Loro, nati e cresciuti sotto il
comunismo, educati a far coincidere la figura centrale dello Stato con la massima espressione
dell’uomo, dopo i festeggiamenti dell’89, cos’hanno ricevuto? Ma soprattutto, cosa gli resta oggi?
Oggi tornavo a casa con la Ringbahn, passo di rado, se non di sera, dai quartieri ad Est, abito a
Moabit come ben sai, e la mia tratta quotidiana è piuttosto distante dal perimetro del muro.
Una donna si è seduta affianco a me, il suo corpo assumeva una certa importanza con le sue curve, i
jeans aderivano perfettamente a gambe e ventre facendone risaltare la gonfiezza. Teneva in mano
una birra, nell’altra un secchiello da penso un chilo di popcorn e sulla spalla una normalissima e
lurida Beutel piena di non so che cosa. Sedutasi, ha iniziato ad osservare le grafiche poveramente
stampate sul cilindro trasparente: “Party popcorn” riuscivo a leggere io in rosso. Ma come
l’osservava Stefi, con affetto, con l’affetto di chi non ha più nessuno: un gatto per una gattara, un
figlio per una madre. Continua a leggere

Dalla parte di Blu

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Ricordo, all’università, un corso di sociolinguistica.
Erano gli ultimi anni del grunge, e più mi appassionavo alla questione e più mi rendevo conto che in qualche maniera il cosiddetto consumismo aveva attivato tutta una serie di anticorpi che, nel giro di poco tempo, lo avrebbero salvato da qualcosa potenzialmente capace di distruggerne la meccanica.
I ragazzi di Seattle, all’inizio degli anni novanta, avevano cominciato a vestirsi utilizzando vecchie camice dei loro nonni, scarponcini a basso prezzo usati per girare nei boschi, cappelli di lana di seconda mano e giacconi non di marca. Da Seattle il movimento (che movimento neppure era, essendosi sviluppato in maniera spontanea e senza direttive sulle note di gruppi musicali che ai tempi sradicavano il rock dalle patinature degli anni ottanta) si sparse in tutto il mondo. Sempre più giovani dei paesi occidentali cominciarono a voltare le spalle alle grandi marche e a vestirsi riutilizzando vecchi capi appartenuti a chi li aveva preceduti. L’inizio di una rivoluzione.
Poi successe qualcosa.
Successe che i negozi di marca, i grandi brand, gli stilisti e le grandi Continua a leggere

Vivalascuola. La scuola dell’infanzia è scuola

Tra le deleghe in bianco attribuite al Governo dalla Legge 107/2015, c’è la proposta contenuta nel ddl 1260 relativa al “sistema integrato di educazione e istruzione dalla nascita fino a sei anni”. Contro il rischio dei “poli per l’infanzia” dai tre mesi ai sei anni che annullerebbero la distinzione tra Asili Nido e Scuola dell’Infanzia e creerebbero una riduzione della Scuola dell’Infanzia a Servizio educativo, con confusione e interscambiabilità di ruoli tra docenti ed educatrici, crediamo si debba mobilitare una forte opposizione. Continua a leggere

Ci sono donne gonfie d’amore

da qui

Ci sono donne gonfie d’amore
sono spade e forcelle e assi
nella manica.
Vitalità si sporge
dai capezzoli per un latte piccolo
all’infante. Le condiziona la struttura celeste
quel tessere l’enigma
fino al velo scostato per pochissimo
fino alle sonde acute di concentrazione. Continua a leggere

Marino Magliani, Carlos Paz e altre mitologie private

di Roberto Plevano

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Aggiungo anch’io alcune note su Carlos Paz e altre mitologie private, una raccolta di quindici racconti in cui Marino Magliani torna a parlare dei temi (dei “miti”) che muovono la sua ispirazione. Il libro viene da Amos Edizioni, vivace e raffinata impresa editoriale veneta, che già aveva pubblicato Soggiorno a Zeewijk.

Ora, so benissimo che Marino, a sentire la parola “ispirazione”, alzerebbe i suoi ironici occhi al cielo, perché questa parola ha cittadinanza in un mondo in cui artisti e letterati esercitano il loro diritto speciale – appunto di cittadinanza – di dire cose attraverso un artificio, e con Magliani invece l’artificio non ha luogo: Marino scrive nel modo in cui un contadino sarchia il terreno, pota i rami, così come i vecchi hanno fatto. Si travaglia per sopravvivere, quando va bene per avere appena un poco più di vita, che rimane comunque nuda, mica per comunicare o esprimere qualcosa di speciale: uno ha la schiena curva sulla zolla, un altro aggiusta i vecchi muri, e alla fine della fatica di ogni giorno si tira il fiato, si beve un bicchiere. Pensa al da farsi, e alle cose che non sono andate giù. È tutto. Soltanto chi ha tempo da perdere va a caccia di significati, li tira fuori, pensa tanto di sé da credere che lui soltanto sia capace di farlo.
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NON SCRIVERE DI ME

di Massimo Maugeri

Pochi conoscono Philip Roth come Livia Manera Sambuy. Dice di lei Dave Eggers: “Livia Manera Sambuy ci consegna un ritratto di Philip Roth tra i migliori che abbia mai letto – scritto splendidamente, personale, intimo eppure rispettoso. I suoi ritratti sono di una dignità e di un rigore straordinari, e la sua conoscenza della letteratura contemporanea resta senza pari.” Livia è una giornalista letteraria che scrive sul “Corriere della Sera” (ha vissuto tra Milano e New York; ora vive tra Parigi e la Toscana). Al suo attivo ha, tra le altre cose, la realizzazione di due film documentari su Philip Roth. E il titolo del suo libro più recente, “Non scrivere di me” (Feltrinelli), ha a che fare – per l’appunto – con lo strettissimo rapporto intrattenuto con il celebre scrittore americano che, a un certo punto, le intimò di non scrivere più di lui. In alcuni casi, però, un divieto equivale a un invito. Continua a leggere

36. L’appuntamento

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Intanto, facevamo progressi tangibili nella nostra crescita spirituale. Personalmente, avevo sperimentato la profondità del versetto 53,3 del libro di Isaia, dove il Servo del Signore è definito “uomo dei dolori, che ben conosce il patire”: espressione agevolmente riferibile alla figura del Cristo. Aprendomi a questa dimensione, prendevo coscienza dei residui di edonismo che ancora resistevano, e mi orientavo a vivere ogni piccola o grande sofferenza in unione con Gesù. Il primo risultato fu il rifiuto di assumere – come ormai facevo quotidianamente – analgesici per l’emicrania. La sorpresa fu che, vivendo il malessere in questa prospettiva, scemava a poco a poco, fino a divenire tollerabile e spesso a scomparire. L’altra scoperta arrivò dalla lettura del libro di Gaeta sulla Vergine delle Tre Fontane, dove lessi che qualunque cosa la Madonna impetrasse dalla Trinità, infallibilmente l’otteneva. Questa coscienza rivoluzionò la mia preghiera, che divenne mirata ed efficace. Nello stesso tempo, toccammo con mano come i più restii ad accogliere i messaggi fossero proprio i sacerdoti: come se gli effetti del razionalismo illuministico colpissero loro più degli altri e impedissero di considerare le comunicazioni soprannaturali come uno dei modi più plausibili del dialogo tra l’uomo e Dio. Il timore di apparire ingenui o fondamentalisti chiudeva il loro cuore e rendeva impossibile ai fedeli di conoscere il Progetto che il Signore aveva concepito in un mondo refrattario al cambiamento. In questo modo i più vicini, abilitati a penetrare nel mistero, sarebbero stati i più sorpresi dall’imporsi improvviso degli eventi. Il sacerdote e il levita della parabola del Samaritano sarebbero passati ancora oltre, dall’altra parte, e avrebbero perso un ulteriore, importante appuntamento con la storia.

I poeti e la crisi

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Lunedì 14 marzo 2016, ore 16.30: Presentazione dell’ antologia “I poeti e la crisi”
Liceo Statale Socrate, Classico/ Scientifico Via Padre Reginaldo Giuliani, 15 Roma

I poeti e la crisi, a cura di Giovanni Dino. Introduzione di Rita Cedrini, Fondazione Thule Cultura, Palermo, 2015

La poesia in quanto arte può contribuire a fare qualcosa contro la crisi economica? I poeti, come comuni mortali ma anche come uomini dotati di estro e di particolare sensibilità, possono fare qualcosa contro la crisi? Questi sono le domande che mi pongo da alcuni anni e che solo da alcuni mesi mi hanno spinto a proporre una nuova antologia d’impegno civile. Credo che mai come adesso sia il momento di dare la parola all’anima dei poeti perché esprimano, al riguardo, la propria visione. Continua a leggere

Carlos Paz e altre mitologie private, di Marino Magliani

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Il Decamerone, una raccolta di novelle, è uno dei tre pilastri della letteratura italiana; eppure, da tempo immemorabile, gli editori arricciano il naso all’idea di pubblicare racconti. Un giorno, chissà perché, prese a circolare la voce che “i racconti non vendono”, nessuno si azzardò a smentirla, e a tutt’oggi proporre una raccolta di racconti è qualcosa che sta fra l’incoscienza e l’eroismo. Se Alice Munro non fosse stata già famosa in America gli editori italiani non avrebbero pubblicato neanche lei. Continua a leggere

Axis mundi. Storie della Brianza: Bar Jolly

di Gianni Fumagalli

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Lo squarcio della claire del bar Jolly, in un fresco mattino d‘inizio estate, interruppe per un istante il gioioso vociare degli uccelli; i primi a impossessarsi del silenzio residuo della notte per poi cederlo agli aggressivi rumori del paese. Il gesto di Peppino, deciso ma stanco, diceva che le ore di sonno non erano state sufficienti. Un’altra lunga giornata stava per cominciare con la prospettiva, come tutte le altre in quella stagione, che durasse fino a notte fonda. I primi avventori arrivavano frettolosi per un caffè, davano un rapido sguardo al giornale sportivo e tra un commento acido e un saluto confidenziale uscivano frettolosi per recarsi al lavoro. Continua a leggere

SUL TAMBURO n.14: Marco Missiroli, “Atti osceni in luogo privato”

Marco Missiroli, Atti osceni in luogo privatoMarco Missiroli, Atti osceni in luogo privato, Milano, Feltrinelli, 2015

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di Giuseppe Panella

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In primo luogo, comincerei con un dato di fatto. Comunque si voglia valutare o relazionarsi al rapporto tra scrittura e sessualità (o, per dirla con Henry Miller, tra arte e oltraggio), l’oscenità è sempre qualcosa che il testo trasmette come forzatura rispetto a se stesso e come espressione volutamente esterna rispetto al suo normale svolgimento. In altre parole, l’ob-scenitas è sempre fuori luogo e fuori tempo rispetto al discorso che lo spazio della scrittura converte e coinvolge. L’osceno è spiazzante perché implica un riferimento a qualcosa che non si dovrebbe fare – cioè non si dovrebbe dire. L’osceno è divertente perché dis-trae dallo scopo principale dell’accoppiamento (cioè la procreazione) concentrandosi sul piacere che produce. L’osceno è felice perché va contro tutte le convenzioni e i riti della convivenza umana infischiandosene bellamente delle preoccupazioni della società dei benpensanti e dei convinti sostenitori della sacralità delle forme istituzionali consolidate della sessualità stessa. L’osceno è qualcosa che compensa dalla banalità e dalla continuità dei giorni della vita quotidiana. L’osceno è la concentrazione della diversità rispetto alla convenzione dei rapporti sociali. Ma, nel bel libro di Marco Missiroli, l’osceno non c’è: c’è l’erotismo di vario tipo (da quello masturbatorio a quello vagamente sadico di certi rapporti interpersonali con donne avute e poi rifiutate), c’è la sessualità del tutto normale dell’adolescenza, della maturità e dell’”adultità” (come l’autore chiama l’età della procreazione responsabile dei figli nel matrimonio), c’è la discussione e la descrizione degli effetti della pletora sessuale sui comportamenti e sulla formazione della mentalità di un ragazzo adolescente, poi giovane e poi adulto, c’è la descrizione – solida e compatta – del come si forma un legame d’amore tra un uomo e una donna, ma l’oscenità non c’è. In un romanzo di formazione come quello di Missiroli, lo spazio non è occupato dal sesso ma dalla sua idealizzazione come pratica liberatoria e come avventura letteraria, come frutto di una crescita che più che dalle logiche dei corpi viene fuori dall’emancipazione ottenuta attraverso i libri.

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Le bambine dei tuoi sogni

le bambine dei tuoi sogniHo la sensazione e il timore che le bambine occidentali siano attualmente compresse da due modelli opposti, quello “principessa rosa” e quello “maschiaccio”, che in entrambi i casi servono (= “sono servi”) della magnificazione di un modello sociale patriarcale. Continua a leggere

Otto marzo

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La donna maschio, donna sottomessa,
domina-donna, o donna sfruttata,
pugno in un occhio o incanto delle forme,
donna soggetto o oggetto, pluriforme
presenza degli ormoni, unione degli
opposti, in te, in me, dentro la cosmica
fusione dei poli, nella sapiente
inclusione che integra e perdona,
che solo nell’incontro dal profondo
si placa nell’abbraccio, e vi riposa:
più in là, molto più in là di una mimosa.

METTE NORRIE: “L’OMBRA DEL LUNEDÌ”

Testo introduttivo e traduzione di Giovanni Agnoloni

Mette Norrie è un’artista visuale e una scrittrice residente a Copenhagen, che opera negli ambiti della poesia, delle illustrazioni e dell’arte sequenziale. Attualmente sta lavorando a una raccolta di racconti grafici. Il suo sito è www.mettenorrie.com.

Ho tradotto dall’inglese alcuni suoi micro-racconti, il primo dei quali reca, come l’illustrazione che lo accompagna, il titolo L’ombra del lunedì, mentre gli altri sono intitolati Luoghi destinati a sparire a settembre. Ciascuno di essi fotografa un momento di vita interiore calato nel mondo.

"The Shadow of Monday", di Mette Norrie

“The Shadow of Monday”, di Mette Norrie

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Kent Haruf: l’indispensabile vita della contea di Holt

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Ringrazio la sorte per aver messo sulla mia strada di lettore il Canto della pianura di Kent Haruf (pp. 303, euro 18). Ce l’ha in catalogo – un catalogo ancora minuto, ma tanto intenso da far pensare a larghi orizzonti – il quasi neonato NN Editore. Si tratta del secondo tomo di una splendida trilogia – La trilogia della pianura, appunto – il cui primo tassello, Benedizione, è comparso sugli scaffali delle librerie la scorsa primavera. Aspettando, speriamo molto a breve, il terzo capitolo, Crepuscolo, ci godiamo ora la prosa necessaria di questo romanzo che fluisce come il sangue – sarà anche merito della lucente traduzione di Fabio Cremonesi – e che come il sangue non smette di vorticare tra vene e arterie neppure quando l’ultimo foglio viene richiuso dietro la quarta di copertina. Continua a leggere

35. L’impresa

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Gli scenari apocalittici non servivano a piazzare batterie di fuochi d’artificio per attrarre spettatori; e nemmeno a forzare cambiamenti di politiche ecclesiali che niente e nessuno era riuscito a scalfire, fino ad ora. La giusta prospettiva era quella del vangelo appena letto la domenica, il brano della torre di Siloe caduta sui diciotto e del massacro dei ribelli Galilei su ordine di Ponzio Pilato: se non vi convertite, perirete tutti, ammonisce Gesù, suggerendo che il male, per chi crede, è un appello urgente a un’autentica e profonda conversione. Non bisognava, dunque, calcare la mano su immagini cruente e disturbanti – che pure emergevano dalle note profezie -, ma invitare a una verifica della propria vita, del proprio specifico ruolo sul palcoscenico di un tempo non più adatto a dilazioni o pretesti per chiudersi a scelte coraggiose. Certo, adesso era difficile, quasi imbarazzante pregare per la rapida attuazione degli eventi: sapevamo che avrebbero causato lacrime e sangue in abbondanza; come sperare che accadessero al più presto? Come gioire per la morte di tanti confratelli, la distruzione delle cose sacre, l’oltraggio a una memoria secolare racchiusa negli spazi intangibili della santa liturgia? Eppure intuivamo che più nulla avrebbe potuto scongiurare l’irrompere dei fatti: l’intreccio del bene e del male sarebbe stato investito dalla luce abbagliante del Progetto, e avrebbe rinnovato alla radice la Chiesa cattolica apostolica romana. Di fronte a questo dato, non restava che un’opzione: convertirsi. Non a caso era il messaggio d’esordio del Battista e di Gesù, entrambi votati, sin dal loro apparire sulla scena, all’impresa di cambiare l’Uomo.