Luciano Funetta o del discorso occulto della pornografia

dalle rovine

A volte si dice di un romanzo che è potente. Poi lo leggi e non ti ha neppure graffiato.

Adesso prendi in mano Dalle rovine di Luciano Funetta (Tunué, pp. 184, euro 9,90) e vedi che almeno un pugno ben vibrato ti arriva. Anzi due: uno in faccia, per stordirti, un secondo nello stomaco, per soffocarti. C’è un giovane uomo, un padre, un marito. Il suo nome è Rivera, abita una città immaginaria – a tratti futuristica – che porta il nome di Fortezza. La vita di quest’uomo si affaccia sul fallimento dell’istituto del matrimonio: è padre e marito, ma egli ha abbandonato moglie e figlio, li ha preferiti alla propria collezione di serpenti velenosi. Ha perso anche il lavoro (non si sa come, “il lavoro al giornale era soltanto un ricordo”) e un posto nella società. Vive relegato nel proprio appartamento, piccola fortezza al centro dell’immensa Fortezza. Come in un gioco di scatole cinesi, all’interno dell’appartamento trovano anche dimora le trenta lucide e minute fortezze che custodiscono i serpenti: sembrano “assassini in fuga” ai quali si offre asilo, così come l’alloggio pare un rifugio per quel reduce dall’esistenza che è Rivera stesso.

Accade che una sera Rivera estragga dalle teche quattro tra i serpi più svegli. Posiziona una telecamera sul treppiede e avvia la registrazione. L’uomo si stende a terra e i rettili prendono a scivolargli addosso. Lo carezzano, lo vezzeggiano (come lui fa per loro, nutrendoli, cantando). Le bestie lo ripagano con il piacere, gli affondano le teste nell’inguine, lo portano all’orgasmo.

Esperienza unica, esperienza eccezionale, esperienza, forse, terrificante. Rivera esamina il filmato e decide di affidarlo al vecchio proprietario del cinema Orchidea, ormai decaduto tempio del porno.

A questo punto, su Rivera iniziano a riversarsi molti interessi provenienti da quel mondo, che sembra un mondo parallelo, quasi un universo controfattuale.

Ora uno si aspetta che da lì in avanti ci sia un mare di sesso perverso. Non ce n’è neppure un granello. Ma c’è, al contrario, un discorso sull’erotismo e sulla pornografia che nasconde un manifesto molto più profondo e assai più angosciante sulla società umana.

Andiamo con ordine: grazie al suo video amatoriale, Rivera, specie durante un viaggio a Barcellona, fa la conoscenza o comunque entra in contatto con il Gotha della pornografia; in primo luogo Jack Birmania, poi Klaus Traum, infine l’untuoso e misterioso Alexandre Tapia. Gira un vero e proprio film che fa scalpore, e prende contatto con quello che potremmo chiamare il discorso della pornografia e dell’erotismo, che qui non vengono distinti e che assumono, assieme, il rilievo di un vero e proprio indirizzo filosofico. “L’erotismo è esotismo, signor Rivera. L’erotismo è ciò che non conosciamo e che tentiamo di raggiungere con la fantasia, e a costo di una profonda tristezza”. La pornografia è sinolo di amore e terrore, è fuga e rifugio, è sogno e incubo.

Ma non subito tutto ciò risulta chiaro agli occhi di Rivera. Lo diverrà a poco a poco, dopo il soggiorno di Spagna, con la rimpatriata a Fortezza, segnata da un ulteriore passaggio di luogo, dalla casa del protagonista alla villa di Birmania, al numero 270 del quartiere degli Inglesi, in un edificio che sembra un microcosmo, una società in vitro, un allucinante palazzo di Atlante su cui sporge una “luce patibolare”.

Qualcosa calamita i personaggi in quel palazzo: non solo per gli inviti di Birmania, ma anche perché tutt’attorno aleggia un’atmosfera vischiosa, verso la quale si striscia sul ventre come serpenti che vanno sinuosamente ad avvolgersi sull’albero del Bene e del Male. Allo stesso modo di quelli chiusi nelle teche, anche gli uomini del libro diventano via via dei fuggiaschi, come assassini in cerca di oblio, e la pace del rifugio si cambia in incubo della prigionia.

Dalle rovine è un romanzo che confonde le carte in tavola, perché tra le sue pagine si operano maliziose contrapposizioni che sono anche mostruose sovrapposizioni. Del rifugio che diventa prigione si è già detto; di lì anche la confusione tra vittima e carnefice (Rivera “aveva avuto l’impressione di essere osservato, e da osservato aveva cominciato a sentirsi circondato, poi minacciato, poi soffocato dalla folla degli uomini e dalla loro vendetta, senza sapere se sentirsi vittima o carnefice”) e quella tra evasione esotica (erotica; o anche attraverso la fama: “il successo può essere un modo per far perdere le proprie tracce”) e cattività nella tristezza.

Ma da che cosa si fugge? E perché si fugge?

Il romanzo è una critica spietata a quella società che mette in equivalenza il piacere e la somministrazione del Male. Funetta insinua tra le sue pagine – viscido e quasi imprendibile – quel godimento egoistico che si abbevera nella sopraffazione dell’Altro. In Dalle rovine fiorisce l’idea che l’ultima frontiera del porno siano gli snuff movies, quei presunti film amatoriali, girati dietro lauto compenso, in cui avviene la tortura di una vittima, seguita dalla sua morte.

Si capisce allora che si fugge da se stessi, si fugge dai mostri che siamo diventati a causa di una società che ha smarrito il senso di appartenenza (“non esiste un ordine. Voglio dire, tutto è un’esplosione di merda”), una società senza centro (“La patria di un uomo sono i germi della sua saliva”), una società senza maestri e senza padri (“il vecchio, pensò Rivera, era il padre di tutti gli abitanti del villaggio e per questo è stato giustiziato, perché i figli restassero soli all’improvviso”), una società che precipita verso la barbarie e con essa verso la dannazione.

I folli personaggi del romanzo (ancora una volta, vittime e carnefici) si fanno cantori di un nuovo terribile, decadente – e perciò ossimorico – mondo: “Bisogna cambiare registro […]. Tornare alle origini, a quando l’arte e la fame erano la stessa cosa. Dobbiamo essere uomini che dipingono scene di caccia in una grotta, affamati che cacciano e disegnano nello stesso momento e con i medesimi strumenti”.

L’aberrante progetto che forse loro malgrado vanno realizzando è quello di “risvegliare il mondo dalle sue rovine di pace” e di “restituire l’Europa al culto della violenza”. Per risollevare gli uomini da quella egoistica ed edonistica pace in cui si inzuppano. Perché – ci sembrano urlare le pagine – è fin troppo facile fare un cattivo uso della pace, di quella pace che seduce e avvelena e ci trasforma in predatori del godimento. Si crea un cortocircuito tra le rovine della pace e la violenza primitiva, qui resa più atroce e ipermoderna perché relegata dietro l’occhio glaciale di una videocamera in cui converge la correità di un mondo intero.

Dalle rovine sembra un canto sull’orlo del precipizio, sembra l’urlo delle razze che si consumano strette tra le spire si quei serpenti – molto biblici – che sono assieme simbolo del Male e della perversione ma anche prime vittime del libero arbitrio dell’uomo medesimo. C’è fascino e paura del sacro (dove il Sacro è la Pace, e la Violenza è il Profano), c’è davvero molto in questo romanzo che – ora lo dico senza paura di esagerare – col suo occulto discorso sulla pornografia risulta davvero potente e visionario, misterioso, a tratti ermetico e ci sprofonda “in qualcosa di reale, ma non di assolutamente reale”.

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