Storie da ridere della tradizione popolare pugliese raccolte da Lino Angiuli, Piero Cappelli e Lino di Turi

Furbi e gabbati, preti lussuriosi e monaci avidi, donne intemperanti e mariti stolti. Il poeta Lino Angiuli, l’attore Lino Di Turi e l’editore Pino Cappelli hanno raccolto narrazioni popolari della civiltà orale pugliese. Se è vero che il “il mezzo è il messaggio”, questi racconti sono l’anima della letteratura di un popolo.

storie-da-ridereMi raccomando a quello

Stava una povera crista che teneva il marito malato ma non teneva manco gli occhi per piangere tanto era povera scalognata disgraziata, manco i cani. Che malattia? Una malattia brutta brutta, che non la voglio manco nominare, la tibbiccì, la peggio malattia che attacca il verme senza che manco te ne avverti e poi si butta il sangue dalla canna. Oh! E tanto era scalognata quella, che si va a sgravare di un creaturo che pure lui, come nacque, già nacque con la stessa malattia. Che peccato, figlio mio bello; chissà, si vede che il figlio aveva pigliato dal sangue del padre; capace. Il fatto fu che, sempre per quella maledetta scalogna, nella stessa notte – oh! nella stessa notte dico –, va a morire il padre e gli arrivò l’atto di richiamo pure al figlio. Insomma, praticamente se ne andarono padre e figlio e nella stessa notte!

Alla poveretta, mo’, chi è che glieli doveva dare i soldi per accattare due casse da morto? Che così si paga un funerale? È una parola! «Povera a me e maledetto a quel giorno che sono nata! Come devo fare!? Magari che morivo pure io appresso a loro! Anzi, prima di loro!» «Beh», fece un parente; diciamo un cugino, «per ora andiamo a chiamare il mastro d’ascia, così quello piglia le misure giuste, senza sfredo».

Bisogna sapere che allora non era com’è mo’ che vai alla ditta delle casse e le casse le trovi bell’e fatte, no! Allora si pigliavano le misure al morto e la cassa era esatta fatt’apposta per lui. Sparagnavi e comparivi. Fu così che il maestro d’ascia andò alla casa del morto per pigliare le misure e stava per pigliare le misure pure al morticello, quando la cristiana lo fermò e disse tutto il fatto di come stavano le cose a quello: «Io, vedendo vedendo, sì e no posso trovare i soldi per pagare una cassa e a rate pure; come facciamo qua a farne la bellezza di due? Non so proprio dove sbattere la capa. Altrocché! Maledetta a me…!». «Non ti alterare, scià, la padrona», disse il mastro d’ascia, che era di cuore, «sai che cosa vogliamo fare? Abbiamo detto settanta di spalle? Allora non dobbiamo far altro che farla più larga, la cassa: gli allarghiamo un po’ le gambe, a tuo marito, e gli mettiamo il morticello proprio là, in mezzo alle gambe! E ce ne usciamo con una cassa sola». «Oh, bene bene! Benedetto vuoi essere, compare mio bello!»

Beh, e così fecero. Il falegname fa il suo mestiere e fa una cassa all’uso all’uso. La cassa più larga di spalle è pronta. Il morto padre lo mettono dentro, gli allargano le gambe e gli mettono il morto figlio tra le gambe… pace all’anima di tutt’e due, amen. Prima che arriva l’orario che dalla chiesa viene il corteo con tutte le congreghe a prendere la cassa, le donne specialmente e specialmente i familiari si mettono a piangere il morto. «Eh! Poveri cristi. Se ne sono andati padre e figlio. Tanto il bene che si volevano che se ne vanno come uno solo. La morte cos’è! E noi non siamo niente!» «Destinato il padre e destinato il figlio.» «Quello è quando il bene è forte e uno chiama l’altro.» «Mo’ quelli si devono fare compagnia a quel mondo.»

Quando anche la moglie cominciò il suo lamento, i cristiani presenti appizzarono le orecchie per sentire che cosa doveva dire. «Marito… marito mio, m’hai lasciata sola e desolata peggio della morte. Mi raccomando… mi raccomando, mo’. Ah, sorte amara amara. Non tanto per te mi raccomando ma… mi raccomando per quello che tieni in mezzo alle gambe. Mi senti? Mi senti, dove stai e stai? Mi raccomando per quello in mezzo alle gambe!» Quelli, i cristiani, la gente che stava, donne e uomini, specialmente gli uomini, a sentirla: «E che cazzo sta a dire mo’ questa? Non è che al dolore è uscita pazza?», dicevano sottolingua e sconcertati. Quando la cosa la sentì una parente donna, subito spiegò: «Non è come vi credete voi, ché state a pensare a una cosa di male. Io ho capito quello che avete capito voi, ma non è come la pensate. Volete sapere il giusto? ‘Quello tra le gambe’», disse, «è il morticello!».

Fu allora che gli uomini che avevano pensato a male si fecero il meaculpa per i cattivi pensieri e tutto cominciò con una mezza risata che sckattò in risata piena di tutti i presenti. E pure la povera crista, moglie e madre, si trovò a ridere come gli altri. Ecco perché si dice “Non c’è morto che non si ride e non c’è zita che non si piange”.

Fonte: Pietro Paciolla, Cassano delle Murge, 1986.



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