SUL TAMBURO n.15: Ilaria Gaspari, “Etica dell’acquario”

Ilaria Gaspari, Etica dell'acquarioIlaria Gaspari, Etica dell’acquario, Roma, Voland, 2015

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di Giuseppe Panella

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L’”acquario” indicato e profilato nel titolo è la Scuola Normale Superiore di Pisa, l’istituto universitario di eccellenza dove anch’io ho studiato e dove attualmente insegno. Ma il luogo descritto nelle pagine rarefatte e impregnate di dolorosa malinconia del romanzo di Ilaria Gaspari è ben diverso da quello in cui io ho vissuto alcuni degli anni più intensi (e più interessanti e felici) della mia vita. L’acquario è metafora (è il caso di dirlo) del tutto trasparente di una vita alienata e vissuta al di fuori dell’esistenza quotidiana degli altri esseri umani (quelli che godono la loro giovinezza e i vent’anni e non passano il tempo soltanto a studiare per gli esami universitari e a specializzarsi in discipline esoteriche e conosciute solo da pochi eletti); l’etica non è (o non è soltanto) la dottrina filosofica che permette di comportarsi in maniera adeguata nel mondo ma allude a una forma di etologia il cui oggetto di studio sono soprattutto gli uomini e non soltanto le specie animali. I normalisti che risultano gli attori protagonisti di questo romanzo che oscilla tra la confessione morale e il thriller hanno vissuto la loro “meglio gioventù” in un acquario e, come i pesci rossi della vasca del giardino del Collegio Timpano, si sono gonfiati, imbruttiti, divenuti irriconoscibili (i pesci rossi descritti nel romanzo hanno subito questa in-necessaria mutazione perché qualche bello spirito ha pensato bene di gettare dei piranha nello specchio d’acqua dove vivevano, i giovani studiosi perché costretti a una vita di rinuncia e di competitività esasperata).

Gaia, ex-studentessa di Filosofia (come l’autrice del romanzo) ed ex-ragazza di Marcello (all’epoca dei fatti narrati brillante studioso universitario), ritorna a Pisa in circostanze drammatiche: Virginia, una loro compagna con la quale la donna ha sempre avuto rapporti fortemente conflittuali e dalla quale è divisa da una repulsione che spesso, però, si colora di un’attrazione morbosa, è morta suicida, in circostanze niente affatto chiare però tanto che la polizia decide di aprire un’indagine dettagliata al riguardo. I quattro ex-compagni di corso vengono trattenuti in città e tra Marcello (coniugato e in attesa di un figlio) e Gaia rinasce, improvviso come si era spento, un sentimento amoroso che in apparenza doveva essersi cancellato all’epoca in cui entrambi avevano lasciato l’Università. Il romanzo risulta quindi affollato dai ricordi della vita universitaria della donna (quasi tutti negativi se non per quanto riguarda l’amore per Marcello e l’amicizia con Cecilia e Leo, rimasta immutata da allora) e da quelli relativi alla breve esperienza coniugale di Gaia (il matrimonio con un architetto svizzero, Massimiliano, durato l’espace d’un matin). Alla rievocazione degli anni trascorsi si sovrappongono le vicende del presente e soprattutto l’inchiesta della polizia proseguita, alla fine, dalla stessa protagonista fino alla scoperta improvvisa di una verità inaspettata.

Le parti migliori del romanzo, tuttavia, non sono quelli legati alla dimensione poliziesca e alla ricerca della verità sulla morte di Virginia ma quelli relativi all’esplorazione della mente di Gaia, dei suoi ricordi, della sua dura iniziazione alla vita resa particolarmente difficile dalle circostanze ambientali in cui l’ha vissuta. Una lunga sequenza, ad esempio, di festa goliardica che, nonostante il tono scherzoso che vorrebbe avere (il cd “processo alle matricole”1), assume i caratteri allucinati di un incubo terribile e mai assorbito del tutto scandisce il passaggio dei ricordi e, anche se in quel frangente la protagonista si è accorta dei propri sentimenti nei confronti del compagno di corso Marcello che in qualche modo si fa carico di lei e la protegge, ha una funzione centrale nella crisi della donna riguardo il proprio rapporto con la vita e il proprio destino futuro.

Ma anche le descrizione di una Pisa sonnacchiosa e deprimente (come spesso risulta a tutti coloro che vanno a viverci anni che vorrebbero trascorrere in modalità tutt’altro che deprimenti e privi di attrattive) hanno una vividezza e una vivacità che le rendono presenti all’occhio della mente:

«Erano passati anni senza che tornassi, poi una mattina arrivai in aereo: c’era il sole e un’ombra di neve sulle montagne basse e limpide. Le case screpolate e silenziose come una volta, il fiume colore del fango alto per le piogge d’autunno. Il tassista voleva chiacchierare, ma io ero spaventata. Come se tutte le ossessioni che avevo cercato a poco a poco di erodere negli anni fossero tornate a tormentarmi, e mi rendevo conto di non aver dimenticato niente. O forse avevo solo paura di sentirmi improvvisamente vecchia in una città dove avevo vissuto quando il tempo della vita pareva non esistere. Sembrava una cosa volgare, a Pisa, avere un’età e delle ambizioni, o almeno lo sembrava a me e ai miei amici di allora. Ma in realtà avevamo tutti vissuto, trascinando altrove i nostri anni e i nostri desideri, e ci eravamo convinti di aver dimenticato Pisa. Naturalmente ci sbagliavamo. E ce ne saremmo resi conto presto»2.

Romanzo del ricordo doloroso della giovinezza perduto, pur non essendo totalmente convincente sotto il profilo della struttura narrativa, il romanzo di Ilaria Gaspari si rivela vincente sotto il profilo della descrizione psicologica dei personaggi e della logica drammatica del destino che li attraversa e li fa vivere.


NOTE

1 All’epoca in cui ho studiato io (e, a onore del vero, questo viene ricordato con approvazione nel testo) i “processi delle matricole” e tutte le stupide pratiche goliardiche erano state cancellate in nome di un’attività politica intensa e spesso totalizzante che coinvolgeva profondamente il privato degli studenti. Tali prove di iniziazione non mi sono mancate e sono lieto di aver vissuto tutt’altro periodo storico.

2 I. GASPARI, Etica dell’acquario, Roma, Voland, 2015, p. 5.

Un pensiero su “SUL TAMBURO n.15: Ilaria Gaspari, “Etica dell’acquario”

  1. Caro Giuseppe Panella,
    mi è sempre piaciuto come scrivi e ciò non deriva dal tuo essere professore universitario . La scrittura di molti colleghi mi risulta insopportabile o per la forma antiquata o per la struttura faticosa o per l’ eccessivamente evidente esibizione erudita. Altre volte mi sono congratulata con te per qualche breve saggio o recensione. E tu mi hai educatamente risposto, ringraziandomi. Dopo aver letto la tua ennesima recensione ti scrivo ancora per farti i miei complimenti e per domandarti se hai la possibilità temporale di leggere i miei racconti “Fatti speciali di gente comune” (VII volume, in realtà primo, in quanto gli altri sono di Poesia) che, in circa 175 pagine, ripercorrono l’esperienza dominante di persone della mia famiglia o di figure incontrate nel mio itinerario di insegnante di liceo ( dedita a ricerche linguistiche per l’Accademia dei Lincei). Se mi risponderai affermativamente darò il tuo nominativo all’editore
    La Vita Felice perché te lo invii. In ogni caso ti ringrazio per le belle pagine che mi offri in lettura. A presto. Carla Spinella

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