Lettera a un’agente editoriale

di
Roberto Plevano

Caro R.,
… il libro è il grande investimento di tempo ed energia dell’autore… non ne farà altri per chissà quanto…
… I lavoratori della filiera del libro, invece, sono dentro il meccanismo del mercato (ahimè, ci devono vivere) che richiede novità continue, e hanno sempre meno tempo…
… Giornate intere davanti al PC a sbrigare corrispondenza…
… non mollare la scuola! Più produttiva e incisiva di un libro…

Anna Palmas
Agente editoriale in Trieste

Sabato è stato giorno di ricreazione, mi do al passatempo preferito. Verso sera scambio due parole con il mitico campione italiano – siamo pochetti, alcune scarse migliaia, ci si conosce un po’ tutti. Gli chiedo se dopo tanti anni – siamo sullo stagionato, il suo record è del 2001 – si diverte ancora a venire sui monti, a passarci tanto tempo, a curare l’attrezzatura, a pianificare, ecc. ecc. Al che mi ha guardato un po’ stupito, ha alzato la testa – secondo abitudine, non distoglierebbe gli occhi da quello che ha per le mani. Non è il genere di domande che si sente fare, di solito si sta più sul tecnico.

Era stata una bella giornata, avevo fatto quello che si fa in questi casi: iniziato bene, la traccia, il percorso, le scelte, negoziato le varie difficoltà con competenza e decisione, lasciato indietro anche gente agguerrita. Gli sbuffi di condensa dei cumuli salivano sulle chine degli alpeggi in quota, carichi di neve, come una specie di matassa grigia, e in particolari angolazioni il sole faceva luccicare le distese con quella lucidità che ti fa capire che siamo al disgelo, se sei a terra occhio a non finire a valle degli ammassi di neve, pericolo valanghe. Bella giornata, sì, dovrei godermela, io sono un tipo da montagna, ma non mi sono mica divertito tanto. Era come se fossi inerte, lontano; continuavo a pensare che avrei preferito essere altrove, fare altro. Ma dove? Cosa? Forse al mio tavolo. A scrivere un libro.

Il campione ci ha pensato un po’ su – non era nello spirito di pensarci su. Appena concluso un tracciato di tutto rispetto, era felicissimo, sembrava che avesse una lampada accesa dentro, sprizzava adrenalina rilasciando la tensione accumulata. Ma il tipo è disponibile e gentile: dice che il gruppo è importante, uscire con gente del tuo stesso livello, e darsi obiettivi naturalmente. Obiettivi (che sostanzialmente in questo sport significa andare ogni volta più lontano). Quali sono i miei? Mica l’ho ancora capito. Una passione si spegne, altre restano vive.

À propos di dubbi stanchezze disincanto, ho pensato alla stanchezza che viene fuori dalle tue parole, alle altre cose non piacevoli che dici, e a quello che non dici, che sono le cose più importanti ma di cui non si parla. (Ammesso che la tua non sia una non tanto sottile raccomandazione al corrispondente di smettere con i suoi tentativi). Starsene ore a scrivere mail, mail di lavoro dico, non flanellerie come questa, sfornare libri ogni giorno come le brioches del panificio, non è la routine ideale di nessuno. Che si può fare?
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Bartolomeo Veneto, Ritratto di donna. Francoforte, Städel Museum. È immagine idealizzata di Laura, capei d’oro, pelle come neve. Manuzio pubblicò un’edizione del Canzoniere curata da Pietro Bembo



Intanto ti segnalo questa bella mostra veneziana su Aldo Manuzio aperta alle gallerie dell’Accademia fino a giugno. Si tratta di un’esposizione, fatta con intelligenza e buon gusto, sul primo imprenditore del libro dell’Italia rinascimentale, del contesto culturale e artistico del tempo. Giusto per avere un’idea precisa del che cosa si stia parlando, delle enormi implicazioni storiche e culturali del tuo lavoro. Dovresti davvero fare una scappata a Venezia con S.O., adempiere agli obblighi di cultura, fermarti in un bacaro alla Giudecca e ripartire a cuor contento.

Voi, lavoratori della filiera, come dici, avete un posto assai peculiare nel sistema generale. Chi produce e fa circolare libri forma la materia grigia, la massa pensante dell’intera società. I libri non sono una merce come tutto il resto, non si tratta della filiera della mozzarella. Attraverso i libri viene generato e circola il senso di sé della società, quel che è, e soprattutto l’ideale di sé, quel che vorrebbe essere, quindi il tuo lavoro ha direttamente a che fare con una cosa che si chiama civiltà e democrazia, il futuro di tutti, le difese dal peggio. Adesso, soprattutto adesso, il peso dell’omologazione, delle paure, di interessi nascosti, il rumore degli schiamazzi, sta portando via quello che abbiamo sempre serbato caro, irrinunciabile, anche quando non ci si pensava e lo si dava per scontato. Sono i libri, non altri media, che dicono quello che non si sente da nessuna parte, che possono indicare che cosa sia una vita umana degna di essere vissuta, per che cosa vale la pena spendersi, il pregio del sussurro, il valore del silenzio, o l’orrore del silenzio. Stai tranquilla, la somma del tuo lavoro, del dare e dell’avere, non è uno zero. Perdona la retorica, ma ne sento tante con i colleghi, l’aria che tira è di depressione e scazzo. Occorre ricordare sempre le cose fondamentali.

È cosa nota che in Italia non ci sia mai stato ricambio significativo di una mediocre classe dirigente. La medesima formata con l’unificazione (latifondismo, guapperia al Sud, agrari padani, commercianti e protoimprenditori al Nord, clientele dappertutto) si è allungata e progressivamente peggiorata e illegalizzata sotto Depretis e Giolitti, ha gettato il paese in guerra, ha appoggiato Mussolini, è stata corresponsabile di ogni nefandezza del regime, ha portato il paese alla catastrofe prima di mollare il duce nel 43, si è rifugiata sotto l’ombrello americano e le sottane dei preti nel secondo dopoguerra (e almeno la chiesa ha avuto il suo Concilio…), si è consolidata durante il boom economico profittando di caute aperture politiche e della tolleranza e liberalizzazione di massa dei costumi e dei consumi – che ha posto le basi di un esteso conformismo e creato un disciplinato esercito di compratori –, aggiustandosi via via quel tanto necessario, cooptando via via alcuni giovani ribelli (sempre un po’ confusi di loro e felicissimi di integrarsi; finché si scherza si scherza, ma quel posto di associato, di caporedattore, di direttore di centro studi…), coltivando la società dell’esclusione con tutti gli altri, facendo qui del trasformismo il vero carattere del potere, del dominio di classe (vabbè, rimaniamo ancora un po’ marxisti, è dominio, mica governo, in Italia si governa neanche il minimo indispensabile). Tutto questo è stato lucidamente descritto da Pasolini, basta leggersi gli Scritti corsari e le Lettere luterane (si può fare a meno di libri così? Ben più della somma delle parti), mica devi farti un corso di laurea in Scienze politiche («Io scendo all’inferno e vedo cose che – per ora – non disturbano la vostra pace. Ma state attenti. L’inferno sta salendo da voi»). In Francia, Germania, in parte Inghilterra, anche in Spagna, ci sono stati periodi di discontinuità. I processi contro il Regime di Vichy hanno messo al muro fior di personale politico. In Italia, per dire, Togliatti ha amnistiato, papa Pacelli ha benedetto. Oggi ci ritroviamo Verdini al governo, nella mia regione la giunta è un’assoluta continuità con quella passata, il cui governatore è finito in galera con pesanti condanne; altrove non è meglio. Anche un cieco vedrebbe cos’è stata e cos’è l’Italia. Come si può avere fiducia? Non è che siamo soltanto fermi o declinanti: da trent’anni almeno stiamo ammazzando il futuro (ragione non ultima del mio rientro). Queste cose, queste riflessioni ovvie, le trovi soltanto nei libri e da nessuna altra parte. Da qui devi passare, ovunque tu vada.

Io alle cose che faccio ci credo. Magari per vie tortuose, ma cerco di mantenere un briciolo di integrità, il che mi porta a fare le cose con un po’ di coscienza, cercando di fare il meglio che posso… ammetto che non è molto, che arriva tardi. Il sentimento di finitudine, di insufficienza, non mi abbandona, c’è sempre qualcosa d’altro che si potrebbe fare, ma non ci sto a rimuginare troppo sopra. Ma, come sai bene, il vero è l’intero, è il quadro complessivo, non le tue dieci o venti ore al tavolo, la tua trincea. Il quadro complessivo mostra che sulla cultura, in senso ampio, e proprio sui libri, si gioca oggi una guerra mondiale che deciderà, per molti, destini di sofferenza o di speranza. Questo io cerco di inculcare ai ragazzi ogni santo giorno. Questa guerra ha per posta il significato stesso delle cose, la possibilità di dire vero e falso, bene e male (come sai bene, questo è frutto di operazioni cognitive, che si imparano e di cui si diventa consapevoli attraverso la cultura, di cui i libri sono il sostrato materiale). E non sono mica d’accordo che l’insegnamento sia molto più produttivo e incisivo di un libro, come dici. Anzi. Un libro può non avere un effetto evidente, ma non per questo è privo di significato. Sono i libri ad andare in cerca dei lettori.

Da piccolo leggevo come capitava, non assiduamente. A sedici, diciassette anni ero un tamarro annisettanta bell’e fatto (la parola non esisteva, ma dà l’idea), ignorante, presuntuoso, e naturalmente molto, molto fragile e insicuro, bastava guardare, era una cosa evidente. Una vita di miseria: masticavo nozioni predigerite e rigurgitate da altri, con la presunzione di sapere quello che contava o non contava; in realtà mi barcamenavo tra l’imparaticcio e il confuso. Ma intanto non riuscivo a scacciare dalla testa un sentimento che le cose andassero male, non tanto per me, ma in senso generale. Sì, certamente, qui e là si potevano osservare miglioramenti passeggeri (adesso nemmeno quelli), ma complessivamente percepivo come un’entropia del sistema, proprio del sistema del mondo, e di conseguenza non potevo fare a meno di vedere un cielo nero, e il buio al posto del futuro. Avevo paura e non sapevo neanche di avere paura.

Se c’è una possibilità di salvezza, pensavo, sarà riflettendo sulle cose, attraverso il pensiero rendere cose e persone un poco meno estranee, indifferenti, nemiche, e fare di me stesso un benvenuto al mondo.

Oggi so che non è proprio così, quel sentimento era un derivato culturale assorbito col latte materno, il senso di straniamento dovuto all’estrazione sociale di piccola borghesia di campagna, sradicata (lombarda, per parte di madre): piccoli proprietari, piccoli funzionari, con ansia costante di caduta nella povertà, le professioni mediche e forensi come unico mezzo di elevazione sociale, l’agiatezza come conquista, non come abitudine; e piccola borghesia impiegatizia (adriatica, per parte di padre), italietta dannunziana e vitellona a passeggio la domenica lungo il corso. La guerra e gli anni del boom economico hanno messo quell’Italia nella centrifuga.

E oggi so che non c’è salvezza.
ImmagineBUR L'Idiota
Fu allora che lessi di Dostoevskij L’idiota (titolo acconcio) e, senza capirci molto, mi accorsi che le cose non stavano proprio come credevo, cioè, io quel libro lo presi seriamente, e non è che finisca bene. Fu come se Myskin fosse una specie di fratello maggiore di capacità superiori, a cui volevo bene, e che lui, sacrificandosi, portasse un dono inestimabile. Mi si aprì sotto un baratro, mi scombinò quelle due o tre cose che credevo di conoscere, seppi che la cautela non differisce la fine, che la fine ce la procuriamo noi, e allora tanto vale scegliersela.
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Un altro libro su cui passai del tempo è il romanzo di Musil. Pensa un po’, der Junge ohne Erlebnis alle prese con Der Mann ohne Eigenschaften, e non avevo letto nemmeno una pagina di Nietzsche, non sapevo che Eigenschaften viene dal lessico filosofico e lì significa determinazioni qualitative, cioè il concetto che il protagonista è pura potenzialità umana, libertà assoluta. Ma mi piacque quel protagonista, qualcuno che fa della propria vita un’impresa di arte e conoscenza, che non rinuncia a pensare la realtà con scientifica esattezza e a coltivare l’ironia quando anche questa realtà si sgretola, come si dissolse la felix Austria, che felice mai fu. E la storia d’amore di Ulrich e Agathe ha la potenza del mito. Musil finì col morire, lavorandoci sopra. Mi pareva un bell’esercizio di stile, un insegnamento sorprendente, raffinato, imprevedibile. Finalmente le parole per certe intuizioni ancora vaghe, per un certo sentimento, che sembrano indicare un accenno di risposta. Quel libro mi è rimasto dentro, ne ho anche fatto una specie di totem nel primo romanzo che ho fatto uscire. Avevo quella bella edizione Einaudi rilegata, ci tenevo molto, la sentivo mia. Chissà dove è finita, mi piacerebbe saperlo, adesso per una copia ingiallita e con segni usura chiedono un bel po’ al mercatino. Credo che sia stato quel libro, o meglio, quel senso di rivelazione, di libertà selvaggia di cui avevo esperienza leggendolo, a indirizzarmi alla facoltà di filosofia (oltre a qualche caso fortuito). Allora, ma già avevo quasi vent’anni, cominciai davvero a leggere, non molta narrativa a dire il vero. Dovevo capire, era una faccenda di vita o di morte. Un buon libro davvero ti cambia la vita: te la salva, per un po’. Può succedere anche a un tamarro.

Nato con quei libri, quel senso di libertà piena, assoluta, che è difficile, a tratti dolorosa, riapparve anni dopo, alle prime, esitanti, pagine di scrittura narrativa, in una congiuntura un po’ particolare: era un periodo in cui letteralmente non sapevo davvero che cosa fare, chiuse un po’ inaspettatamente le porte dell’accademia. You know, the best laid plans… La libertà quindi, non di fare una cosa piuttosto che un’altra, ma di essere se stessi, fino in fondo, in qualunque circostanza si capiti. La libertà di dire le cose mie che vanno dette, frivole o importanti che siano. Le cose che fanno male. Me lo disse una ex allieva, ho letto il tuo libro: sei tu! E bada che quel primo libro non è un gran che. Più acerbo, e forse meglio, di quello che è seguito; comunque non una cosa memorabile. Appunto come l’autore: sono io, libero di essere me stesso, il pacchetto completo, pregi e pecche. Questo sentimento di libertà è venuto scrivendo, guarda un po’. Ma, prima di metterlo a frutto, devi imparare a conoscere chi tu sia, e questo è possibile soltanto attraverso i libri che tu dici essere poco incisivi, lo studio paziente. Questo sentimento non mi abbandona nemmeno ora che ti scrivo – non mi stacco dalla scrivania. Allora capisci a cosa servono i libri. Capisci la loro insostituibilità.

Leggere, scrivere (attività complementari): ecco un modo, comodo, efficace, economico, se pure impegnativo, di fronteggiare l’inutilità di tutto, lo scoraggiamento. Di prendere per buona la tenace impostura del raccontare, cioè la prolungata, indotta illusione. Se leggiamo e raccontiamo e scriviamo storie per necessità di vita, per inculturare l’esperienza, differiamo ancora un poco il tempo della fine, in cui non ci sono più storie, non c’è più un nostro ordine nel caos, nessun significato, nessuna conclusione. Il tempo in cui si torna al punto di partenza, all’apparir del vero. Ho scritto qualcosa: qualcuno mi vorrà bene, quando non ci sarò più.

È una cosa strana: l’impostura del raccontare, la finzione, è la condizione dell’autenticità dell’esperienza. Così io voglio avere fiducia nell’efficacia della parola scritta, ci voglio credere. Ci sono momenti di sconforto, di senso di inanità delle cose e delle azioni, in cui sei proprio giù – chi non ci passa attraverso? –, c’è il peso degli errori che allarga vuoti nel tessuto della vita. Ci sono i no. C’è il prezzo spaventoso che si paga a mettere se stessi per iscritto. Voglio però credere che le parole, quando ben disposte e arrangiate, facciano qualcosa, muovano, incidano, anche queste mie di questa mail.

Cribbio, sto scrivendo come un pivello di vent’anni, primo anno del corso di filosofia. Altro benefit dello scrivere: il ringiovanimento mentale.

Pensare, capire, studiare, costruire un individuo che sia benvenuto al mondo. O che sappia usare le armi più adatte nella guerra di ogni giorno. Nella smisurata estensione del dominio della lotta. È il titolo di un libro, no?

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