Incanto e disincanto. Due poesie di Elisabeth Bishop

Bishop
a cura di Barbara Pesaresi

I magazzini del pesce

Benché sia fredda la sera,
accanto a un magazzino del pesce
siede un vecchio ad aggiustare una rete,
una rete che è quasi invisibile
nel crepuscolo, scura, d’un viola rossiccio,
con una spola lustra e consumata.
Così forte è nell’aria l’odore del merluzzo
da far colare il naso e lacrimare gli occhi.
I cinque magazzini del pesce han tetti aguzzi
e strette passerelle che si agganciano oblique
ai depositi in alto, perché le carriole
siano spinte su e giù.
Tutto è argento: la densa superficie del mare,
che lentamente si inarca, quasi temesse rovesciarsi,
è opaca, ma l’argento dei banchi, delle secchie
per le aragoste, e delle alberature,
sparso tra scogli selvaggi e frastagliati,
chiaramente riluce
come i vecchi edifici bassi, che un muschio smeraldino
ricopre alle pareti verso il mare.
Vi sono grossi mastelli, interamente foderati
di strati di stupende squame d’aringa;
anche le carriole son tutte rivestite
di una cotta di maglia cremosa, iridescente
dove arrancano iridescenti piccole mosche.
Dietro le case, sul breve pendio,
con i suoi radi e luminosi spruzzi d’erba,
sta un vecchio argano di legno,
spaccato, con due lunghe manovelle scolorite
e delle tristi macchie, come di sangue secco,
là dove il ferro è diventato ruggine.
Il vecchio accetta da me una Lucky Strike.
Era un amico di mio nonno. Parliamo
del declino della popolazione,
e di merluzzi e di aringhe,
mentre aspetta il ritorno di una barca da pesca.
Gli brillano lustrini sul camiciotto e sul pollice.
Ha raschiato le squame, la suprema bellezza
di pesci innumerevoli, con quel vecchio coltello
nero, con una lama quasi consunta.

Giù sull’orlo dell’acqua, nel punto dove tirano
le barche in secco, sulla lunga rampa
che scende in mare, sottili tronchi argentei
sono disposti in senso orizzontale
tra pietre grigie, per tutta la discesa,
distanziati di tre o quattro piedi.

Freddo scuro profondo perfettamente limpido,
l’elemento non tollerabile ai mortali,
ma solo ai pesci e alle foche… Specialmente una foca
ho rivisto una sera dopo l’altra.
La incuriosivo. Le piaceva la musica;
e come me credeva nell’immersione totale.
Io perciò le cantavo inni battisti,
oppure «Il nostro Dio è una fortezza poderosa».
Si drizzava nell’acqua e mi guardava
fissa, muovendo leggermente il capo.
Poi si tuffava, e a un tratto riemergeva
quasi nel punto di prima: sembrava stringersi
nelle spalle, come disapprovando
la propria azione.
Freddo scuro profondo perfettamente limpido,
questo limpido e grigio mare gelido… Dietro
di noi cominciano abeti alti e solenni.
Azzurri, affratellati alle loro ombre,
stanno milioni d’alberi di Natale
ad aspettar Natale. L’acqua sembra sospesa
sopra le pietre smussate, che sono grigie o grigiazzurre.
L’ho visto tante volte, lo stesso mare, identico,
che lieve e indifferente dondola sulle pietre,
gelidamente libero sulle pietre,
sulle pietre e quindi sul mondo.
Se tu v’immergessi una mano,
subito ti dorrebbe il polso,
prenderebbero a dolerti le ossa
e la mano a bruciarti, come se l’acqua
fosse una metamorfosi del fuoco
che, alimentato dalle pietre, arde di cupa e grigia fiamma.
Se l’assaggiassi, ti parrebbe prima amara,
poi salata, e ti brucerebbe la lingua.
Somiglia a quello che noi pensiamo della sapienza:
scura, salata, limpida, mobile, interamente
libera, attinta alla dura e fredda bocca
del mondo, scesa da seni di roccia,
sempre scorre ed è attinta, e poiché ogni sapienza
per noi diviene storia, scorre ed è già passata.

***

L’alce

Dalle strette province
di pesce, pane e tè,
patria di lunghe maree,
dove la baia lascia il mare
due volte al giorno e impone
lunghi viaggi alle aringhe,

dove penetra il fiume
oppure si ritira
in un muro di bruna schiuma
a seconda che trovi
la baia di ritorno
o non la trovi a casa;

dove, rosso infangato,
il sole a volte tramonta
di fronte a un rosso mare,
ed altre, vena la lavanda
delle pianure, denso fango
in accesi ruscelli;

su rosse vie ghiaiose,
lungo file di aceri,
oltre le assi di case coloniche
e di nitide chiese scolorite,
rigate come valve di telline,
oltre gemelle betulle d’argento,

nel tardo pomeriggio
una corriera va verso ponente,
il parabrezza manda lampi rosa,
sono rosa i riflessi del metallo,
sfiorando il fianco ammaccato
di uno sbattuto smalto azzurro:

va per valli ed alture,
ed aspetta paziente
che un viaggiatore singolo
si congedi con baci ed abbracci
dai suoi sette parenti
sotto lo sguardo vigile di un cane.

Arrivederci agli olmi,
alla cascina e al cane.
La corriera riparte. La luce
si fa più suntuosa; la nebbia
salmastra, mobile, sottile,
si va addensando.

I suoi freddi cristalli rotondi
si formano, si spostano e si posano
sulle penne delle galline bianche,
su grigi e vitrei cavoli,
su rose centifoglie
e su lupini simili ad apostoli;

ed i piselli odorosi si aggrappano
al loro filo umido e bianco
sugli steccati imbiancati;
i calabroni si rifugiano
nei fiori di digitale,
ed ha inizio la sera.

Una fermata a Bass River.
Poi le «Economies»:
basse, centrali ed alte;
Cinque Isole, Cinque Case,
dove una donna scuote la tovaglia
all’aperto, dopo cena.

Un balenare pallido. È passato.
Paludi di Tantramar,
odor di fieno e di sale.
Trema un ponte di ferro
e vibra forte una traversa allentata,
però non cede.

A sinistra un lume rosso
dondola nel buio,
lanterna di babordo di una nave.
Due stivali di gomma
in bella mostra, illuminati, solenni.
Un cane emette un solo latrato.

Sale una donna con due sporte
di mercato: vivace,
anziana, lentigginosa.
«Che magnifica sera. Sissignore,
tutto il percorso fino a Boston.»
Ci guarda con simpatia.

Entriamo al chiaro di luna
nei boschi del New Brunswick,
scheggiati, irsuti, pungenti;
chiaro di luna e nebbia
vi restano impigliati come bioccoli
di lana nei cespugli di un pascolo.

I viaggiatori si rilassano.
Qualcuno russa. Qualche lungo sospiro.
Una sognante digressione
comincia nella notte,
lenta allucinazione
uditiva, sommessa…

Tra scricchiolii e rumori
ecco un dialogo di vecchi –
non ci riguarda, eppure
per noi è riconoscibile
in qualche punto in fondo alla corriera:
due voci di nonni

che ininterrottamente
parlano, nell’Eternità:
vengono fatti nomi,
e finalmente spiegati gli eventi:
che cosa disse lui, che cosa disse lei,
chi andò in pensione;

morti, morti e malattie;
l’anno in cui lui riprese moglie;
l’anno in cui accadde (qualcosa).
Lei morì di parto.
Quello era il figlio che si perse
nel naufragio della goletta.

Sì. Lui si dette al bere.
Lei prese una cattiva strada.
Quando Amos si mise
a recitar preghiere
anche in bottega e infine
i suoi dovettero rinchiuderlo.

«Sì…» quella inconfondibile
affermazione. «Sì…»
Quel brusco rifiatare,
metà gemente, metà rassegnato,
che significa: «Questa è la vita.
E noi la conosciamo (anche la morte)».

Parlando come parlavano
nel vecchio letto di piume,
tranquillamente e senza fine,
con una fioca lampada all’ingresso,
e il cane giù in cucina,
avvolto nello scialle della donna.

Ormai tutto va bene,
anche prendere sonno
come in quelle altre notti.
– A un tratto il conducente
arresta la corriera in un sobbalzo,
e spegne i fari.

È uscito un alce
dal bosco impenetrabile;
è là, forma indistinta,
nel mezzo della strada.
Si avvicina; ora fiuta
il caldo cofano della corriera.

Torreggia, privo di corna,
alto come una chiesa
ed amichevole come una casa
(o saldo come sono le case).
Una voce maschile ci rassicura:
«Perfettamente innocuo…»

Alcuni passeggeri
fanno sommesse esclamazioni,
piano, come bambini:
«Certo son bestie grosse.»
«Ma com’è brutto!»
«Guarda! È una femmina.»

Senza affrettarsi,
l’alce ispeziona la corriera.
È solenne, come d’un altro mondo.
Perché, perché sentiamo
(sentiamo tutti) questa dolce
impressione di gioia?

«Strane creature» dice
il nostro quieto conducente,
arrotando la erre.
«Ma guardate, guardate!»
E poi ingrana la marcia.
Per un momento ancora

stirando il collo all’indietro
si può vedere l’alce
sopra la massicciata
bianca di luna; poi ci giunge lieve
odore d’alce, un acre
odore di gasolio.

2 pensieri su “Incanto e disincanto. Due poesie di Elisabeth Bishop

  1. E’ mio dovere precisare che le poesie sono tratte dal libro “L’arte di perdere”, ed. Rusconi, e che, soprattutto, la traduzione è della grande Margherita Guidacci.

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