Vivalascuola. Referendum! Referendum!

Sole, sole, sole: primavera di democrazia… Prevalgono il desiderio di riappropriarsi della propria cittadinanza, di decidere: sono rarissimi i passanti che – una volta ricevute le opportune spiegazioni sul tema dei quesiti – non scelgano di firmare. Un impegno gioioso e serrato, nei banchetti dove sono stata come negli altri, distribuiti per la nostra grande città: talmente tanto, pensate, che non abbiamo nemmeno trovato il tempo di farci un selfie. Che cosa ne penserebbe il premier? Vogliamo che monti, come una epidemia di democrazia… Lo abbiamo fatto tutti insieme, seppellendo antichi dissapori, incomprensioni, vecchie ruggini; cercando sempre la mediazione e mai la rottura; includendo. Per dare gambe e ali a questo progetto. (Marina Boscaino)

Indice
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.Bruno Moretto, La stagione dei referendum. Un esempio di geometria non euclidea
Carlo Salmaso, Una campagna referendaria contro la triade merito, valutazione, competizione
Marina Boscaino, Per la scuola e la società che vogliamo
Giovanni Cocchi, Dalla scuola della Repubblica alla scuola delle lobbies
Marcella Raiola, Da Napoli: Report dell’assemblea di lancio dei Referendum sociali
Dalle città: l’inizio della raccolta firme. Report da Torino (Natale Alfonso), Monza e Brianza (Marta Gatti), Milano (Giansandro Barzaghi), Lodi (Paolo Latella), Parma (Giordano Mancastroppa), Bologna (Bruno Moretto), Ferrara (Mauro Presini), Roma (Marina Boscaino), Bari (Eliseo Tambone), Reggio Calabria (Fabio Cuzzola), Palermo (Carmelo Lucchesi)
Risorse in rete

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La stagione dei referendum. Un esempio di geometria non euclidea
di Bruno Moretto

Non credo sia un caso se diversi soggetti associativi e sindacali hanno iniziato il 9 aprile la raccolta firme per promuovere 11 referendum su temi di interesse sociale e democratico.

Come ha affermato Stefano Rodotà in suo recente articolo

questo attivismo testimonia l’esistenza di riserve diffuse di attenzione per grandi e concreti problemi, di mobilitazioni non sollecitate dall’alto che non possono per alcuna ragione essere sottovalutate. Ma non saremo di fronte soltanto ad un inventario di domande sociali. Poiché a ciascuna di queste domande si fa corrispondere una iniziativa istituzionale, questo significa che i cittadini diventano protagonisti della costruzione dell’agenda politica, dell’indicazione di temi di cui governo e Parlamento dovranno occuparsi. Non è un fatto secondario per chi vuole stabilire lo stato di salute della democrazia nel nostro Paese.

Quali sono queste domande?
Il movimento della scuola ha lottato strenuamente lo scorso anno contro la riforma proposta dal governo (buona scuola) fino a giungere allo sciopero del 5 maggio che, raggiungendo il 70%, ha avuto le adesioni più alte della storia sindacale recente.

Questo movimento è riuscito a imporre il mantenimento degli organi collegiali nella programmazione e gestione delle Istituzioni scolastiche, modificando parzialmente l’impianto verticista e dirigista originario esemplificato dall’idea del preside sindaco. Non è riuscito però a fermare la legge che è stata approvata a luglio 2015.

Ben presto si è fatta largo l’idea di un referendum abrogativo che si è concretizzata nella partecipatissima assemblea nazionale del 6 settembre a Bologna. L’assemblea si pronunciò a favore dell’idea di una stagione di referendum sociali che fosse in grado di collegare il tema della scuola con quello dell’ambiente e del lavoro, nonché della democrazia.

Non avendo la concreta possibilità di proporre l’abrogazione totale della legge 107/15 il Comitato promotore che raggruppa diverse sigle sindacali e associative dalla FLCGIL, alla Gilda ai Cobas ai Comitati di sostegno alla legge popolare… ha individuato 4 quesiti specifici che hanno l’obiettivo di:

1) Abrogare le norme sui finanziamenti privati a singole scuole pubbliche o private
Scopo del quesito è cancellare la possibilità di effettuare donazioni a singole scuole.
In caso di abrogazione ogni donazione confluirà in un fondo destinato al sistema nazionale di istruzione, da ripartire tra le scuole secondo criteri oggettivi. Ciò al fine di evitare finanziamenti privatistici alle scuole pubbliche, competizione tra le scuole, creazione di scuole di serie A e di serie B e il potenziamento economico delle scuole private, che potrebbero far risultare come donazione una parte delle spese di iscrizione, con benefici fiscali i cui costi ricadrebbero sulla collettività

2) Abrogare le norme sul potere discrezionale del dirigente scolastico di scegliere e confermare i docenti.
Scopo del quesito è cancellare il potere del dirigente scolastico di scegliere in modo discrezionale i docenti della propria scuola e di confermarli o mandarli via dopo un triennio.
In caso di abrogazione gli Uffici scolastici regionali ritorneranno ad assegnare gli incarichi agli insegnanti, con criteri oggettivi e predeterminati e senza il ricatto della scadenza.
Questo eliminerà il rischio sia di gestione clientelare delle assunzioni sia di limitazione della libertà di insegnamento, perché toglierà al dirigente scolastico la possibilità di condizionare i docenti. Anche questo quesito intende evitare la creazione di scuole differenziate sia per le risorse finanziarie che umane a disposizione.

3) Abrogare le norme sull’obbligo di almeno 400-200 ore di alternanza scuola-lavoro
Scopo del quesito è cancellare l’obbligo per le scuole di fare almeno 400/200 ore di alternanza scuola-lavoro. In caso di abrogazione, ciascuna scuola deciderà il monte ore da dedicare all’alternanza scuola-lavoro, in modo coerente con gli obiettivi del proprio Piano dell’Offerta Formativa, al fine di evitare un’inaccettabile riduzione delle ore di insegnamento, per un’attività che assai spesso diventa richiesta di lavoro gratuito o sottopagato.

4) Abrogare le norme sul potere del dirigente scolastico di scegliere i docenti da premiare economicamente e sul comitato di valutazione.
Scopo del quesito è cancellare il potere del dirigente scolastico di scegliere in modo discrezionale i docenti della scuola a cui dare un premio salariale per il presunto “merito”. In caso di abrogazione il Comitato di valutazione ritornerà ad essere un organo composto solo da docenti e dal dirigente, non individuerà più alcun “criterio per la valorizzazione” ed esprimerà il proprio parere solo sul periodo di prova dei neo-assunti. Lo stanziamento del fondo di 200 milioni annui diventerà salario accessorio per la valorizzazione di tutto il personale docente, compreso quello precario, e sarà inserito nella contrattazione integrativa nazionale.

Il Comitato promotore dei referendum contro la legge 107 ha operato in modo coordinato con il Comitato acqua bene comune e quelli contro le devastazioni ambientali.

Ai quesiti sulla scuola si è deciso perciò di affiancare un quesito che ha lo scopo di bloccare nel futuro nuove trivellazioni in mare e terraferma e uno per bloccare il piano per nuovi e vecchi inceneritori.
Inoltre è stata proposta una petizione popolare per chiedere il rispetto del referendum del 2011 e affermare che l’acqua è un bene comune.

Lo stesso 9 aprile è stata avviata la campagna referendaria della CGIL che prevede tre quesiti volti alla cancellazione del cosiddetto lavoro accessorio, ovvero di quella forma di pagamento tramite voucher di prestazioni lavorative particolari, a riordinare la giungla dei subappalti e a reintrodurre la possibilità di reintegro in caso di licenziamento senza giusta causa (ex art. 18).

Il Coordinamento per la democrazia costituzionale ha avviato la raccolta firme per abrogare alcune parti della legge elettorale Italicum come la possibilità di capilista bloccati e multicandidature, il premio di maggioranza e il ballottaggio.

Presto si aprirà la raccolta firme del Comitato per il NO per chiedere dal basso lo svolgimento del referendum sulla riforma costituzionale visto che il parlamento non l’ha approvata con la maggioranza dei due terzi.

Si apre una stagione di referendum sui temi sociali e democratici che hanno per obiettivo quello di puntare sulla partecipazione dei cittadini alla vita pubblica per fermare la deriva oligarchica in atto che tende ad esautorare i cittadini e i loro delegati in parlamento dei loro poteri di indirizzo politico con il progressivo trasferimento al governo di quote crescenti di potere di decisione.

Con una felice espressione Nadia Urbinati usa il termine democrazia in diretta per sollevare il problema della crisi della democrazia delegata che non riesce a difendere il principio di uguaglianza di cittadinanza dal potere espansivo economico. Ne stanno facendo le spese i diritti sociali fondamentali come quello all’istruzione, ad un lavoro dignitoso, ad un ambiente vivibile che sono sempre più compressi e mercificati. E in generale la stessa idea di democrazia.

Quello che si sta sviluppando in questi giorni è un movimento composito e plurale che evidenzia un modo nuovo di affrontare la battaglia politica non più attraverso la creazione di un unico soggetto politico, ma attraverso il coordinamento e l’alleanza sul campo di diversi soggetti e diverse sensibilità.

Potremmo dire che anche in Italia, come era già avvenuto in altri paesi e sta succedendo in Francia, siamo entrati in una fase politica post novecentesca.

Si è detto spesso che questo movimento è a geometrie variabili. Ciò vuol dire che anche in politica, come già è avvenuto in campo scientifico, stiamo passando dalla rigidità e dall’ordine dalla geometria euclidea alla flessibilità mentale di quelle non euclidee.

Il quinto postulato della geometria ellittica di Riemann afferma che “due rette qualsiasi in un piano hanno almeno un punto in comune”. Ovvero che non esistono rette parallele. Allo stesso modo percorsi politici diversi stanno trovando il modo di incontrarsi: è il caso della campagna referendaria in atto per il diritto all’istruzione, la tutela dell’ambiente, la dignità del lavoro, il rispetto della democrazia, che deve essere letta come una campagna unitaria pur portata avanti da diversi Comitati.

In questo senso non c’è un quesito più importante di un altro, ma essi si sostengono a vicenda.
Le prime esperienze di raccolta firme hanno evidenziato che i cittadini stanno raccogliendo l’invito a una nuova stagione di partecipazione popolare, che è la via maestra per fermare la deriva dirigista e liberista dell’attuale governo.
Non a caso i banchetti che hanno più successo sono quelli unitari in cui si raccolgono le firme su tutti e 11 i quesiti referendari.

Non resta che attivarsi al più presto in tutta Italia e organizzare più banchetti possibile per raggiungere e superare l’obiettivo delle 500.000 firme da raccogliere e consegnare alla Corte di Cassazione entro fine giugno, autenticate e certificate. [torna su]

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Una campagna referendaria contro la triade merito, valutazione, competizione
di Carlo Salmaso

Le scuole saranno più efficienti se saranno sottoposte alle leggi del mercato capitalistico e, come tutte le aziende, entreranno in concorrenza le une con le altre per attirare i loro clienti: gli studenti”.
Milton Friedman (1912-2006, Nobel per l’Economia 1976)

Come ho già sottolineato altre volte, negli ultimi anni un potente sistema di persuasione costituito dai principali organi di informazione e da numerosi intellettuali di orientamento diverso, tutti ugualmente stregati dall’idea della necessaria affermazione del “merito” nella società italiana, si è speso per un primato della valutazione nelle nostre scuole.
Il ruolo di questi manipolatori dell’opinione pubblica è stato quello di presentare il sistema di valutazione come oggettivo e neutrale, e contemporaneamente tacciare le opposizioni critiche come retaggio “sessantottino” di un’ideologia egualitaria nostalgica e conservatrice, fondata sul rifiuto “a priori” della valutazione.
Le indicazioni proposte partono da un assunto non facilmente dimostrabile: per avere una maggiore qualità nel sistema scolastico italiano è necessario agire sul merito utilizzando la premialità.

Ma, innanzitutto, che cosa si intende con merito?
E’ un concetto complesso e generico insieme, con forti sfumature morali, quasi religiose. Si contrappone a “colpa” più che a “mancanza” (se non me lo merito, è perché io ho fallito in qualcosa), implica un credito futuro, è quasi impossibile isolarlo rispetto ad altri fattori che intervengono nella vita quotidiana (caratteristiche biologiche, ambiente familiare, fortuna).

Cosa significa che “solo i migliori” devono emergere, avere spazio? I migliori per chi? I migliori sul mercato? I più furbi? I più efficaci nella comunicazione? Ma siamo sicuri che di fronte a questa scelta le due principali categorie di persone che nella scuola vivono, studenti e docenti, reagiranno come ci si aspetta?

Per quanto riguarda gli alunni, se si tratta di dare premi, la cosa è probabilmente socialmente irrilevante, una soddisfazione per chi lo vince e nulla più; se si tratta di incentivi a migliorare, nulla indica che obbligatoriamente debba funzionare: per uno che tenta di fare del suo meglio per ottenere il premio, ce ne sono molti altri che non lo faranno, avendo i loro motivi (buoni o cattivi) o le loro difficoltà.

D’altro canto, quello che i nostri alunni pensano dei processi valutativi, lo troviamo bene espresso nella loro proposta “altra scuola è quella giusta”, a cura dell’UDS:

Valutare non significa punire: per una riforma del Sistema Nazionale di Valutazione e della valutazione individuale

La cultura della valutazione ricopre oggi un ruolo determinante nel processo di subordinazione dei saperi alle logiche di mercato. Il principio della produttività, tipico dell’economia di mercato, infatti, è centrale all’interno dei luoghi della formazione e, stando anche a quanto si può facilmente intuire da ciò che è scritto ne La Buona Scuola, è destinato ad assumere sempre maggiore importanza. La convinzione da cui si parte è che un sapere per poter essere valutato debba essere esternalizzato e reso visibile a tutti.

Ci si imbatte, dunque, nell’esigenza dell’oggettività, per cui tutto ciò che è oggetto di valutazione deve essere razionalizzato secondo parametri universalmente validi. E così mentre il voto numerico diventa traduzione della quantità di ore di studio dedicate a una materia, nelle nostre scuole si impone un’idea di valutazione sempre più aderente al modello INVALSI, che si contraddistingue per la propria “valutazione automatica o oggettiva”, in nome della quale si giunge a una sintesi del voto finale grazie a una serie di parametri standardizzati che non sono stati pensati per apprezzare le peculiarità del singolo individuo o del contesto preso in analisi. Pertanto, il destinatario della valutazione non è lo studente o una qualsiasi altra anima del mondo della formazione, a cui tra l’altro viene preclusa la possibilità di individuare e comprendere i propri punti di forza e di debolezza.

Le prestazioni del singolo studente vengono, inoltre, considerate in un preciso momento della sua vita, senza tener conto del percorso che egli ha affrontato e delle condizioni socio-economiche di partenza. Ne deriva dunque una concezione spiccatamente meritocratica del percorso formativo che vuole che alle prestazioni positive dello studente corrispondano premi e alle prestazioni negative corrispondano invece umiliazioni o punizioni.

La classificazione si accompagna alla competizione che viene alimentata fin da dentro i luoghi della formazione e che pone gli studenti di fronte a ciò che viene presentato come l’unica via di salvezza per avere successo in ambito lavorativo e nella vita: emergere dalla massa e rientrare nell’elitaria cerchia delle eccellenze.

Per quanto riguarda gli insegnanti, oltre a ritenere valide le osservazioni precedenti, l’approccio pedagogico che costituisce la scelta privilegiata dai docenti italiani nelle scuole (soprattutto dell’infanzia e primarie) trova oggi nel principio della cooperazione, e non nella “cultura” della competizione, il suo principale modello di riferimento.
La competizione può facilmente degenerare in esclusione, discriminazione o peggio ancora, in sopraffazione e conflitto.
La scuola non è competizione, ma confronto.

Fra gli studenti c’è chi ama studiare, c’è chi è spinto dalla forza della volontà, c’è chi apprende con più facilità, c’è chi è più maturo e ha un’intelligenza più sviluppata, c’è chi è più in sintonia con una disciplina chi con un’altra, c’è chi è costretto ad impegnarsi per dimostrare i risultati raggiunti ai genitori, c’è chi ha più bisogno di tempo per comprendere o rispondere ad una domanda, ma dovremmo partire dal presupposto che tutti sono capaci, nessuno è più bravo dell’altro, sono solo diversi.

Non è certo pensando alla competizione che nella Costituzione si è assegnato alla Repubblica e alle sue istituzioni (quindi anche e soprattutto alla scuola) il compito di “rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese” (art. 3).

Di fronte a queste osservazioni, la domanda diventa: è giusto accettare tutto questo? E se la risposta è negativa come provare a contrapporvisi?

Fino a pochi mesi fa, suggerivo di provare ad agire su due distinti livelli:

1. Rifiutare il meccanismo della competizione, prendere distanza da essa, metterla “tra parentesi”: farla diventare un tema su cui riflettere e far riflettere, per capirne le componenti biologiche, psicologiche, storico-sociali e ideologiche.

Ampliare le attività non competitive nella scuola (e nella vita sociale): proporre iniziative di collaborazione possibilmente non pilotate dall’alto, riconoscere lo spazio della cultura e del pensiero come spazio non competitivo, come spazio “libero”; significa in altri termini lavorare cercando di incrementare inclusività ed equità nella scuola.

2. Inceppare il meccanismo della valutazione, per lo meno di quella proposta nel Decreto del Presidente della Repubblica n. 80 del 2013 che sovrintende il SNV e che fa da “motore” per l’intera operazione meritocratica delineata nella “Buona Scuola”. Una valutazione in cui il principale strumento è configurato da un’unica tipologia di test, in cui ogni passaggio è orientato, gestito, controllato dall’Invalsi.

In questa direzione sono diversi anni che associazioni, comitati e sindacati di base si muovono per cercare di ostacolare lo svolgimento delle Prove INVALSI, senza le quali l’intera procedura pensata non potrebbe partire.
L’idea di usare lo strumento dello sciopero durante le giornate di svolgimento delle prove è non solo una questione di principio e di difesa della libertà di insegnamento, ma si configura come mezzo idoneo a rompere le maglie della catena merito – valutazione – competizione.

A queste due possibilità possiamo ora aggiungerne una terza: infatti è partita la scorsa settimana la campagna per una stagione di referendum sociali.

Due anni di governo Renzi hanno minato alla radice il ruolo della scuola pubblica, privatizzato i beni comuni e i servizi pubblici, aggredito l’ambiente a partire dalle trivellazioni, stroncato l’avanzamento del riciclaggio dei rifiuti per favorire le lobbies degli inceneritori.

Comitati, associazioni, sindacati hanno deciso di creare un’alleanza sociale dei movimenti per invertire questa tendenza, rilanciando conflitto e mobilitazione diffusi contro quelle scelte e avanzando controproposte. Lo strumento referendario permetterà di abrogare gli elementi più pericolosi della legge 107 sulla scuola, la legislazione che consente le trivellazioni in mare e in terraferma e quanto prevede lo Sblocca Italia rispetto ad un piano strategico per nuovi inceneritori, mentre una grande raccolta di firme per una petizione popolare vuole contrastare la ripresa dei processi di privatizzazione dell’acqua e dei beni comuni.

Solo facendo emergere una discussione di merito su ciascuno di questi temi e proponendo un modello alternativo delle idee di società e di democrazia; solo dando modo ai cittadini di riprendere la parola e ristabilendo il principio della partecipazione diretta e della riappropriazione della sovranità popolare sarà possibile invertire la rotta, coniugando l’interesse generale con una dimensione più sostenibile della vita di ciascuno di noi.

Firmare significa schierarsi a favore del pluralismo di idee e di metodologie, della collaborazione democratica negli organi collegiali, della piena autonomia delle scuole nel decidere il proprio Piano dell’Offerta Formativa, di erogazioni di fondi all’intero sistema nazionale di istruzione.

Cambiare questa deriva non è impossibile, le forze, le capacità, le coscienze del bene comune esistono nel mondo della scuola per ricostruirla in senso davvero qualitativo, solidale, inclusivo e democratico. (Alain Goussot, 01/06/1955 – 26/03/2016) [torna su]
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Per la scuola e la società che vogliamo
di Marina Boscaino

Date da ricordare: come la scuola ha reagito
Il 5 maggio 2015 la scuola italiana ha espresso l’apice di un processo di mobilitazione che, iniziato mesi prima, sarebbe durato fino al 13 luglio, data in cui il presidente della Repubblica ha apposto la propria firma sulla legge 107, la sedicente Buona Scuola.

Quella data, che ha fatto registrare lo sciopero più partecipato della storia della scuola, si colloca tra gli avvenimenti straordinari di una vicenda – gli ultimi 20 anni – che ha assistito ad un’impennata dell’ideologia più potente ed implacabile: il neoliberismo. Ideologia che ha permeato di sé – subdolamente e pervicacemente – coscienze e interpretazioni, scivolando inesorabilmente nell’immaginario collettivo come elemento di “normalità” e andando a sostituire – nel contenuto e nella forma – molti dei principi fondativi che la Costituzione italiana ha affermato e che hanno garantito, nei primissimi decenni della storia repubblicana, lo sviluppo della nostra democrazia.

Davanti all’attacco pluridirezionale in senso neoliberista ed autoritario che i luoghi e le condizioni della democrazia hanno subito dal Governo Renzi – dalle istituzioni al lavoro, dalla salute all’ambiente – la scuola ha reagito in modo più convinto nel non accettare supinamente l’epica dell’uomo solo al comando, i sedicenti dettami dell’Europa, la politica del fare e della rapidità, lo scavalcamento delle procedure democratiche.

Solo l’imposizione arbitraria e violenta del voto di fiducia e una grande responsabilità da parte delle decine di migliaia di persone che hanno animato la scorsa primavera il movimento della scuola hanno consentito al Governo di vincere una partita giocata con armi impari: l’arroganza verso la costanza delle ragioni.

Un’altra data – quella del 17 marzo scorso – ha suggellato un evento altrettanto significativo: quel giorno sono stati depositati in Cassazione 4 quesiti per intervenire sulle parti più pericolose della legge 107.

I quesiti referendari sulla scuola e la campagna dei referendum sociali
Per il movimento della scuola, sia chiaro, quel dispositivo continua ad essere inemendabile. Ma si tratta di una legge la cui formulazione sconsiglia il quesito abrogativo secco, a forte rischio di inammissibilità. Pertanto la folta compagine di soggetti che hanno preso l’iniziativa referendaria – in un percorso inaugurato il 12 luglio con una partecipatissima assemblea, cui ne sono seguite altre 3 deliberanti – (Comitato nazionale di sostegno alla LIP per una buona scuola per la Repubblica, Flc-Cgil, Cobas, Gilda, Unicobas, USB, CUB, Usi, UdS, Link, Coordinamento nazionale scuola della Costituzione, Associazione nazionale per la Scuola della Repubblica, Adam, Adida, AND, Mida, Retescuole, Cesp, Illumin’Italia, Partigiani della Scuola pubblica) ha dato mandato ad un comitato tecnico scientifico di costituzionalisti di lavorare su 4 temi specifici. Il risultato sono stati i quesiti depositati, che il CTS ha elaborato sotto il sapiente coordinamento del prof. Massimo Villone, a cui va tutta la nostra gratitudine per aver messo al nostro servizio la sua estrema competenza professionale e la sua passione politica:

School bonus: le erogazioni liberali non dovranno più essere riservate alle singole scuole, ma all’intero sistema scolastico, scongiurando così anche la possibilità che le scuole private sfruttino tali meccanismi per eludere le tasse su una parte delle rette.

Poteri del dirigente scolastico: abrogazione della chiamata diretta degli insegnanti da parte del dirigente scolastico sugli ambiti territoriali per incarichi solo triennali.

Alternanza scuola-lavoro: abrogazione dell’obbligo di 200 ore nei licei e 400 ore nel tecnico-professionale, lasciando le scuole libere di organizzare tali attività come hanno sempre fatto;

Valutazione del merito da parte del dirigente scolastico: abrogazione parziale dei relativi commi, allo scopo di ripristinare le funzioni precedenti del comitato di valutazione secondo il T.U. (Dlgs 297/94) e attribuzione alla contrattazione del fondo per la valorizzazione dei docenti.

A muoversi, però, non è solo la scuola democratica: a difesa dell’ambiente e contro i saccheggi delle risorse ecologiche ci sono anche il Forum italiano per l’acqua pubblica, il coordinamento Campagna devastazione e saccheggio ambientali e i comitati «Blocca Inceneritori». è stato presentato un quesito per l’opzione «Trivelle zero» e contro l’articolo 35 del decreto «Sblocca Italia», che assegna agli inceneritori «interesse strategico», prevedendone la realizzazione in diverse regioni. Inoltre è in via di definizione una petizione popolare per difendere l’acqua pubblica dopo che i governi hanno disatteso il referendum del 2011, che in particolare denuncia le prospettive neoliberiste del decreto attuativo della legge Madia sui servizi pubblici. Contestualmente alla campagna referendaria, raccoglieremo le firme sulla versione attualizzata della Legge di Iniziativa Popolare per una buona scuola per la Repubblica e sulla analoga legge per il diritto allo studio.

La campagna referendaria sociale è partita il 9 e il 10 aprile nelle principali piazze italiane e si chiuderà a inizio di luglio, come è stato annunciato nell’assemblea nazionale di lancio dei referendum sociali, tenutasi a Roma il 13 marzo; e si colloca in continuità al referendum del 17 aprile che ha chiamato i cittadini alle urne per decidere sulla cancellazione di una norma (introdotta con la legge di Stabilità) che permette alle società petrolifere di continuare, senza più limiti di tempo, a estrarre gas e petrolio lungo le coste italiane.

Nel frattempo, il 19 marzo si è conclusa la consultazione degli iscritti alla CGIL sulla presentazione da parte di questa confederazione sindacale della proposta di legge di iniziativa popolare denominata “Carta dei diritti universali del lavoro – Nuovo Statuto di tutte le lavoratrici e di tutti i lavoratori” e di tre specifici quesiti referendari che propongono di modificare il Jobs Act e altre leggi sul lavoro su tre punti: disciplina dei voucher, norme sugli appalti e, soprattutto, sui licenziamenti, quelle che hanno abolito le garanzie previste dall’articolo 18 dello Statuto dei lavoratori originario.

Una nuova prospettiva democratica
Insomma, molti quesiti, molti temi e molti soggetti mettono in moto un importante processo di riconquista della sovranità popolare, della capacità di decidere, nel rispetto degli esseri umani, dell’ambiente, della dignità del lavoro e della democrazia, che comprende nei fatti anche il referendum abrogativo dell’Italicum e quello confermativo della contro-riforma del Senato, che vede schierati per il NO il Coordinamento per la difesa della democrazia costituzionale e molti tra coloro che interpretano con allarme la progressiva erosione dei principi su cui si fonda la Repubblica italiana, così come era stata concepita e costruita dopo il ventennio fascista.

La cornice è quella del contrasto all’attacco frontale alla democrazia, che vede la necessità di dire NO al disegno autoritario del governo, che rafforza il potere esecutivo in palese violazione dei principi fondamentali della Carta Costituzionale e della Repubblica.

In questa situazione, dobbiamo davvero augurarci che le convergenze prevalgano sulle distinzioni, la collaborazione sulla diffidenza, la consapevolezza di avere finalità comuni sul desiderio di affermare le ragioni particolari.
Pensare ad una campagna di referendum comuni capaci di rafforzare la mobilitazione sociale che in questi anni ciascun movimento e soggetto sociale, con la propria autonomia e i propri percorsi, ha portato avanti ci è sembrata un’idea nuova e significativa rispetto al panorama in cui viviamo.

Referendum comuni capaci di estendere la sensibilizzazione e il coinvolgimento diretto delle persone e di disegnare un altro modello sociale, riaprendo la strada alla speranza di un futuro diverso per tutte e per tutti.

La scuola che vogliamo e il referendum abrogativo
Dal 9 aprile raccogliamo le firme perché ci venga consentito di provare a sondare con il voto la volontà popolare relativamente ad un modello di scuola che la legge 107, ultimo e definitivo passaggio di abbattimento della scuola della Costituzione, ha spazzato via.

Noi, infatti, vogliamo una scuola che sia istituita in tutto il territorio nazionale, per ogni ordine e grado, dalla Repubblica, a garanzia di un sistema omogeneo che rappresenti alla stessa maniera diritti ed opportunità per tutti. Per questo siamo contro la possibilità che – a seconda della munificenza del singolo erogatore che per fini personali (il beneficio per i propri figli) o economici (i vantaggi determinati dal territorio) doni a qualcuno e non ad altri – si generino scuole di serie A e di serie B, aumentando i divari tra scuola e scuola, tra territorio e territorio, ovviamente sulla base di destini socialmente predeterminati.

A fronte di questa prospettiva, vogliamo una scuola che enti e privati siano liberi di istituire, purché senza oneri per lo Stato, cioè non a carico della fiscalità generale: una scuola laica, pluralista, inclusiva, democratica. Vogliamo quindi una scuola fondata sulla democrazia e sulla partecipazione collegiale, sulla dialettica delle idee; una scuola, quindi, che poggi sul principio della libertà di insegnamento, non privilegio di categoria, ma garanzia del pluralismo dell’istruzione pubblica; affinché ogni cittadino, senza distinzione di genere, di preferenze sessuali, religiose o politiche, indipendentemente dalle proprie condizioni personali o economiche, possa entrare senza disagio in ogni scuola della Repubblica, che esiste ed opera in nome e con le risorse di quest’ultima.

Questo principio altissimo, su cui è stato fondato il profilo della scuola statale italiana, è stato violato dal governo in misura così pesante che moltissime ed autorevoli voci si stanno levando a sottolineare la possibile incostituzionalità della sedicente “Buona scuola”. Vogliamo, insomma, una scuola veramente “aperta a tutti”.

Per questo rifiutiamo l’uomo solo al comando, il dirigente che scelga la “sua squadra” (e se vostro figlio capitasse in una squadra di serie A, B, C per assenza di “giocatori” da reclutare e/o per incapacità dell’allenatore?) – o che valuti soggettivamente e in solitudine “il merito” dei docenti: impossibile da determinare sia qualitativamente, ma anche quantitativamente. Con il quesito abrogativo pertanto proponiamo che il dirigente scolastico non possa scegliere chi ingaggiare e chi premiare; che non abbia la possibilità di non rinnovare dopo tre anni l’ingaggio al docente, in spregio alla continuità didattica, al principio del diritto allo studio e all’apprendimento; e agli art. 51, 54 e 97 della Costituzione.

Vogliamo una scuola in cui i capaci e i meritevoli, benché privi di mezzi, abbiano la possibilità di salire ai livelli più alti dell’istruzione (indipendentemente dalle loro condizioni socio economiche) e tutti possano aver garantita un’istruzione che sia veramente tale e non l’anticamera dell’avviamento ad un lavoro non retribuito e precoce, con diritti negati sin dal nascere; una scuola abnegata ad una visione che sostituisca al sapere e al saper fare lo sfruttamento precoce e l’analfabetizzazione ai diritti dei lavoratori e del lavoro. Vogliamo una scuola in cui il valore legale del titolo di studio sia garanzia di unitarietà del sistema, in base al principio di uguaglianza degli accessi e delle opportunità.

Questa è la scuola che vogliamo e che proponiamo. Non la ristabiliremo con un referendum abrogativo, lo sappiamo bene: ci sono voluti anni ed anni di distruzione intenzionale per arrivare al risultato della 107.

La vogliamo nel panorama di esigibilità dei diritti primari che uno Stato dovrebbe garantire, i cosiddetti beni comuni, strumenti dell’interesse generale per la realizzazione della democrazia sostanziale: salute, ambiente, istruzione. In un modello di società ecologicamente sostenibile, ergonomica ai diritti e al benessere degli individui e delle formazioni sociali.

Un modello scalzato violentemente non – come si dice – dalla perdita delle ideologie; ma dall’affermazione e dalla vittoria dell’ideologia più implacabile, il Neoloberismo, al quale non ci vogliamo e non ci dobbiamo sottomettere. Per tornare ad essere, come dice il primo articolo della Costituzione, popolo sovrano, la cui capacità di scelta e di decisioni dipende in larga parte dalla capacità della scuola di svolgere il proprio mandato: licenziare cittadini consapevoli. [torna su]

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Dalla scuola della Repubblica alla scuola delle lobbies
di Giovanni Cocchi

Com’era bella la scuola della Repubblica: le tappe della sua costruzione
Vorrei iniziare con una considerazione che a me pare ovvia: la scuola è lo specchio della società, dalla Cina alla Finlandia. La scuola è tanto più o meno democratica quanto la società è tanto più o meno democratica.

In Italia, durante il Fascismo c’era una scuola autoritaria, a pensiero unico, destinata alla formazione elitaria di pochi. Era una scuola dittatoriale, dove il Preside chiamava direttamente gli insegnanti, per primi quelli che si erano distinti in guerra, quelli abituati ad obbedir tacendo, una scuola che cacciava i prof che non giuravano fedeltà al pensiero unico fascista.

La Resistenza e la nascita repubblicana delinearono il paradigma e l’orizzonte di una scuola veramente pubblica, “organo vivente” e costituzionale di una società democratica: una scuola di tutti e per tutti, palestra del confronto tramite la libertà d’insegnamento.

La nostra carta costituzionale, forse la più bella del mondo, dedica alla scuola articoli meravigliosi. Stabilisce che ci devono essere scuole statali e gratuite per tutti perché tutti devono poter studiare e che tutti i capaci e meritevoli, anche se privi di mezzi, hanno il diritto di raggiungere i più alti gradi degli studi. E proprio per questo la Repubblica ha il compito di rimuovere tutti gli ostacoli che limitano la libertà e l’eguaglianza ed impediscono il pieno sviluppo della persona umana. E perché non si ripetessero mai più arbitri e pensiero unico, fu scritto che ogni assunzione deve essere “trasparente” ed imparziale” e che l’insegnamento deve essere libero, non come privilegio dell’insegnante, ma a garanzia dello studente, perché solo nel confronto delle libere opinioni c’è la possibilità di un apprendimento consapevole e non di un indottrinamento.

Dunque, per la nuova “Repubblica”, una scuola pubblica, inclusiva, gratuita, laica, pluralista, imparziale e trasparente; e adeguatamente ed equanimemente sostenuta, con l’obiettivo di assicurare ad ogni giovane cittadino, da Sondrio a Mazzara del Vallo, le medesime opportunità per la propria formazione.

Dunque un progetto meraviglioso ed ambizioso che voleva chiudere per sempre con un passato terribile ed ignobile e disegnare un orizzonte pieno di diritti, eguaglianza e libertà.

Prima la scuola non era così e neanche dopo, per molti anni, fu ancora così. Quando ho iniziato ad andare a scuola io, molti miei compagni venivano subito bocciati e dispersi, il figlio del dottore avrebbe fatto il dottore e quello dell’operaio l’operaio. La mia maestra, quando facevamo gli asini, minacciava di cacciarci nell’ultima aula in fondo a destra, terribile e misteriosa e con la porta sempre chiusa: l’aula dei “mongoloidi”, la chiamava.

Per fortuna, mentre stavo crescendo, diventavano sempre più quelli che si mobilitavano perché quella scuola cattiva e classista cambiasse e si avvicinasse al dettato costituzionale.

Così fui poi tra i primi, per fortuna, a frequentare la scuola media unica obbligatoria che superava la distinzione istituita dal Fascismo tra la scuola media d’élite e scuola di avviamento professionale, destinata a coloro che non dovevano proseguire negli studi. E nel 1968 la scuola materna statale riconosceva finalmente alle mamme la possibilità di lavorare lasciando i piccoli in una scuola vera, pubblica, laica e non identitaria. E nel 1971 la scuola elementare a tempo pieno, con le compresenze, per lavorare in gruppo ed aiutare chi rimaneva indietro.

Nel 1974 un altro tassello fondamentale: a seguito di uno sciopero generale – non della scuola, ma di tutta la società a dimostrazione di quanto la scuola fosse considerata, diremmo oggi “un bene comune” – vengono istituiti gli “organi collegiali”: la società, i genitori eleggono i loro rappresentanti nei Consigli d’Istituto, il governo della scuola diventa democratico e partecipato.

E nel 1977 finisce finalmente la “segregazione” dei ragazzi disabili: non più separati, concentrati e nascosti come “una vergogna” in classi differenziali, ma fonte di ricchezza e crescita per i compagni. E una valutazione formativa si sostituisce ai giudizi numerici e “incatenatori” nei confronti degli alunni più piccoli.

Io ho avuto la fortuna di cominciare ad insegnare in quegli anni, in quel clima, in quella scuola, che ha poi saputo raggiungere nella sua punta più avanzata, le elementari, i primi posti nel mondo; in quella scuola in cui – dati OCSE – ancora oggi, ma probabilmente non ancora per molto, il fattore socio economico incide molto meno che in paesi come la Francia, il Belgio e la Germania, avvicinandosi invece a Paesi virtuosi come la Finlandia e la Svezia.

Ci sono stati dunque tre decenni in cui la scuola faticosamente, ma progressivamente, stava avvicinandosi a quella disegnata dai padri costituenti.

Ma a partire dalla fine degli anni Novanta è cominciata un’inversione di tendenza sempre più accentuata.

E poi lo sfascio: come l’istruzione non è più “pubblica”
Nel 2000, le “Norme per la parità scolastica”, paradossalmente col primo governo di “sinistra”, aggirano il dettato costituzionale del “senza oneri per lo stato”. Al Ministero dell’Istruzione viene tolta la parola “pubblica”, primo forte segnale simbolico di tutto ciò che seguirà, e la politica scolastica passa nelle mani del Ministro delle Finanze: comincia la spoliazione, l’immiserimento. Dapprima coperti con fantasiose costruzioni “d’antan” – il grembiulino, la maestra unica – cui seguono tagli micidiali di 10 miliardi e 150.000 tra insegnanti e bidelli, che hanno portato a classi sovraffollate ed insicure, integrazione e alfabetizzazione impoverite e a tantissime ore di insegnamento in meno; sommandole tutte, pari a due anni in meno di istruzione.

E’ di nuovo tempo tempo di grandi mobilitazioni. Chi lavora nella scuola e chi manda i figli a scuola – ancora insieme, ancora una volta in nome del “bene comune” scuola – non ci stanno. Un frutto straordinario di quelle reazioni è stata proprio la Lip, la Legge di iniziativa popolare per una buona scuola per la Repubblica, che voleva portare ad un ulteriore evoluzione quei tre decenni innovativi: possibilità del tempo pieno per tutti, valutazione formativa, nuovi programmi, una più lunga scolarizzazione (dai 6 ai 18 anni), l’abbassamento a 22 del numero degli alunni per classe, vera accoglienza e integrazione degli immigrati, dei disabili, di chi è in difficoltà, risorse certe e adeguate (6% del Pil), estensione della partecipazione democratica… solo per richiamare alcuni dei punti qualificanti di quella proposta di legge, che è stata la nostra bandiera alternativa alla pessima scuola di Renzi e che è comunque nostra ferma intenzione ripresentare.

Ma nonostante le proteste l’attacco alla scuola pubblica non si ferma ed anzi si fa più raffinato: non avviene più solo dentro ma anche fuori dalla scuola, perché l’esperienza ha insegnato che occorre separare la scuola dalla società, se no non si riesce a procedere. Così parte una poderosa campagna di delegittimazione degli insegnanti agli occhi della società: chi mai arriverà poi in soccorso di insegnanti dipinti come privilegiati, fannulloni, incapaci, che addirittura si fanno umiliare dai loro studenti su youtube?

In aggiunta, perdita dopo perdita, taglio dopo taglio, i genitori che sono entrati a scuola negli ultimi anni non sanno cosa hanno perduto; per loro la scuola è quella che c’è adesso: Invalsi, “oggettività”, e la foglia di fico dell’informatica.

Una scuola via via più impoverita che Renzi – nascondendone le vere cause e attribuendone invece la colpa agli insegnanti – ha gioco facile a definire “non funzionante” e dunque da rinnovare completamente. Ed ecco allora la “Buona scuola”, che sotto lo slogan/panacea dei: “ Tre miliardi, il più grande investimento sulla scuola e 100.000 nuovi insegnanti” nasconde il ricatto delle assunzioni se e solo “in cambio” della fine del nostro ruolo di promozione sociale, della nostra libertà, della nostra autonomia, della “sovranità” nostra e dei genitori.

Per smontare quello spot basterebbe un dato per tutti, scritto nero su bianco senza alcuna vergogna nel Def: questo governo che ha urlato “Riprendiamo ad investire sulla scuola!” è lo stesso che abbasserà in 5 anni la spesa per l’istruzione, portandola dal 3,7 al 3,5 del PIL spedendoci definitivamente all’ultimo posto nella classifica europea.

E’ fondamentale capire il vero obiettivo celato sotto l’apparenza così compassionevole delle nuove risorse e delle nuove assunzioni: la residua “distruzione” del progetto fondativo di una scuola di tutti e per tutti.

Con l’approvazione della 107, un’approvazione con voto di fiducia blindato e sordo addirittura alla più grande mobilitazione mai vista nel mondo della scuola, l’ancora costituzionale è stata levata e la barca comincia a veleggiare verso un orizzonte lontanissimo dal dettato costituzionale, un sistema simile a quello statunitense: scuole private a go go per chi potrà permettersele, poche scuole pubbliche d’eccellenza nei quartieri bene delle città, tante scuole senza speranza nelle periferie povere. Nelle prime – finanziate dai privati, con la selezione degli insegnanti migliori – verranno formate le classi dirigenti. Nelle seconde una forza lavoro, flessibile e disponibile, a basso costo; scuole dove non si perda più tempo a formare coscienza critica, cittadinanza, alta specialità, ritenuti costi non più “sostenibili” né necessari.

Fine delle pari opportunità per i ragazzi con la fine dell’unitarietà del sistema scolastico e della parità di trattamento delle scuole. Fine della libertà e della dialettica d’insegnamento, minati dalla chiamata diretta e dai premi ai più meritevoli individuati in modo insindacabile da un Dirigente insindacabile. Fine della “sovranità” democratica e del governo democratico della scuola, fino ad ieri in mano agli organi collegiali – Consiglio d’Istituto e Collegio docenti – che oggi sono completamente esautorati dal potere monocratico conferito al Dirigente.

Una scuola che non ha più al suo centro parole di pedagogia e didattica, ma solo altre attribuibili alla sfera del “mercato”: finanziamenti, privati, sponsor, competizione, organizzazione aziendale, catena di comando, staff, selezione meritocratica e controllo del personale.

Quella di Renzi è una scuola che torna ad essere quella contro cui si batteva Don Milani: quella che riproduce il sociale con le sue disparità di classe e di zona, quella che rinuncia alla suo compito di ridistribuzione delle opportunità.

La Buona scuola, la scuola buona è quella della Costituzione, quella così faticosamente conquistata, quella che ancora oggi prova ad esistere e resistere. Quella che vuole imporci Renzi è cattiva, cattivissima; un ulteriore passo verso l’ingiustizia.

Reagire a un autunno senza fine
Vorrei concludere da dove ho iniziato: dalla considerazione della scuola come specchio della società.

La rivolta democratica del ’68 è stata la cornice che ha poi permesso quei tre decenni positivi di cui parlavo all’inizio. Senza il ’68, che presa avrebbe avuto la denuncia di Don Milani, quanto del suo messaggio sarebbe stato raccolto?

E la scuola apparecchiata oggi – con la sovranità assolta ad un uomo solo al comando, il disimpegno delle risorse pubbliche a favore dell’intervento dei privati, l’orizzonte delle charter school, l’abnorme espansione dell’avviamento/alternanza al lavoro – non è forse lo specchio di un Stato sempre più neoliberista e “presidenziale”?

Se la scuola è lo specchio della società, non è possibile cambiare la scuola solo agendo al suo interno. Se la scuola è lo specchio della società – prima, insieme e con ancor più determinazione – per cambiare la scuola e renderla davvero democratica dovremmo provare a cambiare la società.

La “Buona Scuola”, il Jobs Act, l’Italicum, la riforma costituzionale sottendono tutte un’unica ideologia autoritaria: un uomo solo al comando, un solo partito al comando . Dunque la posta in gioco è drammatica e non riguarda solo chi nella scuola ci lavora, ma l’intero Paese e la sua tenuta democratica.

La campagna referendaria per la “primavera dei diritti” ha proprio questo senso: reagire ad un autunno senza fine, delineare un nuovo orizzonte, riprendere in mano collettivamente fiducia, speranza e futuro. [torna su]

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Report dalle città: una assemblea di lancio dei Referendum sociali

Da Napoli: Report dell’assemblea di lancio dei Referendum sociali (07/04, all’Ex Asilo Filangieri)
di Marcella Raiola

In una Napoli assediata dal governo e dal premier, non rassegnato al processo di “derenzizzazione” che la città delle 4 Giornate e della Resistenza ha intrapreso con convinzione, si è dato il via alla campagna referendaria che tiene insieme i provvedimenti più odiosi e liberticidi dell’esecutivo, Jobs’ Act, Sbloccaitalia e Buona Scuola, frutto marcio di forzature procedurali inusitate e ricatti lobbistici che stanno emergendo in questi giorni in tutto il loro squallore.

Un’assemblea pubblica partecipatissima si è svolta lo scorso 7 aprile all’Ex Asilo Filangieri, una delle tante strutture “liberate”, occupate, cioè, da giovani attivisti, sottratte alla speculazione e restituite all’utilità sociale, assurte agli onori della cronaca per il nuovo modello di autogestione che esse propugnano nonché per l’alto valore delle proposte culturali e sociali, che hanno indotto un’illuminata Giunta comunale a “legittimarle”.

Le forze che hanno promosso i Referendum e i comitati locali in lotta che hanno aderito hanno esposto percorsi, ragioni e contenuti dei sei quesiti dei referendum cosiddetti “sociali”, quattro volti a smantellare la pessima riforma scolastica attuata a Luglio, nonostante una plateale mobilitazione di docenti e studenti, e due contro la devastazione ambientale, tema molto sentito nella Terra dei Fuochi e dei numerosi movimenti contro il biocidio.

Gli interventi sono stati tutt’altro che meramente tecnici; perfino il costituzionalista Bruno De Maria, che ha concretamente illustrato, nel merito, il testo dei quesiti contro la “Buona Scuola”, redatti anche grazie al suo contributo, ha espresso un netto e severo giudizio di valore sullo scempio perpetrato contro la funzione etica ed educativa della Scuola, formulando anche un’acuta critica, molto apprezzata dagli studenti presenti, relativamente al Comitato di valutazione dei docenti, a comporre il quale sono chiamati, in modo puramente ritorsivo e demagogico, studenti che per il resto sono repressi, marginalizzati e sfruttati come “capitale umano a costo zero” dalle imprese, grazie alle nuove norme sull’alternanza Scuola-lavoro, di cui il referendum corrispon-dente, quello del modulo verde, chiede la ridefinizione.

Hanno confermato tale prospettiva i portavoce dei sindacati: Enrico Grillo della CGIL, che ha parlato del bonus come di uno “zuccherino” umiliante per la dignità dei docenti, Francesco Amodio, dei Cobas, che ha parlato di sforzo corale da compiere, per salvare principi democratici fondamentali, veicolati dalla Scuola, Graziano Forlani della Gilda, che ha palesato i vergognosi scambi clientelari già attivati dalla mobilità straordinaria, ipotizzando poi una rapida implosione dei meccanismi della L. 107, che fissa illogiche percentuali di premialità, e Romilda Scaldaferri dell’Unicobas, che ha denunciato il rovesciamento di valori pedagogici e culturali indotto dalla “Buona Scuola” e il pericolo che i giovani del Sud finiscano con l’offrire braccia e lavoro a imprese in odor di camorra.

Del referendum come occasione di ripoliticizzazione della classe docente, colpevole di aver abdicato al suo dovere di stagliare su uno sfondo ideologico i mutamenti sociali e istituzionali, ha parlato il Coordinamento Precari Scuola Napoli, mentre gli studenti della Campagna Stop Devastazione (collettivo Kaos) hanno plaudito alla simultaneità dell’attacco sferrato dai referendum al progetto di smantellamento delle garanzie e dei diritti civili e sociali, che consente anche di destrutturare la narrazione interessata dei media irregimentati e di programmare una serie di mobilitazioni a sostegno del voto. Altri studenti (quelli dell’Uds, di “Possibile” e di Link, collettivo universitario) sono intervenuti per presentare la LIP (Legge di iniziativa popolare) sul diritto allo studio, negato o fortemente limitato dal lievitare dei costi e dalla VQR (valutazione della qualità della ricerca), il corrispettivo accademico dei test “Invalsi”, spregiudicatamente adoperata per dirigere i tagli e applicare criteri econometrici di valutazione a dipartimenti il cui prestigio non risiede nei brevetti miliardari ma nella natura e nel livello delle ricerche condotte e della didattica praticata.

Membri del Forum dell’Acqua pubblica hanno ripercorso l’esperienza del non rispettato referendum del 2013 contro la privatizzazione dell’acqua, presentando una petizione per una legge capace di blindarne gli esiti, mentre un membro del Comitato “Per la Democrazia costituzionale”, ha letto un comunicato relativo ai guasti della Riforma Boschi/Renzi e dell’Italicum, auspicando una collaborazione fattiva tra i comitati referendari. Insomma: da Napoli parte la controffensiva al governo Renzi. Obiettivo: 70.000 firme e, soprattutto, come ha ben detto la rappresentante del Comitato Lip di Napoli, Patrizia Perrone, liberarsi dalla prigionia dell’avverbio “ormai”! [torna su]

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Report dalle città: l’inizio della raccolta firme

Da Torino
di Natale Alfonso

Incontri, tanta preparazione, l’attesa dei moduli da far vidimare e timbrare in tribunale, la scelta di chi coordina (e come) il composito (e quanto vario!) insieme di associazioni e dei modi più efficaci di comunicare verso l’esterno, i permessi di occupazione del suolo pubblico, la ricerca dei certificatori delle firme e dei volontari che staranno ai banchetti e… finalmente si parte: in decine di luoghi diversi, con un calendario fitto di date.

Alcuni luoghi simbolici: iniziamo dalla Cavallerizza (monumentale complesso edilizio occupato, patrimonio pubblico che da anni si cerca di sottrarre alla speculazione), sono giorni di assemblea e riusciamo a raccogliere quasi oltre 200 firme; proseguiamo, il giorno dopo, nella centralissima piazza Castello. Si cerca di catturare l’attenzione dei passanti e si compete con lo shopping, i giocolieri, gli ambulanti, le molte attrazioni di una città forzata a diventar turistica. Ma spesso vinciamo noi: un centinaio di firme raccolte in poche ore. Il giorno dopo si va al mercato di corso Racconigi, quartiere S.Paolo, zona popolare: alcuni tirano dritto, altri firmano e intanto chiedono perché non ci occupiamo delle pensioni o della sanità.

C’è voglia di parlare e trovare risposte ai troppi problemi che costellano questi anni di austerità e diseguaglianza. E’ solo l’inizio ma la partenza è avvenuta col piede giusto.

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Da Monza
di Marta Gatti

L’avventura è iniziata!
Al banchetto di apertura della campagna a Monza (città che non ha mai dimostrato molta sensibilità in altre iniziative) la gente si fermava, chiedeva, ascoltava le nostre informazioni e, persino, mentre alle 18 stavamo smontando il gazebo, avevamo gente che si fermava ancora a firmare.

Erano anni che non parlavamo così tanto di scuola con la gente “comune”. In 3 banchetti abbiamo raccolto più di 250 firme.

Si sono già attivati i banchetti a Vimercate, Brugherio, Muggió, Nova milanese,, Limbiate, Aicurzio, Carnate, Bernareggio, Arcore. E altri partiranno a breve…

Un buon inizio. Diamoci dentro, ce la possiamo fare! Dobbiamo farcela!

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Da Milano
di Giansandro Barzaghi

A Milano si è costituito il Comitato Milanese per i Referendum Sociali a partire da quello sulla Scuola, comprensivo di tutte le organizzazioni che hanno dato vita al Comitato Nazionale.

Quindi con tutte le organizzazioni sindacali, le associazioni e le forze politiche, con l’aggiunta dell’Usb milanese. Questa caratterizzazione unitaria è un elemento di primaria importanza che dovrà tradursi in banchetti unitari del Comitato Milanese (non solo di banchetti delle singole organizzazioni).

La campagna è partita con il primo banchetto sabato scorso al Parco Trotter in occasione della Festa delle Trotteriadi con una bella presenza di mamme e bambini. Adesso stiamo programmando una serie di banchetti davanti alle scuole, ma anche in posti di grande passaggio o all’interno di eventi particolarmente significativi come il 25 Aprile ed il 1* Maggio.

La sede del Comitato Milanese è ospitata nella sede dell’Flc-Cgil che ringraziamo per la disponibilità e per l’organizzazione che fornisce e ad esso fa riferimento tutta la Provincia milanese.

Nella scorsa settimana abbiamo completato le operazioni di vidimazione dei moduli/scuola, in questa settimana completeremo quelli per i 2 Referendum sociali: trivelle ed inceneritori. Sono già state inviati i moduli ai Comuni in modo che anche lì si possa firmare.

Chiediamo e tutte/i uno sforzo ulteriore per moltiplicare i banchetti e le presenze quotidiane per rafforzare il lavoro centrale del Comitato che è presente al 2* piano nella sede dell’Flc-Cgil presso la Camera del Lavoro di Milano in Corso di Porta Vittoria.

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Da Lodi
di Paolo Latella

L’Unicobas Scuola e la Flc-Cgil hanno distribuito i moduli presso i comuni lodigiani. Abbiamo chiesto ai sindaci di pubblicizzare la raccolta firme. Il M5S a Lodi si è reso disponibili a raccoglierle nei propri banchetti. Ho sensibilizzato l’opinione pubblica con un comunicato stampa pubblicato sul quotidiano Il Cittadino.it (Lodi e sud Milano).

Nel comune di Sedriano (Milano) (11825 abitanti) ho portato i moduli al sindaco (M5S) che si è impegnato a divulgare l’importante attività referendaria. Maggio sarà comunque il mese dei banchetti a Lodi in Piazza della Vittoria, Piazza Castello e nelle vie delle scuole.

Mi auguro che i cittadini lodigiani capiscono l’importanza dei referendum sociali e che finalmente la primavera di democrazia abbia inizio!

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Da Parma
di Giordano Mancastroppa

Referendum, si esce dalle classi, ci si confronta con il mondo….
Anche a Parma abbiamo avviato la campagna di raccolta firme per i referendum sociali e per l’Italicum.
I banchetti sono unitari, e proviamo a raccogliere le firme per ciascuno dei referendum.
Il bello di questa operazione è lo scambio molto ricco che sta avvenendo da un mese a questa parte tra persone di provenienza molto diversa, di estrazione politica molto diversa, che si ritrovano per progettare i banchetti, per realizzarli, per mettere in piedi iniziative collaterali…
La reazione del mondo della scuola è ancora tiepida: poche le insegnanti che si sono coinvolte nei banchetti, che girano il passaparola per far venire i colleghi o i genitori ai banchetti…
C’è molta rassegnazione, dura da scalfire…
Stando ai banchetti fa piacere ricevere, ogni tanto, alcune persone motivate, consapevoli, che arrivano con il fermo proposito di contribuire a qualcosa di comune, di inaccettabile…
Con loro è facile…
Più difficile è con chi non capisce, con chi vede il tutto come molto tecnico e rivolto esclusivamente alla tutela di privilegi di insegnanti…
I numeri della raccolta sono ancora bassi (4-500 firme su un obiettivo di 5000), ma non possiamo mollare… rincuora pensare a (e leggere di) tante altre persone che in tutt’Italia hanno deciso di non cedere…

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Da Bologna
di Bruno Moretto

A Bologna abbiamo iniziato la raccolta firme sui referendum sociali in luoghi pubblici a contatto con persone qualunque e quindi non fra i militanti. Abbiamo raccolto oltre che sui nostri quesiti anche sull’Italicum e in parte sui quesiti lavoro CGIL. Abbiamo distribuito i volantini nazionali su tutti i quesiti e quelli specifici sulla scuola.

Abbiamo raccolto in una settimana più di 1.000 firme! La prima valutazione comune di chi è stato ai banchetti è che all’inizio nessuno sapesse nulla ma che già al secondo giorno ci sono state persone che ci stavano cercando e che la notizia si stia diffondendo. La seconda valutazione è che viene apprezzato lo spirito unitario della raccolta fra diversi soggetti associativi.

Dobbiamo quindi convincerci che il nostro ruolo unitario sia fondamentale per la campagna e essere fiduciosi che, nonostante le “geometrie super variabili”, si possa ottenere un grande risultato.

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Da Ferrara
di Mauro Presini

Anche a Ferrara, come nel resto d’Italia, sabato 9 aprile è iniziata la campagna per la raccolta di firme sui referendum sociali. Abbiamo fatto banchetti sia sabato che domenica, alla mattina e al pomeriggio. Ogni singolo minuto del fine settimana è stato caratterizzato da una presenza straordinaria di persone, da una fila ininterrotta: educata, paziente e ben determinata a far sentire la propria voce in disaccordo con le scelte del governo Renzi. Si sono visti e sentiti un desiderio immenso di partecipazione ed una forte domanda di democrazia.

La maggior parte delle persone ha firmato tutti i quesiti e la petizione; una buona parte invece è arrivata per firmare i quesiti sulla scuola (poi c’è stato l’impegno a tornare, prendendosi il tempo di documentarsi). La raccolta ha toccato quota 300 firme, più altre 350 nella provincia per il quesito sulla scuola pubblica. Dopo il primo fine settimana siamo vicini al 10% del nostro obiettivo e per la parte scolastica ben al di sopra delle più rosee previsioni.

Se il buongiorno si vede dal mattino, ci sono molti elementi per poter sperare che tutta questa “energia pulita e rinnovabile” faccia sorgere il sole per una giornata finalmente bellissima.

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Da Roma
di Marina Boscaino

Vogliamo che monti, come una epidemia di democrazia. Vogliamo ritrovare l’entusiasmo, lo spirito, il desiderio per chiedere a ciascuno di noi – di voi – di riappropriarci(si) della propria cittadinanza, della propria legittima sovranità. Lo abbiamo fatto tutti insieme, sindacati, associazioni, coordinamenti, seppellendo antichi dissapori, incomprensioni, vecchie ruggini; cercando sempre la mediazione e mai la rottura; includendo. Per dare gambe e ali a questo progetto.
Sarà difficile, sarà dura: loro, i sudditi – del mercato, del Pensiero Unico, del regime, dei propri privatissimi interessi, di totem linguistici (modernità, innovazione, tecnologia, Europa) – sono forti: hanno giornali, Tv, spazi e luoghi “che contano”, guru mediatici che ne amplificano e abbelliscono il pensiero triste, squallido.

E mentre aspetto di sapere fino a che punto la mente degli italiani è anestetizzata nella volontà di non disturbare “il grande manovratore” nella sua corsa solitaria (mi riferisco ai risultati del referendum NoTriv) nella consapevolezza che l’esito indicherà la maggiore o minore difficoltà che incontreremo per buttar giù il muro di gomma dell’indifferenza, della rassegnazione, della speranza mal riposta, dell’interesse privato, mi riscorrono nella mente e negli occhi le immagini di questi giorni, dei luoghi di questa città – due in particolare – che oggi per me significano “inizio”.

Il Circo Massimo, la scorsa settimana, e l’abbondante messe di firme scaturita dalla raccolta in occasione della conclusione della Maratona di Roma, anche se alcuni dei partecipanti si rammaricavano che l’abbigliamento sportivo avesse suggerito loro di non portare con sé un documento di identità. Porta Portese, oggi: il mercatino della domenica a Roma, dove puoi incontrare davvero chiunque, dal pizzardone che gioca a fare il burbero, ma che in fondo è tollerante. Al cittadino modello, informatissimo, che è soltanto in cerca dei banchetti e si presenta con la patente – e a volte anche la penna, rigorosamente nera – in mano; alla persona anziana e al giovane sprovveduto, che entrambi pensano che siamo una sorta di seggio all’aperto e ci consegnano la tessera elettorale. Sole, sole, sole: primavera di democrazia.

Nell’uno e nell’altro luogo, però, prevalgono il desiderio di riappropriarsi della propria cittadinanza, di decidere: sono rarissimi i passanti che – una volta ricevute le opportune spiegazioni sul tema dei quesiti – non scelgano di firmare.
Un impegno gioioso e serrato, nei banchetti dove sono stata come negli altri, distribuiti per la nostra grande città: talmente tanto, pensate, che non abbiamo nemmeno trovato il tempo di farci un selfie. Che cosa ne penserebbe il premier?

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Da Bari
di Eliseo Tambone

All’appuntamento fissato per il 9 e 10 aprile dal comitato promotore nazionale della campagna pro referendum contro parti della cosiddetta “Buona Scuola”, la Puglia è stata puntuale.

Si comincia sabato 9 aprile, sotto la pioggia, con la prima raccolta firme a Bari, per continuare domenica 10 ancora a Bari, Corato, Terlizzi, Molfetta e via via, nei giorni seguenti, con banchetti in molti altri comuni.

La campagna, tesa a restituire la voce alla cittadinanza e a ristabilire i principi della Scuola secondo il paradigma costituzionale, era attesa con ansia da docenti, studenti e molte famiglie. E’ partita infatti nel migliore dei modi, con code ai banchetti e con oltre 800 firme nel solo capoluogo pugliese, alle quali si sono aggiunte altre 500 della provincia, per un totale di 1300 firme. E siamo solo all’inizio. Intanto stanno sorgendo, coordinati a livello regionale, comitati cittadini in ogni paese. L’obiettivo, ormai quasi raggiunto, è quello di organizzare un comitato in ciascun paese.

Inoltre, nella serata di domenica, in occasione del maxiconcerto organizzato per sostenere le ragioni del “SI” al referendum contro le trivelle del 17 Aprile, anche il Presidente della Regione Puglia, Michele Emiliano, ha risposto all’appello della Scuola Pubblica Italiana, sottoscrivendo i quattro quesiti referendari.

La Puglia, Regione promotrice di un ricorso alla legge 107 la scorsa estate, che ha individuato ben 13 punti di conflitto tra le competenze governative e quelle regionali, ha quindi risposto con entusiasmo e partecipazione all’avvio della campagna, che, avviata nel migliore dei modi, proseguirà per tutti i 90 giorni previsti con banchetti organizzati nei week end nei comuni.

Le informazioni dettagliate e i contatti per sostenere la scuola di tutti, pubblica, laica, pluralista, democratica, sono disponibili alla pagina Facebook «Coordinamento Regionale Referendum Scuola –Puglia».

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Da Reggio Calabria
di Fabio Cuzzola

Partenza col botto in Calabria per la raccolta di firme finalizzata per indire un referendum che cancelli quattro punti della legge 107, meglio conosciuta come riforma de La Buona Scuola.

In tutti i capoluoghi di provincia e in molti comuni, anche periferici, della regione, infatti, sono state raccolte numerose adesioni alla proposta sottoscritta da numerose associazioni, prime fra tutte il comitato Lip per la scuola pubblica.

Oltre mille firme a Catanzaro, ottocento a Cosenza, cinquecento a Cinquefrondi, piccolo centro della piana di Gioia Tauro, ma è a Reggio Calabria che si registra il dato a sensazione, dove complice una giornata di sole meravigliosa, ben mille e trecento cittadini hanno sottoscritto i moduli che chiedono di portare avanti il referendum.

In prima linea ai banchetti comitati spontanei di docenti, come quelli nati in rete, per tutti ricordiamo i Partigiani della Scuola Pubblica e la lista twitter #WaterlooScuola che già si erano contraddistinti nello scorso anno scolastico per le lotte condotte contro le politiche volute dal governo Renzi in materia di istruzione.

Il cammino è lungo per arrivare a quota cinquecentomila, ma l’inizio è davvero incoraggiante!

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Da Palermo
di Carmelo Lucchesi

Anche in Sicilia, lo scorso 9 aprile è partita la raccolta firme per i Referendum sociali contro la legge 107 e la cattiva scuola di Renzi, contro gli inceneritori e le trivelle, per i Beni comuni.

In varie città siciliane (Palermo, Catania, Siracusa, Caltanissetta, Licata…) si sono formati comitati referendari che vedono la partecipazione dei sindacati scuola che aderiscono alla campagna referendaria nazionale, di partiti politici, di associazioni ambientaliste (in particolare quelle impegnate nella difesa del territorio dalle devastazioni provocate da inceneritori e trivelle, che in Sicilia sono molto diffusi) e di difesa dei beni comuni.

Numerosi i banchetti organizzati fino ad ora e le firme raccolte, il che ci fan ben sperare nel raggiungimento dell’obiettivo finale. Molte le persone che conoscono la campagna e che cercano i nostri banchetti per firmare, mentre chi non conosce la campagna non fatica a sottoscrivere le richieste di referendum, dopo avere letto i nostri volantini o aver ascoltato le nostre spiegazioni.

Continuiamo così fino al termine della campagna previsto per i primi di luglio. [torna su]

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RISORSE IN RETE

Legge 13 luglio 2015, n. 107 qui.

La LIP – Legge di iniziativa popolare per una buona scuola per la Repubblica

Questo è il sito della LIP e questo è il profilo facebook Adotta la LIP.

Qui si può leggere il pdf della tabella comparativa, tra la “Buona Scuola” di Renzi e la “Legge di iniziativa popolare per una buona scuola per la Repubblica“.

Le puntate precedenti di vivalascuola qui.

Da Gelmini a Giannini

Bilancio degli anni scolastici 2008-2009, 2009-2010, 2010-2011, 2011-2012, 2012-2013, 2013-2014, 2014-2015.

Cosa fanno gli insegnanti

Vedi i siti di ReteScuole, Cgil, Cobas, Unicobas, Anief, Gilda, Usb, Lavoratori Autoconvocati della Scuola Roma, Cub, Coordinamento Nazionale per la scuola della Costituzione, Comitato Scuola Pubblica.

Finestre sulla scuola e sull’educazione

ScuolaOggi, Educazione&Scuola, Aetnanet. Fuoriregistro, PavoneRisorse, Education 2.0, Aetnascuola, école, Movimento di Cooperazione Educativa (MCE), Foruminsegnanti, Like@Rolling Stone, Associazione Nonunodimeno, Gessetti Rotti, Quando suona la campanella, Gli Asini

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(Vivalascuola è curata da Nives Camisa, Giorgio Morale, Roberto Plevano, Alberto Sabbadini)

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