Kent Haruf, cento modi di dire ‘benedizione’

Northern Prairie grass

L’ho già detto altrove: la prosa di Kent Haruf, essenziale e indispensabile, costruisce personaggi a cui bastano pochi gesti, poche parole per non abbandonarci più. Succede ogni volta che si prende in mano un libro di questo autore americano, fino a poco tempo fa sconosciuto in Italia, e ora approdato sui nostri scaffali grazie all’editore NN che di lui sta pubblicando La trilogia della pianura (Benedizione ne è il primo quadro, Canto della pianura il secondo, e il terzo, in uscita a maggio, sempre affidato alla traduzione di Fabio Cremonesi, è Crepuscolo).  Non è necessario leggere i tre libri in questa sequenza poiché non sono l’asse temporale o lo sviluppo di un personaggio a segnare l’accordo del trittico. È piuttosto un discorso generale sulla vita ciò che conferisce unità ai testi, la vita della contea di Holt (immaginario paese del Colorado), una vita sobria ma necessaria come l’aria che respiriamo.

L’esergo di Benedizione (pp. 277, euro 17) recita così: “Benedizione: atto con cui si consacra, invocazione di beatitudine”. Perché il nucleo centrale del romanzo ruota attorno alla figura di Dad Lewis, che da qualche parte nel corpo ha un male incurabile, e al quale, perciò, non resta più molto da vivere. Kent Haruf racconta la vita che finisce, che si piega, che si chiude, e lo fa con quella nuda dignità che chiunque abbia letto il libro non può dimenticare facilmente.

Chiedete in giro, se non ci credete: Kent Haruf ci commuove senza effetti speciali, col candore di una prosa asciutta, di un catalogo di gesti senza strilli e artefatte ritenzioni psicologiche. Per comprendere la profondità dei suoi personaggi ci basta uno sguardo, come è sufficiente allo stesso Dad per capire che non c’è più niente da fare: “Appena gli esiti dell’esame furono pronti, l’infermiere li chiamò nell’ambulatorio, e quando il medico entrò nella stanza diede loro un’occhiata e li invitò a sedersi. Capirono come stavano le cose guardandolo in faccia”.

Questo è l’incipit del romanzo: di qui una serie di brevi capitoli, poche pagine focalizzate a volte su Dad, a volte su sua moglie Mary, sulla figlia Lorraine (che ha alle spalle una silenziosa storia tragica), sul figlio Frank (una relazione difficile, quella tra lui e Dad, da quando il ragazzo, neppure adolescente, fu sorpreso dal padre in un’imbarazzante situazione erotica con il vicino di casa) e su altri abitanti della cittadina di Holt. Tutti concorrono a rendere l’atmosfera autentica e importante, come importante deve essere l’esistenza di ognuno di noi. C’è allora Berta May, la vedova che si è presa in casa la piccola Alice, sua nipote, perché ha perduto i genitori; ci sono, nella loro sperduta casa nelle campagne a est di Holt, Willa e Alene Johnson, madre e figlia, ancora una vedova la prima, mentre la seconda è una donna rimasta sola per via di una biforcazione sbagliata sulla strada del destino;  ci sono Bob e Rudy, i commessi del negozio di ferramenta di Dad; e c’è infine il reverendo Lyle con la famiglia: il quasi cinquantenne Rob Lyle, uomo affascinante, bello, affilato, capelli scuri, ha un matrimonio in crisi e un figlio, John, che, strappato dalla nativa Denver, finisce nel vortice di una turbolenta storia di affetti (solo suoi) e di sesso con Genevieve Larsen, “una ragazza che frequentava la chiesa, alta e magra, strana, vestita di nero, con un rossetto di un colore vivace e la pelle molto pallida”.

Tutti hanno a che fare con le piccole impazienze con cui la sorte ci tempra, con i pochi successi della vita – guadagnati a suon di fatiche –, con i molti progetti lasciati a metà, senza drammi o patetismi.  Regna tra le pagine un controllato senso della giustizia – la cui giustezza non è a volte ripagata dalla felicità, anzi –, una giustizia che è prima di tutto amore per la misura e passione per le cose fatte con buon senso; anche quando il buon senso è sofferenza; ad Alene che si accorge di aver perduto l’occasione della vita, l’uomo che l’avrebbe potuta sposare, la madre Willa dice: “Andrà meglio. Tutto migliora”. “Come?” domanda la figlia. E la risposta  è una lezione di vita che da sola varrebbe, tant’è semplice e disarmante, un libro intero: “Dopo un po’ dimentichi. Inizi a fare caso ai tuoi acciacchi e ai tuoi mali. Pensi a una protesi all’anca. La vista si indebolisce. Inizi a pensare alla morte. La vita si fa più limitata. Smetti di preoccuparti del mese che viene. Speri di non tirare avanti troppo”.

E se quel senso della giustizia (che è sempre e comunque un buon senso) si ritorce contro chi ti sta vicino, contro chi, con la tua giustizia, volevi educare? Succede anche questo in Benedizione, e succede che le conseguenze siano tragiche. Lo vedrà il lettore, come vedrà quanta schiva verità aleggi nelle pagine di un romanzo in cui tutti, anche chi scoppia di salute come la piccola Alice, si avvicinano con storidta naturalezza, con diverse sensibilità e con alterne coscienze, all’idea della morte: parlandone, osservando ciò che ci circonda e che è lo spettacolo della vita, toccando le persone che ci vogliono bene.

Dove sta la ‘benedizione’? Come si manifesta? Nell’atto di consacrare e nell’invocazione di beatitudine, come recita l’esergo. Sono le due facce di una stessa medaglia: perché non sempre c’è distinzione tra chi consacra e chi invoca la beatitudine, non sempre è separato colui che somministra da colui che riceve. Neppure è così per il reverendo Lyle, il suo “antico gesto della benedizione” non è a senso unico, anche egli ne ha bisogno, perché è un uomo difficile, perché le sue parole non vengono accettate dalla comunità, perché quella che invoca è una materia etica scomoda, perché non tutte le tranquille anime della contea di Holt sono disposte a porgere l’altra guancia. E allora è commovente, quasi tenero osservare i personaggi di questo splendido mondo sovrapporre i propri gesti di consacrazione a quelli di invocazione, in una osmosi di ruoli, in una contabilità di affetti in positivo e in negativo che è propria di ogni esistenza. Nessuno è in grado di soddisfarsi nel dare, nessuno nel ricevere; e sono davvero tanti, a volte impercettibili, gli atti e le parole di benedizione disseminati nell’orizzonte infinito degli altipiani attorno a Holt; ne dico solo alcuni: Lorraine, per esempio, che “sporse una mano nella pioggia e si picchiettò la faccia, poi mise le mani a coppa per raccogliere l’acqua che cadeva dalla grondaia e le appoggiò sul volto di Dad”, consacra il padre e invoca la beatitudine sul proprio volto di figlia (e di madre) addolorata. Così fa l’anziana Willa, quando si bagna nella cisterna  delle mucche: “Misericordia! Si buttò dell’acqua sul viso e sul petto. Signore! Sono vecchia e non sono mai stata nuda all’aria aperta in vita mia. Guardatemi”. La benedizione è a volte dolce, a volte disperata; a tratti ha la grazia dell’acqua (la pioggia sui campi), a tratti ha la vischiosità del sangue (John fa l’atto di consacrare l’amore – non ricambiato – per Genevieve versando il proprio ‘in combattimento’). Spesso la benedizione è la possibilità di dare un ultimo sguardo al paesaggio che ci ha accompagnato per tutta la vita, spesso è una parola, è la sottolineatura di una cosa che già si sa ma che va ridetta per conferirle il sapore sacro del bene-dire: Dad, morente, parla alla propria moglie, alla propria figlia, ai commessi del negozio e dice loro delle cose molto semplici perché l’unica cosa che conta “è farvi sapere quello che penso quando sono sdraiato qui”; e ciò che pensa è di una semplicità disarmante (“Mi sono fidato di voi. Ho creduto in voi”). Il romanzo è colmo di formule di gratitudine per la vita (“Siamo grate per questo giorno d’estate. Siamo grate per questo splendido cibo”), nonostante le esistenze dei personaggi siano davvero imperfette e tragiche.

La benedizione è un dono inaspettato, minuscolo, a volte è la possibilità di dire bene qualcosa sul conto di qualcun altro, a volte è dire bene come dovrebbero andare le cose (lo fa il reverendo attirandosi le ire di molti), è dire come dovrebbero andare le cose bene. Benedizione è pronunciare le parole che non si sono mai dette perché ci parevano ovvie. Benedizione è fare un gesto affettuoso per l’ultima volta, è capire quanto ogni singolo atto della vita sia indispensabile, è comprendere che il senso dell’esistenza ci sfugge perché troppo sovente siamo distratti; così avviene che Dad, ormai agli sgoccioli, voglia sfiorare la faccia di Alice, non perché quella bambina gli sia particolarmente cara, ma perché attraverso quel gesto l’uomo riaggancia i propri atti mancati: Lorraine chiede a suo padre che cosa stesse pensando mentre le toccava il volto:

Volevo solo toccare ancora una volta il viso morbido di una bambina.

Quando ero piccola, toccavi in quel modo anche il mio?

Lui la fissò a lungo. Non penso.

Perché no?

Avevo troppo da fare. Non ero attento.

No, disse lei. Non lo eri. Si portò alla guancia la mano di lui.

Perdonami, sussurrò. Ho sbagliato un sacco di cose.

6 pensieri su “Kent Haruf, cento modi di dire ‘benedizione’

  1. Recensione perfetta, come sempre del resto!
    Le pagine del libro sono davvero intense e “Kent Haruf ci commuove senza effetti speciali, col candore di una prosa asciutta, di un catalogo di gesti senza strilli e artefatte ritenzioni psicologiche”. Proprio così!
    In attesa di “Crepuscolo” , un forte abbraccio!

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