I NOMI CHE DIAMO ALLE COSE di Beatrice Masini

di Massimo Maugeri

Beatrice Masini è un’artista poliedrica della parola scritta: svolge il ruolo di editor, fa la traduttrice (ha tradotto, tra gli altri, i romanzi della saga di Harry Potter), è scrittrice per bambini, ragazzi e adulti (tradotta, a sua volta, in una ventina di Paesi). Nell’ambito della narrativa per adulti da qualche settimana è giunto in libreria “I nomi che diamo alle cose” (Bompiani, € 17, p. 224): romanzo coinvolgente e caratterizzato da una scrittura raffinata e mai banale. Sono tanti i temi affrontati nel libro: la ricerca del proprio posto nel mondo, la possibilità di dare spazio alle aspirazioni personali facendole confluire in ambito lavorativo, la difficoltà a instaurare rapporti sentimentali equilibrati, il rapporto tra adulti e bambini.
Chiedo all’autrice di spiegarci il significato del titolo di questa nuova opera: «Nominare le cose, dare loro una definizione, è uno dei primi atti che fanno i bambini quando cominciano a parlare», dice la Masini. «Ogni volta che imparano una parola nuova, la associano a un oggetto e la collocano all’interno del loro mondo. Compiuto questo primo processo, che forma il nostro vocabolario di base, il lessico di ciascuno di noi continua ad arricchirsi. Si forma una sorta di vocabolario personale. E i nomi che diamo alle cose non sono uguali per tutti. Dare i nomi alle cose significa, dunque, continuare a fare questo sforzo di appropriazione di definizioni che comincia già nell’infanzia e che poi continua nel corso dell’esistenza. Spesso mentiamo a noi stessi, più o meno consapevolmente, quando chiamiamo le cose in un certo modo».
Proviamo a riflettere sulla parola “amore” e sulla parola “bontà”. Cominciamo dalla prima. Per Anna, la protagonista del romanzo, “amore” è una parola che assume una valenza molto particolare: richiama “sofferenza”, “inquietudine”. Non può essere diversamente, dato che la sua vita sentimentale è stata particolarmente problematica. D’altra parte, quando si giunge sulla soglia dei quarant’anni, non è più sufficiente vivere nell’attesa dell’incontro giusto. Nella vita di Anna, però, c’è altro. C’è – per esempio – la scrittura e la possibilità di svolgere il proprio lavoro di editor. È questo che le piace fare: dare spazio a un’attitudine che si basa sull’ascolto della vita degli altri. In fondo anche questo è “amore”.
Proprio nell’ambito dello svolgimento di tale attività, Anna ha conosciuto e frequentato Iride Bandini: una delle più affermate scrittrici per bambini. La celebre autrice ha scelto di avvalersi delle competenze di Anna per scrivere la propria autobiografia. Adesso, però, Iride è morta; e qualcosa di inatteso, conseguente a questa dipartita, sorprende Anna e – in un certo senso – la induce a cambiare vita. La Bandini, infatti, ha deciso di nominarla erede della portineria della propria immensa proprietà. Anna non sa spiegarsi la ragione di questo strano lascito. Anche perché la scrittrice ha un figlio, Gregorio, che ha ereditato tutto il resto; il quale, peraltro, non nasconde il suo disappunto per la scelta della madre. Perché ha lasciato questa piccola porzione di eredità in mani estranee? È anche vero che il rapporto spinoso e difficile che la famosa scrittrice ha avuto con il figlio è notorio. E fornisce indizi sulla figura – per certi versi paradossale – di questa donna, che è scostante, tutt’altro che sorridente e per nulla materna. Insomma, tutto l’opposto di come si potrebbe immaginare un’autrice per bambini.
Anna accetta senza esitazioni il trasferimento in quel luogo, che equivale al passaggio dalla città alle campagne che si stendono lungo le colline che si affacciano sul lago di Garda. E a mano a mano che approfondisce la conoscenza di coloro che si muovono dentro e intorno alla proprietà (il capomastro Tiziano; Umile, l’anziana segretaria della Bandini; lo “sceicco” e altri personaggi), la storia di dipana, con rimandi al passato, aprendo scenari nuovi e inaspettati, con una raccolta di fiabe inedite ritrovata in una scatola di latta.
Accennavo a una riflessione sulla parola “bontà”. Il romanzo comincia con questa frase: «Se tutte le persone intelligenti fossero anche buone, il mondo sarebbe un posto migliore». La riflessione che segue è di Iride Bandini (la leggiamo nella parte finale della storia): «La bontà non si impara, però si può osservarla, ascoltarla, riconoscerla, e provare il dispiacere di non possederla. Se cominceremo a non considerarla un difetto sarà pur sempre un passo avanti».

[articolo pubblicato sul quotidiano “La Sicilia”]

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Massimo Maugeri cura Letteratitudine (blog, news, radio)

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