Jazz Day, libri e cultura

Michelone dialoga con Perfumo
Dialogo fra Guido Michelone ed Elisabetta Perfumo

Professor Michelone cos’è il Jazz Day di cui si parla tanto in questi giorni?

La ‘giornata del jazz’ o ‘JAZZ DAY’ è una ricorrenza istituita dall’UNESCO dal 2012, da celebrare ogni 30 aprile con eventi di vario tipo, dal concerto al recital, dalla mostra alla conferenza, dal dibattito alla proiezione di un film, dalla presentazione di un libro a una serie di manifestazioni eterogenee, che si possono svolgere tra il 20 aprile e il 5 maggio ma anche oltre.

Come esiste dunque una ‘giornata mondiale della poesia’ (il 21 marzo), così ne abbiamo una anche sul jazz: ma è proprio necessaria in un mondo in cui ogni giorno si celebra o si festeggia qualcuno o qualcosa?

Direi di sì, anzi lo affermo con decisione, nel senso che il jazz – che dall’UNESCO è stato dichiarato patrimonio dell’Umanità, al pari di tanti monumenti, chiese, palazzi, castelli, paesaggi, siti archeologici da difendere e preservare – è un’arte che merita non solo rispetto, ma anche maggior e miglior conoscenza in tutto il mondo.

In tal senso che indicazioni dà l’UNESCO per meglio festeggiare la “giornata del jazz”?

Sono, giustamente, solo consigli, nessuna imposizione: per esempio, invitare il jazzista famoso come quello sconociuto, purché entrambi lavorino sulla qualità. E lo stesso dicasi per ogni altra iniziativa, che abbia al centro e quale denominatore comune il jazz, con la propria storia. Io personalmente ho comunque idee ben precise in merito.

Ha voglia di esporle?

Certamente. Penso che quando si organizza una serie di eventi sul jazz, non si debba puntare tutto sulla musica intesa come esibizione dal vivo, ma riservare qualche spazio anche ai discorsi che si fanno attorno al jazz e alla musica, dove con discorsi intendo una serie di incroci con altri linguaggi e nuovi mezzi di comunicazione sociale.

Andando più nel dettaglio?

Ad esempio se si festeggia il Jazz Day UNESCO in un giorno solo, si può iniziare, al mattino, inaugurando una mostra di foto o di quadri o di copertine di dischi sul jazz, in un museo o in un’istituzione pubblica. Proseguire con un aperitivo letterario o musicale in un bar capiente, presentando un libro (sempre in due, mai lasciare l’autore da solo) oppure un duo in un mini recital. Poi ci più essere un dibattito (o il libro, se non si fa la mattina) nel pomeriggio, in un luogo gradevole e frequentato. Quindi il clou della giornata dev’essere senza dubbio il concerto serale con un nome importante (non necessariamente divistico), magari con un progetto in esclusiva (basta far incontrare due jazzmen che non hanno mai suonato insieme); forse si può inserire un gruppo da supporter o da spalla, ma forse è meglio un after hours, anche in una birreria o in una discoteca con un dj-set, purché di vero jazz, almeno una volta, anche perché molto jazz si può benissimo ballare. Se poi alcuni negozi allestissero vetrine in tema, sarebbe il fiore all’occhiello, assieme a una buona pubblicità e al coinvolgimento dei media locali.

E questo programma potrebbe anche valere per un festival spalmato su più giorni?

Sì, a maggior ragione. Ma, in tal senso, già i buoni esempi non mancano: oggi grandi eventi come Umbria Jazz e il Torino Jazz Festival offrono non solo concerti in luoghi diversi per pubblici differenziati nel gusto e nella cultura, ma anche mostre, conferenze, dibattiti, proiezioni di film, incontri con gli autori di libri sul jazz. Al contrario ci sono festival che sono soltanto un arido elenco di musicisti in concerto (talvolta scelti mediante criteri discutibili), mentre un festival dovrebbe offrire molto di più.

Ma questa chiusura o mancanza di offerta è demerito solo degli organizzatori?

È colpa, purtroppo, di una mentalità del fare assai diffusa anche tra i musicisti – e gli artisti in genere. Ma, per restare sul jazz, anche molto pubblico presuntuosamente ritiene che suonare jazz (o solo ascoltarlo) sia sufficiente per capirlo o apprezzarlo a fondo. Ma si tratta di un atteggiamento irrazionale e superficiale: non basta ‘fare’, occorre pensare, riflettere, studiare, confrontare, e perciò c’è bisogno di libri, riviste, conferenze, discorsi, incontri, per spiegarsi e intendersi.

È tutto chiarissimo. Ma per il Jazz Day o altri eventi bisogna seguire scuole o poetiche o linee di tendenza sul piano del linguaggio musicale?

Il jazz da sempre è musica di fusioni, contaminazioni, aggregazioni, ragion per cui non esiste un solo tipo di jazz, ma convivono fra loro tante espressioni, persino divergenti. Dunque va benissimo che al Jazz Day o in un festival si esibiscano in contemporanea o in parallelo gruppi e solisti hard bop, di blues, di dixieland, di bossa nova, di swing o di free. L’importante è offrire percorsi razionali e non obbedire a logiche puramente commerciali: mi sta bene che venga invitata anche una rock star in un evento jazz, purché si relazioni in qualche modo al jazz medesimo, come ha fatto ad esempio Sting, cantando con la Gil Evans Orchestra a Umbria Jazz circa trent’anni fa. Non va bene invece che, di recente, quello stesso festival abbia invitato i Rem ed Elton John solo per attirare pubblico, senza nemmeno chiedere (soprattutto a quest’ultimo) di eseguire almeno un paio di jazz standard.

Chiarissimo. Non a caso lei, che è direttore artistico del Jazz Week UNESCO per la Società del Quartetto, a Vercelli, non si sta muovendo in queste direzioni.

Proprio così. Da un lato in dieci giorni abbiamo – e dico abbiamo al plurale perché la mia direzione artistica è condivisa assieme alla poetessa Francesca Tini Brunozzi – organizzato quattordici eventi, di cui solo cinque presentano musica live in forma concertistica o meno. Gli altri nove eventi sono incontri, dibattiti, convegni, proprio per capire che il jazz non va solo emotivamente vissuto. Dall’altro lato sulle scelte musicali, abbiamo anche approfittato della coincidenza con il 25 aprile per chiamare il Gaetano Liguori Idea Trio, notoriamente impegnato in un jazz politico, in cui vengono pure elaborate canzoni partigiane.

Mentre il clou concertistico riguarda due personaggi molto diversi fra loro come Pieranunzi e Carlot-ta, giusto?
Sì, il grande pianista romano Enrico Pieranunzi e la giovane cantautrice piemontese Carlotta Sillano, per i motivi che ho appena enunciato: Pieranunzi fa jazz-jazz, benché si rapporti alla sua anima europea, reinterpretando ad esempio Domenico Scarlatti o Kurt Weill. Carlotta-ta è in tutto e per tutto una folksinger all’americana, ma per l’occasione le abbiamo chiesto di interagire con la jazz-poetry e di interpretare alcuni standard ovvero note canzoni jazz.

Visto che siamo su La poesia e lo spirito, ci vuole raccontare di questo aspetto poetico del Jazz Day?

La Società del Quartetto ha prodotto lo spettacolo Fa rima con jazz, dove, accanto al reading di due poeti (Gianni Marchetti e Francesca Tini Brunozzi) che hanno scritto poesie sul jazz, canterà Carlot-ta accompagnata da Christopher Ghidoni alle tastiere. Ma non so e non posso dire altro, perché lo,spettacolo debutterà fra qualche giorno.

Ci sono elementi o fili conduttori per il vostro Jazz Day Unesco?

Direi di sì, e uno in particolare: il mio libro Jazz Forever, uscito qualche mese fa per le edizioni Melville di Siena. Ma non lo dico per vantarmi o farmi pubblicità: si tratta di un manuale in cui ho citato migliaia di dischi e dove ho raccolto pareri illustri sui migliori album di jazz, che servono da guida. In fondo, l’unico modo diretto per avvicinarsi alla storia del jazz è l’ascolto di grandi long playing ormai classici. Poi, come non mi stancherò di ripetere, il jazz va anche studiato e letto sui libri.

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