Nel secolo fragile di Filippo Ravizza

nel-secolo-fragile-157540Noi siamo pasta di niente. L’ultima raccolta di Filippo Ravizza dà l’allerta dell’ultimo viaggio. Anzi, talvolta trasmette il rimpianto che il tempo sia trascorso interamente. Che il treno sia passato, lasciandoci soli sul binario. Molti di questi versi appaiono velati da una cataratta nichilista che occulta la luce sapienziale. (…) Sarà un tempo breve amico/ mio. Il tuo e il mio, sarà/ dal nulla al nulla senza saperlo,/ ignorando il vuoto che per poco/ ci ha ospitato.

Il velo opaco della sconfitta viene tuttavia squarciato dalla parola poetica. E i versi vengono irrorati da una luce bianca di grazia e salvezza. Non troviamo speranza in queste illuminazioni. Non ce n’è bisogno. Troviamo umanità. E questo basta. (…) In questa unica risorsa,/ strenua forza antica/ di tutta la tua vita,/ resta allora nella parola,/ nella sonorità della lingua,/ resta, ti prego, un momento/ ancora nella poesia, lì/ dove l’essere si acquieta.

La poesia del Secolo fragile porta la responsabilità del commiato di una civiltà. Fa bruciare la ferita che non riesce a chiudersi. Questa hybris solo in superficie riguarda il tempo e la storia, la drammatica fine del Novecento. Attiene in realtà più allo spazio. Affonda nelle radici di un luogo, l’Europa, che non è riuscita a farsi “destino comune”, ma è rimasta terreno di divisione e conflitto. Questa è la fragilità che offusca il nostro sguardo. Di fronte a questo vero e proprio fallimento, Ravizza sembra rivendicare con ostinazione una cittadinanza. Con la propria vita e la sua “venuta parola” ha cercato di imbastire almeno per se stesso una patria. C’è stata c’è stata Milano, scrive. Sì, aggiungo, c’è stata l’Europa. Anche di fronte alle macerie della moneta retrocede verso le sponde più marginali, la luce della Grecia, o i pomeriggi di Lisbona. L’Europa a Bruxelles è morta. Può solo rinascere altrove. Lisbona la finestra la pietra dove/ finisce l’Europa fiorisce una sorte/ inizia il sogno di incontrarci tutti…

Questo forte legame con i luoghi e con il tempo presente fanno della poesia di Ravizza poesia civile, in un’accezione del tutto singolare, che sposta ad Occidente il centro della nostra identità collettiva. E’ difficile non subire il fascino del rimando a Pessoa, ed infatti, anche per Ravizza la sua patria è la lingua, una lingua poetica che viene plasmata con l’uso sapiente di anafore (per me molto familiari). E se in questa poesia civile l’icona del Popolo è assente perché I popoli e le classi e il niente che non è niente – come dice il titolo di una delle quattro sezioni in cui è diviso il libro – sanguinante ma vivissima è la moltitudine delle esistenze. (…) Potente è la forza e vuole che tutto/ resti così così com’è nel disegno/ che tolse a noi la città più bella/ là dove corrono insieme le voci/ si fondono ai rumori ai passi/ sincroni delle moltitudini.

Noi siamo pasta di niente. Il peso del nichilismo grava di continuo. Non è mai domo. Incombe come una colpa ineluttabile. E’ un corpo a corpo senza destino e senza espiazione. Pure solo in questa lotta e nella consapevolezza di averla scelta e di esserne parte sta l’unica ragione di vita. Con la parola poetica a fare da cronista.  (…) Sì, dici, sì è vero, ora possiamo dirlo/ possiamo credere sì, questo è tempo/ è acuto scendere sono io sei tu siamo/ questo amore questa lotta questa forza,/ è la mia generazione è la voce dei sogni/ non dati, il colore delle speranze disperse/ è l’amore della parola, la parola, la parola/ della poesia, il suo abbraccio, la quiete.

                       Pasquale Vitagliano

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