L’urlo di Munch

Munch
di Augusto Benemeglio

“La natura è l’opposto dell’arte. Un’opera d’arte proviene direttamente dall’interiorità dell’uomo… La natura è il mezzo, non il fine. Se è necessario raggiungere qualcosa cambiando la natura, bisogna farlo… L’arte è il sangue del cuore umano”.
Sono parole di Edvard Munch, autore de L’urlo, o il grido, tempera su cartone, cm. 83,5 x 66, dipinto nel 1893, che fa parte di quelle opere che l’artista raccolse idealmente in una serie intitolata Fregio della vita, inerente ai temi della vita, dell’amore, delle passioni, della morte, destinati ad assurgere a emblemi del suo immaginario.
La scena è fortemente autobiografica, ritrae l’artista stesso (“Camminavo lungo la strada con due amici – quando il sole tramontò, i cieli diventarono improvvisamente rosso sangue e percepii un brivido di tristezza. Un dolore lancinante al petto. Mi fermai – mi appoggiai al parapetto, in preda a una stanchezza mortale. Lingue di fiamma come sangue coprivano il fiordo neroblu e la città. I miei amici continuarono a camminare – e io fui lasciato tremante di paura. E sentii un immenso urlo infinito attraversare la natura”), ma vuole rappresentare il dramma di tutta l’umanità.
Questo famosissimo quadro ( se ne vendono perfino delle versioni pop, un pupazzo di plastica gonfiabile sempre in piedi), a vederlo dal vivo, presso il museo di Oslo, fu per me, al primo impatto, una grande delusione. Mi trovai davanti a un singolare paradosso, perché davanti a me c’era solo l’immagine muta di un suono, una bocca aperta dipinta male che non urla, quasi l’ideogramma di un uomo; la testa che sembra una lampadina gialla, il corpo una virgola nera, il cielo assolutamente irreale, con quelle linee di colore serpentinato, alla Van Gogh, insomma un quadro decisamente brutto.
E allora uno si chiede perché sia così famoso, perché è reputato un tesoro nazionale della Norvegia, perché è praticamente invendibile; infatti è quotato 54 milioni di euro e, infine, perché è così artistico?
Nel 1893, quando Munch lo dipinse, l’opera era definita arte oscena, un insulto all’arte, e tuttavia nessun’altra immagine – di nessun artista, anche i più grandi come Michelangelo , Raffaello, Leonardo, Caravaggio, Van Dick , – condensa, con una potenza visiva inaudita, il senso dell’irrimediabile perdita dell’armonia tra uomo e cosmo, spingendo tale consapevolezza ad un punto di non ritorno.
In quest’opera ogni residuo di realismo viene completamente dismesso da Munch, la natura e i colori esistono in funzione della percezione interiore, ogni cosa diventa specchio dell’anima, tutto si riferisce alla perdita di equilibri: dalle linee che ondeggiano pericolosamente, sul punto di essere quasi risucchiate da un vortice, al ponte che sembra scivolare verso l’osservatore, la raffigurazione diventa emblema del dolore universale. La creatura che si volta in primo piano sbarra gli occhi e porta le mani alle orecchie per non udire un urlo che al contempo è suo e del mondo circostante; non è più’ l’immagine di Munch, ma quella di ogni essere umano, senza sesso, senza razza, senza età, ridotto ai minimi termini, tanto che il corpo stesso ondeggia. La forza della visione è potenziata dalla scelta di far tagliare l’inquadratura dal margine inferiore del supporto, annullando così ogni mediazione tra il mondo dipinto e quello reale.
Quell’urlo non è di nessuno, in particolare. E’emesso da tutto, attraversa tutto, è rimandato da tutto, e forse non significa niente. E’orrore dell’essere, anteriore alla conoscenza, anima non raccolta. Non ha fine, non ha limiti, non ha origine, non ha spiegazioni. E’ogni forma di grido. E’il grande Geschrei.

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