ALESSANDRA ANGELUCCI, “IL ROVESCIO DELLE LETTERE”

Il rovescio delle lettere, di Alessandra Angelucci – Prefazione di Franco Speroni (Di Felice Edizioni – Fili d’erba, collana d’arte diretta da Alessandra Angelucci)

In copertina: dettaglio dell’opera Il rovescio delle lettere di Fabrizio Sclocchini

Nelle librerie italiane a partire dalla fine di aprile

La prefazione di Franco Speroni

cop-2b“Cercando di vedere il mare” potrebbe essere un sottotitolo che, da lettore, mi viene in mente per questa serie di interviste di Alessandra Angelucci. Quasi fosse nascosto nel “rovescio delle lettere” – titolo vero del libro – “cercando di vedere il mare” è l’espressione che mi è suggerita dall’articolo su La Grande bellezza di Paolo Sorrentino, in chiusura di questa raccolta.

Mi sembra, infatti, che i “ricordi” finali dedicati, oltre che a Sorrentino, a Ettore Spalletti e a Pippa Bacca, contengano il colore necessario per immergersi nella lettura delle interviste che compongono questo volume. Colore non tanto come elemento suggestivo – retinico – piuttosto come corpo concreto poiché ogni pensiero non può essere disgiunto dal corpo che lo anima. È il corpo, infatti, che anima il pensiero, e non viceversa, in questa serie di incursioni in diversi aspetti della realtà attraverso il filtro, soprattutto, delle arti. Proprio perché corpo, quindi, il colore, a cui alludevo, non è superficie ma sostanza di un sentire che aiuta a percepire lo spirito con il quale l’autrice si è confrontata con i suoi ospiti, nelle interviste scritte come in quelle radiofoniche.

Un libro fatto di interviste può anche essere letto come fosse un racconto che emerge a tratti, in modo non prevedibile. Si può iniziare la lettura incominciando da varie parti, non necessariamente sequenziali. È il lettore che troverà una trama. L’autrice ci offre l’esperienza dell’incontro e, come in ogni dialogo, accanto all’apparente immediatezza della risposta vive la complessità di ciò che resta implicito, proprio perché non è la prossimità a rendere più evidenti i punti di vista. La prossimità amplifica il suono, non necessariamente il senso. Occorre andare nel “rovescio delle lettere”, appunto, per cercare una trama, per entrare nelle pieghe del testo e ricostruirne i processi della significanza (richiamando Julia Kristeva): parola densa e molto più vitale della stessa ricerca del senso (termine troppo legato ad un’ipotesi di vero) che indica un farsi progressivo e indeterminato. Significanza che, in questo caso, non è tanto dietro la costruzione del testo (come capita nell’invenzione letteraria, ad esempio) ma nel convito dei personaggi che testimoniano la loro esperienza. Leggere un’intervista può significare, allora, porci di fronte ad essi come costruzioni testuali frutto di eventi che rimangono in gran parte impliciti cioè nascosti dall’evidenza della presenza.

L’intervista conserva, seppur per approssimazione, l’immediatezza dell’oralità. La raccolta trasforma in una trama l’insieme sporadico, lasciando tuttavia che questo sopravviva attraverso la voce degli intervistati. Il piacere dell’incontro, la curiosità culturale che stimola l’accoglienza, si confonde così con il piacere del testo.

“Se fosse possibile immaginare un’estetica del piacere testuale, bisognerebbe includervi: la scrittura ad alta voce” sosteneva Roland Barthes. Quando Roy Ascott trasforma Il piacere del testo (Le plaisire du texte) di Barthes del 1973, in La piega del testo (La plissure du texte), nella celebre performance di net art del 1983, interpreta esattamente come la connessione, resa possibile dalle nuove piattaforme tecnologiche, sposti la costruzione del senso dal testo all’incontro. Dalla scrittura all’oralità.

Un libro di interviste è senz’altro un medium, e cioè un ambiente, che ripropone la distanza prospettica tra testo e lettore. L’incontro, l’esperienza dell’autrice, diventa l’astrazione del segno scritto e attraverso questo la smaterializzazione del concetto che precipita nelle parole la cui eco lontana risuonerà, solo in parte, nella mente di chi legge.

Il titolo “Il rovescio delle lettere”, evidenziato nella foto di copertina di Fabrizio Sclocchini, che potrebbe richiamare la tecnica dadaista e surrealista delle parole lanciate in aria per farle casualmente ricadere sul piano (come faceva anche Hans Arp con i suoi collage), ribadisce un’ambiguità che indica bene il nostro rapporto contemporaneo con i libri. Un’ambiguità che corrisponde alla nostra ubiquità.

Andare dietro, nel rovescio delle lettere, cioè interpretare i segni, smontare il senso, oggi è un’attività coincidente con la possibilità di spostarsi tra più piattaforme comunicative. Del resto non trascurerei affatto, per la comprensione dello spirito che mi sembra animare questo libro, le molteplici attività dell’autrice: critico d’arte, giornalista radiofonica e della carta stampata e, non ultimo, insegnante. Questi diversi ruoli non sono diverse situazioni in cui possiamo credere che stiamo dicendo sempre la stessa cosa. I media, infatti, non sono canali neutri dentro i quali passano i nostri contenuti sempre uguali. Sono ambienti differenti, e cioè strutture del corpo e della mente che consentono performance diverse, che organizzano ruoli differenti. Un libro d’interviste è un genere particolare nell’ambito della saggistica che costruisce un ambiente intermedio tra la rappresentazione dell’evento e la circolazione astratta di un messaggio. In sé, dunque, fa rete con altre situazioni e la farà tanto più quanto più vivrà come segmento parziale dentro un sistema complesso.

All’origine dell’intervista c’è qualcosa che è difficile rendere nella scrittura: il timbro della voce, la presenza, quei “colori” ai quali mi riferivo all’inizio e che ciascun lettore di solito cerca quando, incominciando a scorrere le pagine, si dispone ad animare i personaggi per fissarli.

Annotando l’importanza della scrittura ad alta voce, Barthes sosteneva che l’obiettivo non era tanto la chiarezza del messaggio ma “gli incidenti pulsionali” cioè “un linguaggio tappezzato di pelle” – lo chiamava – che produce la “stereofonia della carne profonda”. Contatto, appunto. Oggi, questa stereofonia consiste sempre più nella trasmigrazione dei segni: come essi cambiano nelle diverse piattaforme che abitiamo, che significa comprendere la trasformazione delle nostre attitudini.

In questa raccolta, il lettore troverà varie dichiarazioni di poetica da parte di artisti con percorsi anche molto diversi l’uno dall’altro, riflessioni sulla condizione culturale da parte di curatori e critici, testimonianze che intrecciano momenti cruciali della memoria storica e attualità… voci che intonano timbri differenti: messaggi incastonati in quella situazione in cui hanno preso corpo. Rileggerli tutti insieme è l’occasione per cogliere il valore particolare di testo nel senso di – è ancora Barthes che ci viene in aiuto – tessuto che non è un velo già fatto dietro il quale sta il senso (la verità) ma è idea generativa, intreccio, e quindi processo interpretativo aperto. Il rovescio delle parole, come il rovescio di un tessuto, ci fa vedere, appunto, la trama della costruzione: è il backstage che rivela la finzione della narrazione, ovvero la fatica dell’ipotesi più che la chiarezza del messaggio, come ne Las Meninas di Velázquez o, per restare più aderenti al tema, nelle sue Filatrici. E questo non è assolutamente a discapito del valore, anzi. Il piacere del testo consiste nello svitare la teoria, dare la scossa di un interrogativo che stimola la consapevolezza del mezzo che abitiamo. La consapevolezza più che un fatto mentale, astratto, è la percezione del luogo cioè del medium che elaboriamo. La consapevolezza è sempre uno stare altrove pur sentendoci completamente implicati in ciò che stiamo facendo. Un libro, quindi, come ogni medium può essere usato come un dispositivo che, in quanto tale, smonta il messaggio come assioma e ci fa abitare dietro le quinte, dove si vede la finzione del vero. E finzione è arte, cioè costruzione di ipotesi. Come la teoria del testo si oppone alla filosofia del senso in quanto esclude un sistema centrato, così la finzione dell’arte consiste nello spostare il valore dall’assioma alla sua fatticità. Allora, nel rovescio delle parole (che in questo libro coincidono con la presenza dei personaggi intervistati) si sente la loro materialità, la stessa che osserviamo quando vediamo il rovescio di un tessuto scoprendo nodi e fili che ne compongono la trama. Si interrompe così la linearità del senso e in questa interruzione, che è anche un rinvio, consiste, sosteneva Kristeva (ripresa da Barthes), il piacere come ritardo che sopravviene quando si percepisce la differenza che un segno ha secondo dove si trova. Rispetto al senso ascrivibile più ad un regime già fondato di valori ai quali ci si dovrebbe avvicinare, il significato o meglio la significanza è il luogo del godimento in quanto processo costruttivo.

I protagonisti de La grande bellezza (che Alessandra ci fa ricordare) si interrogano se vedono il mare su un soffitto e vederlo o no dipende dalla disponibilità a ipotizzare una trama che si fa strada disarticolando l’apparente chiarezza dell’assioma, cioè il soffitto piatto.

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