Il jazz-film: dalla musica al cinema

Perfumo e Michelone
Dialogo fra Guido Michelone ed Elisabetta Perfumo

Guido Michelone presenta il libro Il jazz-film. Rapporti tra cinema e musica afroamericana (Edizioni Arcana, Roma 2016) sabato alle ore 12 presso lo stand della Regione Friuli al Salone del Libro di Torino: con lui saranno Stefano Zenni (docente, musicologo, direttore del Torino Jazz Festival) ed Elisabetta Perfumo (operatrice culturale) che per l’occasione gli ha rivolto in anteprima alcune domande.

Tu sei noto, come studioso, per i tuoi saggi interdisciplinari, in cui spieghi e racconti discipline artistiche tra loro unite, incrociate, sovrapposte. Ti identifichi con questa immagine?

Credo di sì. Ho sempre amato conoscere le diverse forme di arte, cultura, comunicazione che riguardano l’essere umano soprattutto in epoca contemporanea. Non mi ritengo un tuttologo, mi sento invece un divulgatore curioso di affrontare e narrare quanto prodotto lungo il Novecento e in questi primi sedici anni di XXI secolo a livello delle diverse espressioni, alcune ultra-millenarie, altre nuovissime, sebbene tutte affrontate con spirito moderno e anche postmoderno, per usare una parola di moda da almeno quarant’anni.

E – prima di parlare di questo nuovo libro – ci sono forme d’arte, cultura, comunicazione che ami di più di altre?

Ci sono arti come la musica, il cinema, la narrativa, la pittura, che conosco meglio, altre come il melodramma o il balletto che conosco molto poco. Ovviamente è impossibile occuparsi bene di tutto, ragion per cui ho scelto – dopo un percorso sofferto, iniziato addirittura tra i banchi del liceo, dove per un anno ho di fatto diretto il mensile studentesco «Il Portico», anche se all’epoca tutto doveva essere rigorosamente collettivo – certi tipi di musica (il jazz e in parte il rock) e di cinema (soprattutto musicale), senza disdegnare le arti figurative, soprattutto sperimentali, dalle avanguardie storiche a oggi. Per la letteratura, come si sa, preferisco cimentarmi direttamente scrivendo poesie, romanzi, commedie, racconti, quando trovo il tempo perché l’editore da me vuole esclusivamente la saggistica musicale e pubblicare un’opera narrativa oggi è un’impresa durissima, meglio parlare d’altro.

Appunto, e allora parliamo de Il jazz-film, sottotitolo Rapporti tra cinema e musica afroamericana, prefazione di Stefano Benni, edito da Arcana di Roma. Soddisfatto?

Editorialmente molto, a cominciare dalla copertina, dalla veste grafica e dall’impaginazione. Un libro analogo, nella stessa mia collana, è stato di recente definito pesante su una rivista di settore (un tempo nota per rigore e affidabilità), da un critico che evidentemente pretenderebbe solo libri illustrati con poche pagine scritte e tante fotografie colorate. Io invece dico grazie al mio editore e al direttore di collana, che hanno pubblicato un testo di 360 pagine in corpo piccolo, senza nemmeno un fotogramma: chi è interessato ai film di cui parlo, può cercarli in rete o acquistarli in DVD.

Soddisfazioni personali invece per quanto riguarda il contenuto del libro?

In copertina c’è scritto ‘Nuova edizione ampliata e aggiornata’, perché il libro uscì quasi vent’anni fa con un altro editore. Dopo vent’anni una materia così viva necessitava di una decisiva revisione o riscrittura: all’inizio, proposi al nuovo editore due volumi, uno per la fiction, l’altro per il documentario, ma per ragioni di mercato mi dissero no, chiedendomi invece un aggiornamento sugli ultimi vent’anni. Ho accettato, ma facendo molto di più: da un lato, nella prima parte, ho ripreso il discorso dal 1995 e l’ho protratto sino a oggi. Dall’altro, i film analizzati da 60 sono diventati 120, cioè il doppio. Ho faticato parecchio su questi nuovi film, ma alla fine sono davvero molto soddisfatto: il testo è oggettivamente migliore del precedente.

Arriviamo dunque a parlare del libro, degli argomenti trattati?

Sì, certo, il mio libro si occupa dei film che parlano di jazz per finta o per davvero, nel senso che descrivo e analizzo corto, medio e lungometraggi in cui, appunto, il jazz è presente sullo schermo da protagonista, ad esempio sotto forma di un jazzista autentico o immaginario, di cui viene narrata la vita o una parte di essa (i momenti più interessanti sotto l’aspetto sia professionale sia umano, insomma il pubblico e il privato). Nel libro esistono una prima parte storica e una seconda di analisi diretta di singoli film.

Il tuo libro, sotto quest’ultimo aspetto, si presenta anche come un manuale di facile consultazione: è una scelta tua o dell’editore?

Mia: volevo fin da subito questa impostazione ‘pratica’, che consente a chiunque di familiarizzarsi subito con l’argomento, di entrare nel vivo della materia.

Dici ‘chiunque’: ma è davvero proprio un libro per chiunque?

Dal punto di vista della scrittura direi proprio di sì, è una lettura consigliata dai 16 ai 90 anni. Ma è chiaro che bisogna interessarsi un po’ dell’uno e dell’altro argomento, essere appassionati di jazz o di cinema. Alla fine, però, credo che davvero chiunque, messo di fronte ad alcune pellicole che ho trattato, non possa non interessarsi a queste problematiche, che poi non sono altro che una metafora della vita stessa.

Chiusa questa parentesi, torniamo al manuale di facile consultazione: come hai ordinato o strutturato Il jazz-film?

La prima parte storica, grosso modo dal 1923 al 2015, è organizzata quasi tutta per decenni, che corrispondono spesso all’affermarsi di mode o tendenze nel jazz-film, se penso, ad esempio, al biopic nei primi anni Cinquanta o alle riproposte in DVD di programmi TV storici negli anni Zero. La seconda parte prende in considerazione 120 film, dalle opere di due minuti a quelle di dieci ore, anche se lo standard per una fiction o un documentario, anche nel jazz, resta fra i 60 e i 120 minuti. Questi 120 film sono a loro volta divisi in 17 capitoli (6-7 film per capitolo) in maniera tematica, secondo un gusto personale, rispettando però un’idea di fondo di evoluzione storico-critica. Comunque non spieghiamo tutto, ma lasciamo al lettore il gusto della scoperta.

D’accordo. Dimmi però cosa intendi quando prima sostenevi che queste problematiche sono una ‘metafora della vita’.

Beh, il film è la rappresentazione della realtà maggiormente verosimile fra tutte le discipline artistiche, oltre a essere un potentissimo mezzo comunicativo, anche nelle varianti TV, video, New media, eccetera. Il jazz è una prassi musicale che richiede un gioco di squadra, che prevede via via una sorta di democrazia partecipata, uno scambio dialettico fra solisti e accompagnatori, un interrelazionarsi di individuo e gruppo, che necessita di passione, amore, fratellanza, collaborazione, trasparenza: più vita di così!

Visto che siamo su una rivista di poesia – «La poesia e lo spirito» – che cosa infine avvicina il jazz-film alla poesia?

Seguendo un paragone strettamente letterario, il film è narrativa, è come un romanzo, anche se alcuni cortometraggi hanno in sé del lirismo puro: penso, per restare al jazz-film, a Begone Dull Care di Norman McLaren, che sembra anche a una pittura astratta in movimento, oppure ai due episodi jazz di Musica Maestro di Walt Disney, che all’epoca era il sequel pop del classico Fantasia. Il jazz, come tutta la musica, è suono e il suono non ha un referente diretto nella realtà concreta. Ci sono musiche che raccontano, dunque narrative, anche se il tutto è molto soggettivo, perché non si possono tradurre parole, immagini, oggetti, in suoni e viceversa. A me dunque piace pensare al jazz come un’arte lirica: non ha caso infatti, in musica, il melodramma si chiama anche opera lirica.

Non abbiamo ancora citati i lungometraggi essenziali per questo argomento: quali titoli consiglieresti per chi volesse iniziare a conoscere il jazz attraverso un film?

A livello documentario c’è il recente Jazz, istruzioni per l’uso della regista Elena Somaré assieme al bandleader Massimo Nunzi, che in due ore racconta assai bene l’evolversi del sound jazzistico, giovandosi del contributo di molti solisti italiani. E lo fa molto meglio del pretenzioso Jazz di Ken Burns.

E a livello di fiction?
L’elenco è lunghissimo, ma mi commuovono sempre Bird di Clint Eastwood, New York New York di Martin Scorsese, Round Midnight di Bernard Tavernier, Jazz Band di Pupi Avati.

E un titolo recente che ti ha particolarmente colpito?
Purtroppo non è mai uscito in Italia e si trova in DVD solo sottotitolato in francese: si tratta di Monica Z. del regista danese Per Fly, che racconta la vita di Monica Zetterlung, la miglior cantante jazz svedese di tutti i tempi.

Guido Michelone, Il jazz-film. Rapporti tra cinema e musica afroamericana, Edizioni Arcana, Roma 2016, pagine 468, euro 25,00.

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