LUCA ORLANDINI, “VELLEITÀ DELLA MATERIA”

Conversazione tra Giovanni Agnoloni e Luca Orlandini

OrlandinivelleitaVelleità della materia (Aragno, Torino, 2016, pp. 190, Euro 15) è un testo di Luca Orlandini composto da pensieri brevi, introdotto da due paradossali citazioni d’eccezione; una lunga, pressoché sconosciuta al grande pubblico, di Giorgio Manganelli, nella quarta di copertina:

«Bisogna arrivare a parlare di cultura come si parla della figa: diciamolo chiaro, se la cultura, se il pensare, non è vitale, se non impegna proprio le viscere (e non metaforicamente, perché il pensare è cosa totale come il morire, è un ‘fatto’, un vero e tangibile oggetto), se non ha anche addosso qualcosa di sporco, di fastidioso, di disgustoso, come è di tutto ciò che appartiene ai visceri, se non è tutto questo, non è che vizio, o malattia, o addobbo: cose di cui è bene o anche necessario ed onesto liberarsi (spogliarsi). … I libri non esistono: ma esiste il nostro fare carne di loro. E sono anni che mi affatico a cercare il come, e tra i miei libri me ne sto goffo e prepotente come un orso, e sostanzialmente impotente. Sono afflitto da una vera, continua, maligna impotenza, che riconosco affatto estranea al mio carattere, ma che c’è, come un porro sul naso, o un odore fastidioso di vivande di terz’ordine. È la mia volgarità, una sorta di fisiologicità intellettuale: una cosa vergognosa

E una di Giacomo Leopardi (Zib., 1252):

«Nessuno è meno filosofo di chi vorrebbe tutto il mondo filosofo, e filosofica tutta la vita umana, che è quanto dire, che non vi fosse più vita al mondo. E pur questo è il desiderio ec. de’ filosofastri, anzi della maggior parte de’ filosofi presenti e passati.»

Una sorta di raffinato e rigoroso caos avvolge questo libro, allo stesso tempo naturalista e metafisico, in osservanza di quel temperamento e quella fisiologia letteraria che sostiene: “Il pensiero spezzato, frammentario, ha tutta l’incongruenza della vita, mentre l’altro, quello coerente, non acconsentirebbe mai a riflettere la vita, e ancor meno a scendere a patti con lei.” (Cioran) Sono pensieri brevi, quelli di Orlandini, divagazioni dall’accento non di rado lirico, sulla condizione per molti aspetti equivoca dell’intellettuale, del filosofo, del critico, come di certa poesia o arte. È anche la ricognizione non oggettiva su un tema antico ma più che mai attuale: la perdita del segreto della propria natura, della fertile alleanza tra la biologia e la gnosi – la potente circolazione tra l’arte e la vita.

Luca Orlandini

Luca Orlandini

Un testo scritto che rimanda a quello che Orlandini ci dice a voce, a tu per tu, in frammenti di una conversazione occasionale (a seguire la trascrizione della conversazione, con il virgolettato per le parti che riportano le risposte dell’autore; per gentile concessione dell’Editore, è riportato anche un breve florilegio del libro):

«Velleità della materia ripropone un territorio spirituale di temi inesauribili perlopiù misconosciuti, e nei modi più insospettabili. In realtà, provo un certo pudore nell’averlo fatto, perché le cose di cui scrivo mi sembrano delle ovvietà, ma sono ovvietà puntualmente e clamorosamente disattese, sempre. Il libro non nasce tanto per un’esigenza letteraria, artistica, quanto per un fastidio. Come spesso accade, d’altronde.»

«Il frammento? È l’autunnarsi dell’eloquenza, delle parole e dei concetti di troppo. È affermare con prepotenza che il linguaggio, l’inflazione verbale non è tutto, che l’essenziale non è nel circolo vizioso dei segni, della semantica, nell’ipertrofia verbale.»

«Infarcire a getto continuo la propria prosa di rimandi dotti, eruditi, storici, filosofici, letterari, a meno di non essere un Brodskij, un Cioran o un Manganelli, può anche rivelarsi un difetto d’immaginazione individuale. La maggior parte delle volte è così. Chiedete a un compositore d’idee altrui di adottare una prosa nuda, completamente sua, priva di rimandi eruditi, e la maggior parte delle volte scorgerete il suo scoramento letterario, la sua fatale appartenenza al mondo della prosa analitica – alla letteratura da note a piè di pagina. Lo specchio di una penosa condizione che viene elevata al rango di un equivoco prestigio letterario.»

«Fermo restando la mia naturale inclinazione per il frammento, non manco mai di conservare un certo sano scetticismo, per non scadere nel feticismo del pensiero breve, quando quest’ultimo viene trasformato in un oggetto o in una tecnica volontaria. L’idolo è sempre dietro l’angolo. Ogni tanto ricordo a me stesso T. Bernhard, che sugli aforismi scriveva: “un’arte deteriore tipica di quelli che intellettualmente hanno il fiato corto… soprattutto in Francia… filosofi da almanacco… Si tratta di imbrogliare l’umanità intera con trovate che mirano a effetti grandiosi.”, oppure Bukowski: “Il guaio di ogni aforisma, di ogni affermazione, è che può facilmente diventare una mezza verità, una fregnaccia, una bugia o un appassito luogo comune”.»

«Se è vero che nella nostra epoca si sente la mancanza di personalità dal rango assoluto, come Giorgio Manganelli, Tommaso Landolfi, Mario Praz – letterati puri, geniali eruditi che vivevano tra i libri, nell’avventura umana di un delicato… tutta la loro intelligenza è stata infatti coltivata a detrimento della loro natura, o per difetto di natura; è altrettanto vero che si sente la mancanza di personalità come Cioran, Bukowski, Artaud eccetera. Oggi si percepisce più che mai l’arte come difesa contro la vita, come pura fiction, un latte caldo. Un’educazione alla rinuncia e alla negazione della sete di vivere. Il ghetto del reale. Vedo molto chiaramente questo spirito generale nelle Lettere. È legittimo, ma bisogna pur ricordare con non è solo questo. Non è solo una semplice strategia speculativa affascinata dalla vita dentro la scrittura (Blanchot esaltava questo aspetto), dove si adotta il punto di vista esclusivo della conoscenza sull’esistenza, per escludere, appunto, il punto di vista dell’esistenza sulla conoscenza! Parlo di quella particolare categoria di esseri umani che ‘abbandonano’ la vita per la letteratura. Non trovo più la potente circolazione tra l’arte e la vita; e quando la trovo, è solo di stampo letterario, la prerogativa di una fertile immaginazione del mestierante delle Lettere.»

«Esiste un terribile equivoco, molto poco intelligente. Quello di contemplare il genere di pensiero di cui parlo oggi ed esclamare sconsolati: “Ecco, lo sapevo che sarebbe ritornato l’esistenzialismo!”. Commettendo l’errore di associare e svilire la rara coincidenza tra profondità ed erudizione, o la potente circolazione tra arte e vita, e il farvi appello, appiattendo tutto ciò all’Esistenzialismo, a un mero movimento, a uno dei tanti ismi che oggi al massimo interessa l’antropologia filosofica, la storia delle idee, la storia della filosofia o la critica letteraria – tutte realtà, peraltro, che abusano della consuetudine “di usare il linguaggio per sezionare l’esperienza, privando così la nostra mente dei vantaggi dell’intuizione… un concetto ben definito comporta sempre una contrazione del significato, una delimitazione che recide via tutte le frange… le frange contano più di tutto il mondo fenomenico… Non c’è niente di più stravagante che applicare uno strumento analitico a un fenomeno sintetico… analizzare significa non già mettere a fuoco, ma diluirne il fuoco, sfumarlo…” (Fuga da Bisanzio). E posso affermare lo stesso del Vitalismo, a cui non sono mai stato interessato. Una semplice dottrina che converte la vita in un assoluto filosofico (o letterario), nel senso più deteriore del termine, astratto. Anche se da giovane ho approfondito con rigore tutte queste realtà, non mi sono mai appassionato né a questo genere di vitalismo, né all’esistenzialismo filosofico – Heidegger, Jaspers, Sartre, Camus –, che io definisco una semplice ideologia dell’esistenza; né tantomeno a quello meramente letterario, a una semplice coscienza estetica che si esprime esistenzialmente, à la Bonnefoy; e, se per questo, neanche all’esistenzialismo religioso dei Berdyaev o Lévinas eccetera. Tutte realtà che, per me, rappresentano solo un ricamo filosofico sull’assurdo, su qualcosa di molto più profondo. Sono cose che ho studiato e letto, quando ero più giovane, soprattutto per poter reagire con cognizione di causa.»

«Oggi si riduce l’arte e la letteratura all’albero della conoscenza, al sapere, a pura fiction, escludendo tutto un universo che si sa immenso. La creatività è stata sostituita dall’erudizione e la fantasia dalla ricerca bibliografica. La creazione è spesso appannaggio dei meri compositori, degli artigiani della scrittura privi del parallelo con la vita. Tutti creativi dunque – un tipico prodotto della cultura pop –, nessun “creatore”, dirà Jean Claire. Tutto ciò è il frutto dei critici o di quei letterati che insistono a dire che siamo solo “esseri culturali, non naturali”; che siamo “scolarizzati” e dunque “un’idea del bello ce l’abbiamo”; che, dalle avanguardie in poi – o neo-avanguardie – è “impossibile ignorare che la poesia, come tutte le esperienze d’arte, è solo linguaggio, e un fatto storico-sociale”; che il bello (o buono) soggettivo non c’entra niente con “il ‘bello’ estetico”; giacché, “è evidente, non siamo nello stesso ambito”; che l’esperienza estetica sarebbe “un’esperienza conoscitiva (da Kant e Hegel in poi)”; che “il ‘godimento’ dell’arte passa attraverso l’intelletto e non c’è verso di dire il contrario”. Accidenti! E chicca finale: “Leopardi scriveva e riscriveva i versi alla luna perché fossero perfetti concettualmente e prosodicamente, non perché le genti ci piangessero sopra”! Tutto questo è stato detto da una critica che viene definita “acutissima”. Questo genere di ragionamenti presta il fianco a molte facili obiezioni. Insomma, la sua risposta è: l’Uomo – l’uomo dell’aurea mediocritas di Aristotele, ovvero “l’uomo solido” di cui parla Landolfi, “l’omnitudine” di Dostoevskij – come sola risposta all’uomo! In realtà, se Leopardi, un rigoroso navigatore dello spirito e un classico, è così affascinante, ciò è dovuto al fatto che la Creazione, in lui, respira ancora, tra le pieghe dell’erudizione. In qualche modo sfugge alla stretta intellettuale, anche se paradossalmente. Sostenere che tutto si riduce a linguaggio, è come dire che tutto si riduce a una strategia speculativa più affascinata dall’esistenza nella scrittura (una sottile forma di razionalismo), piuttosto che dalla scrittura nell’esistenza (la potente circolazione tra arte e vita); o a fenomeno storico-sociale – mortifica ogni autentica nozione di creatività, giacché si adotta il punto di vista esclusivo della conoscenza sull’esistenza, e non il punto di vista dell’esistenza sulla conoscenza. È un principio di critica estetica, letteraria e culturale che non condivido, un punto di vista particolarmente ristretto; sia dal punto di vista dell’arte e della letteratura e, a maggior ragione, per quanto riguarda la critica della cultura. Nessuno di quelli che hanno alimentato il recente dibattito sulla critica – Franco Cordelli, Gilda Policastro, Alessandro Piperno, Paolo Di Stefano, Mauro Bersani – mi pare abbia colto il vero fenomeno da commentare, che è molto più vasto e complesso di come ci viene descritto. È come se ci parlassero da un territorio sbagliato, non sufficientemente aspro, da un luogo troppo domestico

«Non ricordo dove, ma ho letto che Aristotele (come tutto l’Occidente, per duemila anni a venire) fu influenzato da un certo Diogene d’Apollonia. Era un medico, e lasciò un frammento sulla circolazione secondo cui il motore non sarebbe il cuore (le passioni, la vita), ma il cervello. Sono gli albori della mentalità intellettuale, della nascita dell’arte come difesa contro la vita, come qualcosa di superiore a lei. Sarà il Sublime. In epoche recenti lo attestano, per esempio, la posa intellettuale del simbolismo e, paradossalmente, l’idealismo dialettico e storicista del romanticismo o perfino il surrealismo, con il suo sfruttamento razionale dell’irrazionale. Per certi aspetti, è un’arte per gli estenuati e i colti, quando di questi movimenti si è o si può solo essere spettatori, lettori o meri commentatori. Si vive questi fenomeni da semplici amateurs o da specialisti. Nell’accademia esistono addirittura ricercatori che si definiscono, senza alcun ritegno, “specialisti dell’esistenza”! Fare dell’esistenza un oggetto! esattamente come ha fatto Heidegger.»

«Nei giovani scrittori di oggi, e intendo anche i più bravi (mi riferisco soprattutto agli scrittori di racconti), non si avverte quella potenza o personalità che si possono trovare in certi uomini; mi vengono in mente Artaud, Cioran, Bukowski, Orson Welles, Marlon Brando, Carmelo Bene, che eccedono sempre il mezzo. Oggi vedo in giro soprattutto dei letterati, magari dotati di una preziosa immaginazione, perfino potente, ma dove non si avverte alcuna estensione, una personalità umana di rango, un temperamento extra letterario o artistico. Sono degli artigiani della scrittura dotati di una buona immaginazione, à la Faulkner, nei migliori dei casi. Così, non essendo pari al rango intellettuale di un Manganelli o di un Landolfi, tantomeno lo sono di un Artaud, un Cioran o un Bukowski. Vivono in un interregno letterario, in un universo pletorico a cui non riesco associare una linfa che vada oltre il loro mestiere. Si crogiolano nelle parole – e io personalmente diffido delle parole, o ancora più di chi magari si fa ritrarre attorniato dai libri, con lo sfondo della propria biblioteca, o con un libro in mano. Un indizio tutt’altro che superficiale, anzi, rivelatore. Poi c’è questa bulimia con twitter, i social networking. Un’indiscrezione, in fondo, che non sembra rimandare a un’autentica Letteratura, che scade in comunicazione. Rischia di essere troppo figlia del suo tempo. L’ansia di essere online, di essere dei mestieranti della scrittura integrati: inflazione verbale, pletorica bulimia, parolaia incontinenza. Mi viene sempre in mente Calvino e il Barone rampante: “Le imprese che si basano su di una tenacia interiore devono essere mute e oscure…”! La capacità di raccoglimento, di concentrazione e silenzio. Last but not least, il vizio diffuso, tra questi ‘giovani’, di farsi fotografare con la sigaretta in bocca, à la Carver, Bukowski o Céline, da viveur, quando in realtà non emanano una presenza adatta a quel tipo di posa, manca loro le physique du rôle, che non è solo fisico o fisiognomica ma qualcosa di impalpabile, un contatto con la strada che in loro non è evidente. La cosa desta una certa simpatia e benevolenza, ma, accidenti, è un bel cliché! Certo, ciò non mi impedisce di stimare comunque l’indubbia bravura di alcuni di loro, ovviamente.»

«Da un lato, sono d’accordo con Faulkner, quando affermava di vedere nel racconto la forma più alta di narrativa dopo la poesia (anche se non considero affatto la prosa inferiore alla poesia), sostenendo addirittura che solo dopo aver fallito con il racconto, uno scrittore si rassegna al romanzo; dall’altro, sono in assoluto disaccordo quando afferma che il processo creativo della scrittura sia per il 90% artigianato, e di non essere minimamente interessato a nozioni come genio, creatività, ispirazione eccetera. È perfettamente in linea con l’idea razionalista di W. Benjamin e la sua distruzione dell’aura, dell’ispirazione, della creatività, del genio, nell’era della riproducibilità tecnica dell’arte, dell’artificiale. È qui che finiamo nell’elogio del plagio e nel “principio estetico dell’intertestualità”! dove niente è più originale, unico, frutto di un creatore, ma solo di un “creativo”. Anche la letteratura diventa un reverse engineering da centri stile della moda, dove tutto è uno scopiazzare da tutti.»

«È indubbio che l’opera d’arte di oggi sia la secolarizzazione del reale, apoteosi e suprema raffinatezza della separazione dal reale. Eppure la natura vince sempre sull’arte! Una volta mi è stato chiesto: – Che cos’è per lei il “sacro”? Una parola che non amo molto. Risposi citando una musicista: “In Islanda non andiamo in chiesa, passeggiamo per la tundra.” Con qualcosa che non è umano, o costruito dall’uomo.»

«Personalmente non ho niente contro l’utilità della ragione, ma dobbiamo ammettere che l’“Intelligenza” è anche un refrain sconcertante, un alibi pazzesco per ogni critico, poeta “coscienzioso” e consumatore di Saggistica – il Pantheon degli spettatori colti. È il teatro dell’immortalità della Conoscenza che guarda in acquario l’assurdo, con arcano terrore, appena dissimulato da un vano ghigno di scherno. Salvo rare eccezioni, quando si è superato il pregiudizio della finezza dello spirito e dell’intelligenza, pur continuando a frequentarli, il programma stoico di sistematico sfruttamento erudito delle sensazioni e dei fenomeni del mondo – il territorio privilegiato del letterato, dove ci si sente a casa tra le parole – appare per quello che è: agricoltura.»

«A un certo punto bisogna decidere quale arte o letteratura ci interessa. Personalmente non ho bisogno di essere “intrattenuto”. C’è qualcosa che va oltre il mero intrattenimento, oltre la fiction letteraria. Cos’altro è l’arte, oggi, se non una mera impresa estetica capace di raffrenare la nostra “bestialità”, un “riscatto” dalle bruttezze della vita? Il Sublime! O qualcosa che ti dimostra come il dolore si attenui se rinunci a piegare la realtà, a essere te stesso. Una potenza che non si scatenerà mai realmente, appunto perché è una sorta d’intrattenimento pedagogico, catartico. È puro stoicismo o Spinoza! Anche il grande Nabokov, ahimè, ci vede come meri spettatori e lettori, e la grande letteratura, per lui, è solo o soprattutto un gioco per la nostra vibrazione Spirituale, Intellettuale. Il suo saggio Lectures on Russian Literature ne è un’ampia testimonianza: “when dealing with a work of art we must always bare in mind that art is a divine game… it’s a game because it remains art only as long as we are allowed to remember that, after all, it is all make-believe… that we are, as readers and spectators, in an elaborate and enchanting game”. Quello che conta, per Nabokov, è “the feeling of pleasure and satisfaction and spiritual vibration… the delight does not derive from the fact that we are glad to see people perish, but merely our enjoyment of Shakespeare’s overwhelming genius”. Ecco il falso irrazionalismo di Nabokov (che difende nel suo saggio Nikolaj Gogol’) e del territorio dei letterari o dei critici: assomiglia a una mera catarsi aristotelica – non ha voluto avere orecchio per il “ruggito di Dostoevskij”. Così Bukowski avrà ragione a lamentare: “Sembra che tutti loro, tutti quanti, mettessero la forma letteraria al primo posto rispetto all’attualità e alla vita vissuta in sé”, giacché riuscivano a sopravvivere e a descriverla con il “loro stile letterario speciale”.»

«Idealmente, ogni critico (professore e ricercatore), qualunque sia il territorio in cui si applica nell’ambito delle Arti o delle Lettere, dovrebbe formarsi, e immergersi fin dall’infanzia, in tutte quelle personalità che in un modo o nell’altro hanno minato alla radice, con le loro parole e loro vite, la stessa idea di critico o di critica – e trarne le conseguenze, per riemergere in superficie e porsi questa domanda finale: “Sono in grado di superare l’incontestabilità e la profondità delle loro accuse?” Qualunque sia la risposta, bisognerebbe essere così onesti da ammettere che, in ogni caso, la maggior parte dei critici non avrà mai le risorse personali per superare tali contestazioni. E che il loro mondo intellettuale – quello dell’erudizione stoicizzante – è più che un equivoco, se non abitato dalla contraddizione dell’eccezione, da qualcosa che non è la “critica”, appunto. So che la mia è un’iperbole, ma solo per certi aspetti. Se personalità come G. Manganelli, T. Landolfi, M. Praz o S. Solmi sono così affascinanti come critici e saggisti, ciò è dovuto proprio al fatto che sfuggono alle classificazioni dei critici, sono a loro modo geniali, sebbene siano comunque degli intellettuali. Solo loro superano il paradosso di essere degli intellettuali puri. È una posizione fertile, benché ambigua, in personalità di assoluto rango. Tutti gli altri – la maggioranza – sono in una posizione molto più equivoca giacché, fin troppo spesso, rivelano di essere una massa mimetica (compositori d’idee altrui) preda di un modello che in fondo non è loro organico. Sono un plagio letterario che si fa temperamento, nel migliore dei casi.»

«Viviamo in una Cultura da circuito culturale che, in teoria, si suppone dovrebbe essere l’arena privilegiata di un Dialogo ininterrotto, quando in realtà è ben altro. Un famoso estetologo e filosofo italiano una volta mi scrisse: “Giornali, case editrici, università e media sono collegati in rapporto conflittuale l’un con l’altro: i giornalisti odiano i professori, i professori detestano i giornalisti, gli editori disprezzano gli autori, la gente dei media detesta tutti.” Alla faccia del dialogo!»

«Una delle obiezioni più ovvie che si possano rivolgere a un critico letterario, è ch’egli non abbia tempo da perdere, deve produrre, essere up to date, stare a mezzo, scrivere pubblicamente sulle opere degli altri, per mantenere il suo spazio, e un mestiere, nell’arena della letteratura da circuito culturale. Così facendo perde indubbiamente il contatto con la parte più profonda di sé – diventa sterile, dal punto di vista creativo. Su questo non ho alcun dubbio. Cioran da qualche parte scriveva: “Tutti i vantaggi che ho sui miei contemporanei derivano dalla mia mancanza di rendimento.” Mi viene un’analogia: so di addette degli uffici stampa che, seppur innamorate della letteratura e dei libri, non riescono più a leggere con piacere i libri, se non quelli “leggeri”, di puro svago. Il critico puro (colui che non è Baudelaire, per intenderci) perde la libertà e il piacere del puro capriccio, il territorio più profondo della creatività, per stare dietro allo Spirito del Tempo.»

Breve florilegio tratto da Velleità della materia di Luca Orlandini:

L’Ingenuità. Come per i grandi amori perduti, l’Umanità se ne fa una ragione ma non dimentica, si abitua soltanto al dolore.

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Indugiare su una voluttà dell’essenziale è un difetto onorevole a patto di non farne un’impostura verbale, estetizzante. È di rigore percepire l’au de-là du livresque. In caso contrario assisteremmo solo al feticismo della lucidità, a qualcosa che riempie l’orgoglio e si presta bene a essere sfoggiato da una mente colta e sofisticata, tutta in superficie – il regno della falsa scrittura… “i pensieri non sono assimilati dai libri, spuntano dalle ossa.” Sinjavskij

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Sapere tutto sulla natura umana, in teoria, e dunque capire le visioni di Proust sull’amicizia e sull’amore o il punto di vista dei grandi moralisti classici, al pari di quello degli immoralisti metafisici, o le idee di Shakespeare e Dostoevskij sui fenomeni del mondo e la vita umana nelle loro tragedie, ma agire e reagire al mondo e agli uomini come se non si fosse imparato o visto nulla. Una fertile complessità, probabilmente, fonte di innumerevoli disagi e delusioni.

Il genere di contraddizione che lo scrittore di professione si adatta ad amministrare scientificamente.

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“Sono contrario a essere preso per coglione da tizi a cui manca totalmente l’abilità di creare”. Bukowski

Salvo rari casi, il limite più grave di una buona parte dei critici letterari è questo: se avessero qualcosa da dire in proprio, non perderebbero tempo a scrivere solo o soprattutto sulle opere degli altri – a essere dei compositori e non dei creatori. Léon Bloy sosteneva: “Il critico è colui che ostinatamente cerca un letto in un domicilio altrui” – battuta ormai arcinota, ma mai metabolizzata davvero dalla critica; mentre Susan Sontag ammetteva candidamente: “Il mio ‘io’ è gracile, cauto, troppo sano di mente. I buoni scrittori sono egotisti sfrenati, fino al punto della fatuità. Gli uomini sani di mente, i critici, li correggono, ma la loro sanità mentale è parassitica e vive della fatuità creativa altrui”. È noto come la critica nascesse proprio come propaggine dello speculativo; e dato che gli artisti non compirebbero le loro opere abbastanza “coscientemente”, occorreva che qualcuno le verificasse, le spiegasse, le completasse; il critico vuole curare, scriverà Šestov nella Filosofia della tragedia, che aggiungeva: “Gli artisti non hanno idee. Ma in questo si manifesta la loro profondità”. Cioran, a sua volta, azzeccava il bersaglio affermando: “Quando uno non ha niente da dire, diventa critico letterario  –  e quando ha ancora meno da dire, diventa critico dei critici.”

Alcuni critici, ostinati, si rifugeranno nella frase di Oscar Wilde: “la critica è più creativa della creazione”, nella pretesa e nella speranza di essere più Erode di Erode.

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Evocare continuamente la profondità, il reale e l’esistenza con la scrittura è certamente la patetica ossessione di una malinconia, e dunque di un’impotenza, ma pur sempre onorevole. È comunque l’epilogo di un naufragio consumato, statuario, a cui l’incontinenza verbale conferisce una parvenza di vita, di movimento, l’illusione di un sussulto organico.

Ma è bene dire che tutto viene a noia, anche la profondità, quando questa diventa un refrain teorico senza smalto né ironia o pause e il genio naturale che la sorregge. E una profondità ininterrotta non solo rende impossibile la vita, ma è anche noiosa e molesta, come può esserlo una creatura petulante… la profondità dei teorici e dei semplici letterati.

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Per quanto si possano amare i libri, vedere una grande libreria nella casa di un erudito provoca sempre un certo sconcerto, ad alcuni di noi almeno. Il brivido dettato da un luogo dove non cresce più il reale e dove regna il favore di una ricchezza tutta Spirituale: la sontuosa cattedrale di una debolezza, l’avventura umana di un delicato.

Un paradosso fisiologico davvero tollerabile nei creatori, nel genio.

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È innegabile che l’avventura dell’erudizione sia per molti aspetti una sciagura, il balocco di un orfano del reale, il più delle volte. La prova l’abbiamo quando guardiamo negli occhi un erudito… è indubbio che in qualche modo egli sarà, in tutto e per tutto, la fragile versione secolare del monaco medioevale, i miasmi claustrali dell’ascesi dalla vita, perfino quando dovesse lui stesso criticare i maniaci dell’Intelligenza.

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Nel migliore dei casi, l’avventura di colui che è solo un erudito assomiglierà a uno splendido veliero che non prenderà mai il mare, che non vedrà mai il mare aperto o le onde furiose del reale… è l’infinito guardato dalla terra ferma o l’ignoto coattato verbalmente, e dunque riportato al noto uno stupefacente pletorico e un turbamento addomesticato.

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La Cultura – che ci nutre e ci distrae per evitare la nostra ribellione – è un disinnesco cognitivo del reale, una commedia del teatro della conoscenza al fine di separare la vita dalla morte; e l’intelligenza critica come paralisi del pensiero profondo, vitale, è la forma più raffinata di aggressività contro la vita che la modernità abbia mai prodotto, dopo le religioni dell’ascesi.

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Poche cose sono detestabili come vedere un critico, fine scrittore e bibliomane accanito… ovvero un flâneur TUTTO intellettuale… una Testa che cammina… atteggiarsi con il genere di spiacevolezze che appartenevano al suo idolo Rimbaud, un poeta.

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Vezzo fatale, e ahimè frequente, farsi ritrarre in posa attorniato dai libri della propria biblioteca è votare un monumento al simbolo della propria decadenza, biologica e fisiologica, o metafisica. A meno di non trovarsi di fronte a un genio, l’esibizione della propria erudizione libresca è la fierezza dell’imbecille ormai felicemente ignaro del segreto della propria natura. In genere vi indugia lo spirito di second’ordine, anche se talvolta di rango.

I libri dovrebbero sedurre e disgustare allo stesso tempo, per quello che rappresentano. Chiunque si trovi completamente a suo agio in mezzo a loro, come in mezzo alle parole, dal punto di vista spirituale è uno zero per noi.

Al contrario, benché amandoli, c’è chi si vergogna dei propri libri… è il pudore del peccato originale.

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Si possono amare la letteratura, la scrittura, i libri e allo stesso tempo detestare il tipo antropologico a cui danno luogo.

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Si può essere grandi lettori entusiasti, più spesso, anche solo per tristezza, per un’accidentale frattura nella fisiologia.

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I maniaci dei libri fanno spesso l’effetto di chi non ha il coraggio di confessare pubblicamente: “I miei migliori amici sono i libri”, il loro esclusivo colloquiare con i morti o con una cultura anemica. Ovviamente c’è un che di patetico e di triste in tutto ciò. Ma si intravede il misterioso movente di tale passione: la sovranità, il privilegio di un dialogo esclusivo con se stessi e le eccezioni di rango che affollano le antologie e la Storia. È la promessa del nostro piccolo assoluto, della conquista della solitudine. Ma è la conquista dei maniaci dell’intelligenza, nel migliore dei casi, e non quella dei poeti e dei creatori: è la solitudine cartesiana, in fondo, e non quella pascaliana. È “l’anima sceglie i suoi compagni, poi chiude la porta” della Dickinson ridotto alle filosofiche tigri di carta.

Le personalità complicate – pallidi sensuali a rimorchio della linfa altrui – sono sempre sedotte dalle personalità complesse, sebbene non abbiano il loro coraggio né la loro incoscienza o il loro genio.

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L’intellettuale è una mente foderata di libri. L’iperintellettualismo critico appare il sigillo del suo limite, oltre il quale si dissolverebbe. È l’orgoglio di una corsa paralizzata dall’erudizione, e la vanità di una creatura priva di paesaggio che infuria dentro il proprio nulla.

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Ci sarà sempre qualche professore che, mediocre e arrogantemente accademico, ti vorrà rimproverare la tua mancanza di institutio, ovvero le catene di una coscienza bibliografica, lo stile della letteratura da note a piè di pagina; ignorando che non tutti sono tenuti a una qualche forma di rigore intellettuale, e che non sempre c’è da perdere nella disinvoltura metodologica, se questa porta con sé frutti maturi e risorse inesauribili. È la frase di T. Landolfi – “anche l’apparente disordine era ordine e coerenza, l’approssimazione vero rigore, il gratuito necessario” (Gogol’ a Roma) – portata alle sue estreme conseguenze, ovvero fuori dalla semplice letteratura e i suoi codici, senza per questo scadere nell’avanguardia.

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L’ardore degradato. Gli scrittori, i critici e i filosofi che sono sedotti dalla potente circolazione tra arte e vita, in genere rivelano il loro trucco pletorico proprio per il loro amore, in fondo, da estetologhi… conoscono solo la tentazione della vita. Per loro la tragedia è una voluttuosa tragedia e non una tragedia pura e semplice: il fetore del reale trasformato in profumo letterario, che si scioglie in una trama vaporosa, immateriale.

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Avere il culto del frammento significa già esserne esclusi, per ciò che più conta. Sedotti in quanto non ci appartiene, non lo respiriamo, lo pratichiamo soltanto eventualmente. È già cosa del: “massima potenza nel minimo volume”, un abuso di consapevolezza letteraria, un genere erudito, una tradizione dotta o una sterile miniatura di universi che rubano alla terra il suo essere terra, e il cuore che sprofonda nella Mente.

Luca Orlandini è nato Roma il 1971, vive a Milano. Per Aragno ha curato e tradotto: B. Fondane, Baudelaire e l’esperienza dell’abisso (Torino, 2013); B. Fondane, La coscienza infelice (Torino, 2016); sempre per Aragno ho scritto un saggio critico: L. Orandini, La vita involontaria. In margine al “Baudelaire e l’esperienza dell’abisso” di B. Fondane (Torino, 2014). Per l’Editore Mucchi ha curato e tradotto la prima edizione critica di B. Fondane, Falso Trattato di estetica. Saggio sulla crisi del reale (Modena, 2014).

5 pensieri su “LUCA ORLANDINI, “VELLEITÀ DELLA MATERIA”

  1. Pingback: LUCA ORLANDINI, “VELLEITÀ DELLA MATERIA” | Giovanni Agnoloni - Writing and Travelling

  2. i testi di critica,saggistica come questo, dovrebbero essere proposti nei blogs letterari ( a mio modestissimo e personalissimo avviso) in una maniera lievemente più breve. Qualcuno è d’accordo?

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  3. E’ una considerazione che ho fatto, prima di pubblicarlo qua, Lucetta. Ma la sua natura di continuo scavo e approfondimento richiedeva questa lunghezza. D’altronde, ognuno è libero di leggerlo fin dove vuole. Ma abbandonandolo perderebbe una buona opportunità di approfondimento. L’approccio di Luca Orlandini può rivelarsi un preziosissimo spunto di innovazione per la critica letteraria. E certi input vanno dati con dovizia di particolari e di argomentazioni.

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  4. So solo che avrei voluto essere dentro e fuori questa conversazione insieme a voi due.
    Come un frammento.
    Grazie Giova, davvero, ma davvero!

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