Sporcabile Mela

la piccola melaSono appena tornata dalla mia quarta visita a New York. L’ultima volta fu 12 mesi prima della demolizione controllata delle torri gemelle, 16 anni fa. Carlo Giuliani non era ancora morto e dall’allegria dei suoi pochissimi anni pensava a un mondo migliore e possibile − che non ci fu, quando tutte le bocche vennero tappate dalla Grande Lacerazione che rimise in moto l’economia mondiale con il warfare. E l’altro mondo non fu più possibile e dovette chinare la testa e riporre la coda tra le gambe. Nulla di nuovo poté più essere incisivo, ci accontentammo di obiettivi piccoli, noi che ci avevamo creduto: decrescita home made, riciclo, riuso, attenzione ai consumi, e altri piccoli speranzosi granelli di sabbia che infiliamo nella clessidra del tempo sperando finiscano anche in qualche ingranaggio.
L’ultima volta a New York − prima di tutto questo e prima di trasferirmi in Svezia dall’Italia − la City mi era rimasta nel cuore, e mi dicevo che sarebbe stato divertente se la vita mi avesse servito sul piatto della casualità un paio di anni di soggiorno lì, per qualche misterioso percorso. Una finestra di vita a Manhattan, mi immaginavo, per vivere un quotidiano così big shot.
La settimana appena trascorsa lì mi ha regalato giornate indimenticabili, e il suo municipio ha ospitato il mio matrimonio con l’uomo più fico del pianeta, e sono grata per questi giorni.

Ma tutto il resto è sparito, e sono stata felice di tornare a casa, nella mia socialdemocratica e civilissima Svezia. Contenta di lasciare quel delirio di consumi, quella tonnellata insostenibile di immondizia inutile di usa e getta: nonostante io sia stata sempre attenta e abbia tentato di stoppare le cassiere prima che mi dessero cannucce, capsule, montagne di salviette, incarti, set di posate di plastica, doppie buste, copri-qualcosa-di-non-necessario in cartoncino, sacchetti, bigliettini da visita e altre inutilità, nonostante il mio zelo petulante accolto di volta in volta con sorpresa e/o irritazione, sono andata via da quella città lasciandomi alle spalle una piramide di immondizia che non sono riuscita a fermare dalle mani veloci di queste precarie cassiere o cameriere che sono pagate una fame persino comprese le mance obbligatorie che le costringono a sorrisi continui e umilianti manifestazioni di stucchevole cortesia. Ragazze che non hanno nessuna possibilità di pagarsi un’assicurazione medica decente, che devono sperare in una salute di ferro. O commessi che dicono a mio marito quanto sia carina la sua giacca per cercare di vendergli una cravatta come costasse due lire, a un prezzo che loro non si possono sognare di spendere per i prossimi vent’anni. E quegli uomini miseri vestiti di color sporcizia agli angoli della Quinta Avenue che tengono in mani vizze cartelli che cercano di istradare i passanti alla laterale per trovare il tal negozio. Gente che non vale niente, spiaggiata sul bordo dell’esistenza, quanto la pagheranno, un dollaro all’ora per comprarsi un panino ammuffito? E sullo sfondo una Times Square che aggredisce come un allucinato parco di televisori maxischermo, pulsanti e volgari, marciapiede su cui si infrangono sempre la maggior parte dei sogni di grandezze inesistenti. E tutto è ancora e unicamente consumo, consumo, consumo, come domani non ci fosse, diovedeeprovvede, quintali di spazzatura al giorno, e l’aria inquinata da migliaia di veicoli. Ma sei turista e te ne puoi anche fregare. Fino a quando sbatti il naso contro gli uomini-sandwich agli angoli delle strade. Sono loro l’ultimo anello della catena del successo.

Foto di Monica Mazzitelli

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