SUL TAMBURO n.17: Paolo Colagrande, “Senti le rane”

Paolo Colagrande, Senti le ranePaolo Colagrande, Senti le rane…, Roma, Nottetempo, 2015

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di Giuseppe Panella

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Senti le rane è un canto tradizionale delle mondine della Bassa che l’oggetto principale della narrazione che costituisce il motivo conduttore del romanzo di Colagrande, a un certo punto, si mette a stonare intervallandolo con poderose bestemmie – una rana che affiora dal pelo dell’acqua gli fa da controcanto gracidando in maniera cacofonica (il richiamo, oltre che all’anfibio in questione, è al coro delle rane nell’omonima commedia di Aristofane indirizzata contro l’opera tragica di Euripide).

«Ma ad ogni modo abbiamo già capito l’atmosfera e infatti è passato all’incirca un minuto come avevo previsto, e Zuckermann continua a cantare: Senti le rane che cantano / io me ne vado via / lascio la risaia / ritorno a casa mia // lascio la risaia / ritorno a casa mia. Bisognava essere lì allora, adesso non si può inventar niente; provando a esserci come se tutto stesse succedendo in questo preciso momento io sento in Zuckermann una voce stonata e badagliera, ma quello che si sa dall’aneddotica è che la voce era forte e disperata, una voce che veniva dall’incubo, il vibrato di un organo da chiesa un po’ scasso, per dire, e qualcuno ha cominciato a sentirlo da lontano e a guardare da quella parte, anche se a Quattrosegole gira poca gente. Badagliera è intraducibile, mi spiace» (pp. 226-227).

Il terzo romanzo di Paolo Colagrande, scrittore piacentino che conta al suo attivo una serie di opere che hanno già conosciuto un certo successo soprattutto di critica, è tutto una narrazione sgangherata e fluviale della vicenda centrale nella vita di un certo Zuckermann, già parroco del paesino di e poi vittima della sua incontinenza amorosa e della sua gelosia. Il nome Zuckermann, di origine palesemente ebraica, richiama immediatamente la figura centrale dei sei romanzi di Philip Roth incentrati sulla figura di Nathan Zuckermann, appunto, personaggio fondamentale e alter ego dello scrittore ebraico-americano. Ma anche i due affabulatori al centro della storia narrata da Colagrande, Gherasim e Sogliani, non sono da meno.

Gherasim fu il servitore più affezionato di Tolstoj che lo accompagnò anche nel suo ultimo viaggio mortale mentre Sogliani potrebbe essere (ma non ne sono sicuro) il nome di un pittore minore fiorentino del Cinquecento o di un musicista modenese operante nel secondo dopoguerra come membro dell’Equipe 84 (notizie raccolte su Wikipedia!). Io propenderei per quest’ultima attribuzione ma non si può dire in questi casi.

I personaggi del romanzo di Colagrande, allora, sono tutti figure letterarie anche se simulano di essere presi dalla realtà. Anche il loro modo di parlare è ripreso dai cascami di tanti altri discorsi che utilizzano i linguaggi più diversi (dallo scientifico al politico al gergo giornalistico alla rapsodia poetica). Ne risulta una ben ragionata vertigine linguistico-narrativa che è uno dei massimi pregi del libro. Colagrande non è tanto un “lunatico” alla Cavazzoni nella cui genealogia purtuttavia può essere inscritto quanto un “affabulatore” alla Gianni Celati prima maniera (quello delle Avventure di Guizzardi o di Lunario del paradiso piuttosto che delle Storie dei pascolanti o di Cinema naturale) perché, nella dispersione linguistica in cui il discorso si incammina, le espansioni elaborate del desiderio si manifestano in maniera non tanto allucinatoria quanto conseguentemente articolate sulla base di causa ed effetto. Il fatto è, però, che alla fin fine sia la causa che l’effetto risultano del tutto arbitrarie e si fondano all’interno della creazione di una dimensione parallela del mondo in cui essa può ritrovare una sua verità accettabile e comprensibile. Solo all’interno del meccanismo della fabulazione di Gherasim e Sogliani tutto quello che viene raccontato acquista una dimensione almeno larvatamente credibile dato che è tutto il dispositivo della narrazione ad essere racchiuso al suo interno.

Non è mai la questione di una possibile verità ad essere messa in gioco. Ciò che Gherasim dice e Sogliani talvolta contesta con grande stizza del primo non è la verità di quanto è accaduto a Zuckermann – è l’allucinazione vera tramite la narrazione strabordante e arricchita di particolari spesso assurdi e impossibili di una vicenda che altrimenti sarebbe ben banale.

Che cosa fa, in soldoni, Zuckermann? Ebreo di nascita e allevato nella religione dei suoi padri, si converte al cattolicesimo per effetto di un preteso miracolo (essere sopravvissuto a una micidiale curva a U presa dal cugino Jazo durante una corsa in macchina troppo spericolata). Ma non si limita a farsi cristiano: prende i voti e diventa sacerdote dopo aver frequentato il seminario. Spedito a Zobolo Santaurelio Riviera (improbabile località balneare) da un altrettanto improbabile porporato denominato Ballabieni Dellostrogolo che lo considera il suo più importante successo nel campo della sua attività di religioso, Zuckermann cede al “demone meridiano” di cui ha letto nell’opera di Evagrio Pontico dedicata ai Sette spiriti della malvagità (e cioè i sette peccati capitali di cui il santo monaco fu il primo ricostruttore teologico) e si innamora di una ragazza procace e senza troppi scrupoli, tale Romana Bonifazzi, la cui casa è vicina ala colonica. L’amore fisico conquista la mente del prete (già in odore di santità) e lo rende felice in un primo tempo; poi i morsi della gelosia e la consapevolezza dei tradimenti della ragazza con un fusto locale (l’improbabile a sua volta Ilario Flisi di professione trattorista) lo spingono a un tentativo, anch’esso poco chiaro nei propositi finali, di far giustizia dei fedifraghi con l’aiuto di una micidiale spingarda custodita in un cantonale della condotta. Tutto questo è opera del diavolo sotto veste della perpetua Dianora (come in sostanza concludono Gherasim e Sogliani) o è soltanto una storia di provincia come tante?

«Diciamo, ribatto a Sogliani, che non è mai quello che viene naturale pensare, ogni volta è sempre un’altra cosa, inutile mettersi a spiegare il brusone, la spiegazione è nel mistero universale ma cosa vuoi mai, bisogna saperci pescare dentro. Cioè, dice Sogliani, è una di quelle cose che se cerchi di spiegarle sparisce il concetto, non so come dire, si capiscono da da da, non so da cosa, diocariòla. Si capiscono dal suono della parola, dico a Sogliani. Ecco Gerasim, mi fa Sogliani, si capiscono dal suono della parola» (pp. 331-332).

E anche che cosa sia questo romanzo di Colagrande è inspiegabile come lo è il brusone, se non si vive la sua esperienza come quella della forma più impalpabile ma micidiale di melanconia serotina da esorcizzare con l’esercizio incontrollato e irresistibile delle parole…

 

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