Il naso di Gogol’, anima tormentata

Gogol'
di Augusto Benemeglio

1. Celebrazione della “nasità”

C’è stata, qualche tempo fa, una sorta di celebrazione della “nasità”, al Teatro della Tosse di Genova, da parte di un regista teatrale di origine salentina, Tonino Conte, che riunisce in uno spettacolo tutti i grandi nasi della storia, da Marziale (“Avevo due cose lunghe: una era il naso. Ora ho solo il naso”) a Publio Ovidio Nasone, da Cyrano a Pinocchio, infine a Il naso di Gogol’, famosa novella scritta centottantuno anni fa, che è stata rappresentata in mille salse ( Sciojstakovic ci ha scritto perfino un’opera lirica), ma pochi sanno che il celebre racconto è scaturito da un fatto vero, che era accaduto pochi mesi prima, proprio (guarda caso) a Genova. Un chirurgo italiano, Giuseppe Cesare Molinetti, aveva utilizzato una pagnotta ancora tiepida per trasportare un naso da ricucire sul volto del legittimo proprietario e la prodigiosa operazione era pienamente riuscita. Il clamoroso esperimento di rinoplastica aveva avuto immediati echi sulla stampa scientifica internazionale ed era giunto agli orecchi di Gogol’, che con quella portentosa e potente immaginazione che si trovava ne fece uno dei più alti e memorabili racconti della letteratura mondiale. Come è noto, Il Naso, unitamente all’altrettanto celebre novella, Il cappotto, – dalle falde del quale, disse Dostoievskij , è nata tutta la nuova letteratura russa – fanno parte de I racconti di Pietroburgo, e costituiscono un’amara e nello stesso tempo divertente satira dell’accidiosa burocrazia russa e degli apparati di tutto il mondo, popolati da personaggi interamente compresi nei loro ruoli e che conducono esistenze inautentiche e povere, qualora privati dei lustrini e degli oggetti che possiedono, o dei gradi che ricoprono. Personaggi per i quali, spesso, qualsiasi imprevisto, più o meno drammatico, si rivela pericolosamente destabilizzante. Non si tratta soltanto dei vizi e delle piccinerie dell’anima russa, ma dei difetti di ciascuno di noi, che Gogol’ ha saputo smascherare con la maestria dell’artista e la finezza del grande psicologo. E in questo universalismo sta, secondo me, uno dei motivi della grandezza dello scrittore russo. Ma, ci chiediamo, com’era Gogol’?

2. Un maestrino di 46 chili

Quando il giovane Turgenev lo conobbe, il 21 ottobre 1851, si trovò di fronte, sia nei tratti che nel portamento, a una sorta di maestrino di provincia, di quarantadue anni. Figlio di un piccolo aristocratico ucraino, bevitore e puttaniere, che aveva la passione del teatro, ( si era fatto costruire un teatro nel giardino della propria casa e vi intratteneva gli amici con recite settimanali in cui faceva il deus ex machina, autore regista attore ) e di una candida maestrina bigotta dalla sessualità repressa, Nikolaij aveva ereditato dal padre il gusto della battuta spiritosa e dissacratoria, dell’osservazione satirica della realtà, ma nello stesso tempo aveva preso dalla madre quella vena di torbido misticismo sensuale che lo spinse precocemente ai limiti della follia. Turgenev esaminò con attenzione i suoi tratti, “i capelli chiari che dalle tempie scendevano dritti, come li portavano solitamente i cosacchi, che s’erano fatti più radi; i piccoli occhi castani dai quali sprizzava un’aria allegra e beffarda, il naso lungo e appuntito, che conferiva alla sua fisionomia qualcosa di astuto e di volpino”. Ebbe un’impressione sfavorevole dalle labbra “turgide, molli, sotto ai baffi tagliati corti: nei loro contorni indefiniti s’esprimevano i lati oscuri del suo carattere”.
In realtà, Gogol’ mascherò il suo vero stato. Era magrissimo, ridotto ad un’ostia consacrata, pesava quarantasei chili, continuamente ossessionato dal tema della morte e dall’idea della risurrezione, di cui parlava tutti i giorni con il suo confessore, padre Matevej Konstantinovskij, che gli aveva consigliato di abbandonare la letteratura. Pativa tutti i tormenti possibili – fisici, spirituali e morali – che un uomo della sua esasperata sensibilità potesse provare. Pochi giorni prima aveva scritto al suo amico Zukovskij – l’unico che gli fosse rimasto – che si sentiva malissimo: “Tremo tutto , ho sempre freddo… la faccia è divenuta color verderame, le mani nere, ho un tremendo terrore della solitudine… Non ce la faccio più a scrivere… ”. E poi al suo confessore: “Venite a darmi sacramenti, sto morendo”.

3. Il riso di Gogol’

Dov’era finito il famoso riso di Gogol’ che aveva creato la tradizione della satira grottesca in Russia e che costituirà un prezioso singolare filone della letteratura nazionale, e sarà all’origine del grande realismo umanitario, con la rappresentazione dello squallido sottobosco impiegatizio popolato di eroi dalle mezze maniche? Gogol’ aveva scritto come sotto ipnosi, dando corpo e peso alle figurazioni abnormi della sua fantasia e della sua contorta psicologia, con il suo miscuglio di incertezza e orgoglio, di grigi complessi ( non ultimo quello di essere un omosessuale represso), e di impennate metafisiche. Gogol’ ricomponeva in singoli dettagli brandelli autonomi e sconnessi della vita del reale, e li trasportava in un sovramondo fantasticamente caotico e al tempo stesso coerente, reso attraverso i più sottili artifici del grottesco. Spunti di tipo gotico, deformazioni icastiche, esiti talora barocchi, dissonanze spirituali, la forza della dissacrazione delle convenzioni e dei miti stratificati nella cultura europea, tutto un universo caotico e surreale che affascina, e inquieta. Era un cercatore di parole, un immenso ragno nottambulo che s’aggirava negli scantinati e nei sotterranei di Pietroburgo per attirare i suoi personaggi-mosche e insetti nelle trame delle sue storie e lo faceva con l’implacabile esilarante geometrica perfezione del genio creatore che si rimira le proprie figurine animate, li esemplifica e li fissa per sempre sulla pagina scritta. Dotato di una straordinaria presa fisica sulla materia narrativa, teso a riprodurre con funambolistici espedienti metrici e mimetici l’irripetibile evidenza del linguaggio parlato, Gogol’ discopre l’altra faccia della luna, il mondo della gente senza lustro, degli impiegatucci, dei mercantucci, dei nobilucci di provincia, e a quel mondo dà voce e colore, ma lo fa mescolando la buona farina umanitaria con il liquido velenoso dei suoi umori grotteschi. Quello che non era riuscito a sopportare nel breve periodo in cui aveva fatto lo scrivano al Dipartimento dei Beni Patrimoniali era la “poslost’”, ossia la volgarità umana, la mediocrità autosoddisfatta.

4. Le anime morte

E allora ecco uscire dalla sua penna insieme a un gruppo porcino, un fermacravatta a forma di pistola, tracce di mosche su quadretti, immortali campioni della meschinità compiaciuta come Cicikov, che se ne va con la sua carrozza alla ricerca di “anime morte” mettendo in fila tutto un campionario , una parata di personaggi di abissale grettezza; e poi imbelli e arroganti manichini , dissacranti clown di un immenso circo degli orrori, che riveriscono sedicenti Ispettori generali, sullo sfondo di una Russia triviale, col suo popolo vuoto e fatuo, anime morte che ne popolavano le strade e città, prive di stupori e di sentimenti elevati, l’invadenza del male e dell’elemento demoniaco, il soffocamento di sentimenti e aspirazioni, la vecchiaia, la desolante morte dell’anima e l’agghiacciante dilagare del vuoto.
Tutto ciò aveva fatto esclamare al grande Puskin: Dio mio, Nicola, voi siete un genio, ma quant’è triste la nostra Russia! I personaggi di Gogol’ venivano immessi in un panorama letterario in cui fino ad allora aveva dominato la sacralità del bello, del nobile, dell’eroico, del grande, con esclusione di tutto ciò che era il quotidiano, il banale, il minimale, il naturalistico. E ora da quell’impasto ne era uscito qualcosa di inatteso che aveva sconvolto lo stesso autore. Il suo voleva essere “un messaggio di rigenerazione e di salvezza per la Russia”, e invece ne era venuta fuori una prodigiosa costruzione verbale, pagine bellissime, grottesche e desolanti al di là di ogni sua intenzione di satira e di denuncia, perché desolante era la sua realtà interiore, che nello scrivere lo condizionava e gli prendeva la mano .

5. Il revisore

Era sconcertato, sgomento di fronte alle critiche di coloro che non avevano apprezzato nel Revisore la messa in ridicolo di personaggi che avevano in qualche modo avvertito troppo simili a se stessi : “Tutti sono contro di me – scrive all’amico Kutzoskij -, funzionari attempati e rispettabili gridano che per me non c’è nulla di sacro se mi permetto di parlare in questo modo di gente in servizio e anche i poliziotti sono contro di me e anche i mercanti e i letterati sono contro di me. Bestemmiano e vanno a vedere la commedia. Adesso capisco che significa essere uno scrittore comico”. E più tardi, accorato: “Mi grava sull’animo un tale turbamento, una tale angoscia … il mio lavoro mi appare strano, repellente e come assolutamente non mio”. Il suo intelletto razionale era inadeguato al suo genio, dotato di una capacità sovrumana di fantasia creativa; le sue idee e i suoi ideali erano le idee e gli ideali della sua famiglia provinciale. La sua non era satira oggettiva, ma soggettiva, i suoi personaggi non erano caricature realistiche del mondo esterno, ma caricature introspettive della fauna generata dalla sua stessa mente, erano esteriorizzazioni dei suoi propri vizi, della sua propria bruttezza, erano satire di sé, della Russia e del genere umano solo in quanto la Russia e il genere umano riflettevano quel sé.
Un tempo aveva detto che le sue parole erano investite di un potere superiore, che la sua impresa era salvifica, che era stato Dio ad ordinare i suoi lavori; ora non crede più nell’arte, si sente un fallito, non riesce a proseguire la seconda parte del suo poema Le anime morte ( una sorta di purgatorio, di purificazione), e pensa che lo stesso Dio possa ordinargli, da un momento all’altro, di distruggere tutte le sue opere

6. Il rincoglionito

Ricorda per un attimo lo sgomento, l’amarezza, la tristezza che provò alle parole di Puskin, il suo grande maestro e amico, dopo aver letto i primi capitoli de Le anime morte. Allora avrebbe voluto dirgli: “Non vi siete accorto, Alexander, che scherzavo, che si trattava di una caricatura e di una mia propria invenzione!”. Invece ora si rende conto “del significato di una cosa presa dell’anima e in generale di una verità dell’anima e dell’aspetto terrificante che l’oscurità e la spaventosa assenza della luce possono assumere in un uomo”.
Decide di rivolgere al mondo direttamente il suo messaggio morale con cui presume di fare opera assai più preziosa per la salvezza dell’uomo. Mette a tacere la corda pazza del suo eccezionale talento per pizzicare quella della sua mediocre, fumosa intelligenza di teorico e ne esce qualcosa di abominevole. Brani scelti dalla corrispondenza con gli amici, che non è un estratto di lettere autentiche, ma il messaggio di Gogol, l’invito a sottomettersi con umiltà al potere, al sistema, a ubbidire, ad annullarsi, a vedere l’utilità perfino delle punizioni corporali e ad accettare la propria condizione sociale nel rispetto dell’ordine costituito: il tutto in nome di Cristo. L’autore, che col suo eccezionale talento e intuito aveva colto e magistralmente descritto una società disperante come quella dell’ispettore e delle anime morte, ora sapeva soltanto proporre la sottomissione e l’accettazione incondizionata di quello stesso ordine che aveva smantellato.
Non è difficile immaginare quale fu la reazione delle tante anime in attesa, degli idealisti che avevano creduto di riconoscere in lui l’uomo di punta del movimento di riforma. Tutti gli amici di un tempo gli scrivono lettere piene d’insulti, che come minimo lo definiscono “rincoglionito”.

7.Brucia i suoi quaderni

Profondamente ferito, Gogol si rinserra sempre più in se stesso e nella verità della religione, ma quanto più si costringe a pratiche pie a pellegrinaggi in terra santa, a rinunce e digiuni, tanto più avverte l’impotenza del suo spirito che non sa trovare un vero anelito a Dio. (“Ho persino l’impressione che in me non ci sia affatto fede; riconosco Cristo come Dio uomo solo perché è il mio intelletto a suggerirmelo” ). Vincendo la sua misoginia e il timore del sesso, la ripugnanza del femminino, pensa di farsi una famiglia e fa la proposta di matrimonio alla contessa Anna Michajlovna V’el’gòrskaja , ricevendo un netto rifiuto. Ciò sconvolge i suoi nervi: “Mi consumo tutto dal dolore, mi affliggo e soffro non solo nel corpo, ma anche nell’anima”. Dopo quest’ultimo rifiuto , si rinserra nelle sue pratiche religiose e nei ritiri spirituali , chiedendo allo starets Makarij di essere accolto come monaco. Ma anche questo gli viene rifiutato. Tutto è fallito, rimane solo la scrittura, la Letteratura, per cui aveva vissuto, gli rimane la seconda parte de Le anime morte, in cui avrebbe dato una nuova spiritualità alla Russia ( “Prega per me, affinché il mio lavoro sia davvero coscienzioso e affinché almeno io in qualche misura sia degno di cantare l’inno alla bellezza celeste”, scrive al suo amico Zukovskij ), ma nella notte tra l’11 e il 12 febbraio 1852 dà fuoco ai quaderni con la bella copia del secondo volume delle anime morte, e mentre le fiamme divorano il frutto degli ultimi anni di lavoro, delle sue ultime angosciose fatiche, Gogol’, per la prima volta dopo tanti anni, ritrova il sorriso della giovinezza perduta e con la mente allucinata, guardando il fuoco che sta compiendo un’opera di purificazione esclama : “Le mie parole sono state un’offesa alla verità, un insulto al Signore, niente di quanto ho scritto merita di essere conservato, peccato che non possa distruggere interamente la mia opera, ma a questo penseranno i posteri. Io ho fatto quel che ho potuto, ho dato un esempio.

8. Anima tormentata

E quella notte finalmente dorme tranquillo, ma subito dopo la distruzione delle sue creazioni, il pensiero della morte diventa qualcosa di prossimo, di necessario e di ineluttabile che gli si infigge profondamente nell’anima, e non lo lascia nemmeno per un istante. Ancora più debole, più cupo, disperato, non esce più dalla sua stanza, non vuole vedere nessuno, sta seduto da solo in poltrona per intere giornate, in vestaglia, con le gambe appoggiate su una sedia dinanzi al tavolo. “E’ dunque necessario morire – disse -, ed io sono già pronto”. A partire dal 13 febbraio rifiuta il cibo, beve solo vino con acqua e prega molto e lungamente. I medici lo torturano con bagni di acqua fredda sulla testa, gli applicano dei senapismi, delle mignatte e degli impiastri vescicanti sulla schiena, aumentando le sue sofferenze. Poco prima di morire, alle otto del mattino del 21 febbraio 1852, grida: La scala, presto, la scala!… E subito dopo spira. Era un’anima alienata, consapevole della propria scissione, infelice e incapace di accettare una qualsiasi forma di armonizzazione con il mondo, un’anima che conosceva solo la nostalgia di un mondo che non era mai esistito e che al cospetto del futuro era fragile e indifesa, incapace di sopportarne la violenza. La morte ha risolto tutte le tensioni, ha armonizzato gli opposti e placato finalmente il tormento della sua anima.

Roma, 9 maggio 2016

2 pensieri su “Il naso di Gogol’, anima tormentata

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