Flavio Ermini, Il giardino conteso

Ermini
di Rosa Salvia

“Il giardino conteso” di Flavio Ermini è un saggio complesso, mirabilmente argomentato che si articola in sei parti, dedicate ciascuna a un momento specifico della contesa in atto fra essere e apparire: La natura dell’apparire; La realtà singolare delle cose; L’esperienza dello smarrimento; Sotto l’inchiostro; L’altrove poetico; Il giardino conteso.
La parola-chiave che può indurci ad entrare cautamente nella poliedrica tela di ragno delle interpretazioni del confronto fra essere e apparire è ‘contesa’ volutamente in antitesi al sostantivo ‘giardino’, metafora “che racchiude i morti e i viventi, essere e apparire, fiori e pietre”. (p. 11).
Scorrendo le pagine del libro, mi pare di cogliere subito che l’essere non sia, nella lettura di Flavio Ermini, la grande illusione dell’introspezione che predica e pratica la cecità di Edipo ad esempio. Edipo si interrogava su chi fosse veramente, come se si potesse trovare il nostro vero essere, con la riflessione che si autointerroga. Questa sorta di superstizione terapeutica poggia sulla fallace credenza che l’essere possa venir redento soltanto con l’introspezione attiva nello specchio della mente. Ma gli specchi dicono solo mezze verità. Il volto che ti vedi allo specchio misura la metà delle dimensioni del tuo volto vero, è solamente la metà di quello che presenti e che gli altri vedono.
“Ma forse l’essere umano”, sottolinea Ermini, “ancora non è in grado di sopportare intorno a sé e in sé l’essenza della natura: il puro scaturire che nella contesa con il tutto indiviso costituisce la vera sostanza del principio”. (p.11)

Bisogna dunque partire dal tutto indiviso al fine di cogliere il senso profondo della ‘contesa’ fra essere e apparire tornando all’inizio della grecità, ai pensatori presocratici, all’ Essere parmenideo, all’apeiron di Anassimandro, quell’indistinto in cui “c’è l’apertura di tutto l’essere, c’è l’unione con le forze che reggono il mondo”. (p.20) E a tal proposito Ermini ci pone di fronte ad una riflessione ‘illuminante’: “Sarà proprio tra l’apeiron e l’inizio della storia che Vico porrà un’urna cineraria.
Quell’urna non appartiene all’indistinto, né all’esordio della vita (ovvero non appartiene al caos arcaico, né appartiene a noi). Non appartiene peraltro alla storia perché ne è l’atto fondativo. Non per caso lì, proprio su quel confine, al margine estremo dell’ingens sylva, Hegel inscrive la lotta per la vita e per la morte”. (p. 20) E ancora: “[…] Non si va da nessuna parte con le testimonianze storiche. Se vogliamo che lo spirito delle origini germogli intatto, è necessario andare oltre l’urna cineraria, a ritroso, risalendo la caduta, verso l’indistinto e il caos arcaico”. (p.20)

Ritorno al principio da cui emerge anche il ‘pensare poetico’ dei primi pensatori, con l’avvertenza, mi pare di cogliere fra le righe, che i greci si siano foggiati questo “pensare poetante” in intima connessione con l’essere e l’esserci. Ciò a mio avviso è evidente nella tragedia: ad es. nel Coro dell’Antigone di Sofocle, nell’ “incamminarsi verso l’essere”, si ha il “ritrovarsi” della parola, del linguaggio. Il problema dell’essere include nei ‘pensatori aurorali’ la “fondazione dell’esserci”. L’Edipo re sofocleo viene considerato da Heidegger, di cui echi e suggestioni aleggiano spesso in queste pagine, come la tragedia dell’apparenza, intesa nel senso eminente di dominare il rischio dell’apparire, per quella di una più profonda manifestazione dell’essere nella sua intima natura. E Flavio Ermini riconosce ad Heidegger il merito di aver posto nell’evento tragico il fondamentale rapporto fra essere, uomo, linguaggio, apparenza. “La contesa” non è che il prodotto di un errato concetto di ratio, estraneo al pensiero dei primi pensatori, nei quali il rapporto all’essere è inteso in modo problematico, contro, dunque, le deduzioni metafisiche e ontologiche che si sono operate in seguito, a cominciare da Platone e Aristotele.
La tragedia dell’apparenza si manifesta già al momento della nascita che Ermini vede come “esilio destinale”. La nascita “è quanto ci ricorda Oreste quando si rivolge alla madre, a Clitemestra, rimproverandola: “Nel partorirmi mi hai gettato nell’infelicità”. (p. 22)
Il nostro essere autentico è dunque “un essere per la morte” per dirla con Heidegger.

Se ci fosse un nesso positivo e non conflittuale fra essere e apparire significherebbe porre un oggetto del pensiero; e ciò che si pone, ciò che è “positivo” non coincide mai con l’essere. Solo ciò che è racchiuso nei limiti dell’empiricità e dunque di ciò che appare si pone, e si presenta hic et nunc, come “la realtà singolare delle cose”.
Come Heidegger Ermini è convinto che sia necessario adottare il metodo fenomenologico, la rappresentazione delle cose che ci appaiono nel quotidiano per trarne una ontologia: ossia per uno studio dell’essere in quanto essere, non più condotto attraverso l’esame di essenze che si offrono come oggetti alla mente, bensì attraverso l’analisi di situazioni esistenziali. L’essere è per dir così, sovraessenziale, e non si presenta come un oggetto alla mente: appunto perciò si può trovarlo soltanto scavando il senso dei fenomeni, in apparenza, più insignificanti dell’esistenza.
L’essere totale, per la coincidenza degli opposti è per noi come ‘la tenebra’ e su questa, come peraltro su qualsiasi altra riflessione, Ermini si esprime con un’abilità letteraria, direi senza alcun dubbio poetica, nel far emergere ‘l’abisso di tenebra’ dagli atteggiamenti dell’esistenza, della vita quotidiana. “Viviamo nell’ orrore di un declino che inizia fin dal primo istante della nascita per condurre all’incontro con la pietra.
Siamo pure parvenze dell’ombra. Siamo catapultati nell’esistenza, ma dall’ombra in realtà non possiamo mai davvero fuoriuscire e finalmente essere qualcosa. L’ombra fa da suggello all’insensatezza della vita: Nemmeno la fine rende più credibili gli inizi. La verità della caduta si afferma nel silenzio che il dire tragicamente custodisce”. (p.104)

Ma non c’è alcun compiacimento nel vedere l’apparenza delle cose sotto una luce fosca, o tragica, o ambigua, né alcun desiderio di proporci una filosofia della crisi e dell’assurdo. Lo scopo che Flavio Ermini persegue è quello di far emergere l’essere nel solo modo in cui può autenticamente manifestarsi, e cioè restando ancora sempre, per un aspetto, celato. Di qui il senso profondo della contesa che inevitabilmente ci porta a vivere l’esperienza di smarrimento, perché io non posso esistere altrimenti che in una situazione per certi aspetti inoggettivabile. “Siamo tutti imbarcati su zattere comuni, destinate al naufragio, lontano da ogni possibile approdo. Il destino umano è fatto di dolore, un dolore quale immaginiamo possa essere stato un giorno quello di Edipo o quello di Gesù.” (p. 234)

A ben pensarci però, “lo smarrimento”, l’angoscia mortale (già sapientemente ‘raccontata’ da Kierkegaard) che viviamo nel nostro tentativo di attraccare all’essere, ha anche implicanze ‘paradossalmente’ positive. Esso ci fa cogliere in primo luogo “la trascendenza dell’essere”, dandocene la certezza perché, rispetto ad essa, naufraghiamo. “Gli esseri umani svaniscono in quell’orizzonte che si trova al limite della vita, dove l’avvento del deserto tutto fa apparire marginale e irrilevante.
Camminiamo. Irretiti nella trama dell’illusione, andiamo verso il “giardino dell’infelicità” leopardiano, dove il cantico delle creature è rovesciato”. (p.180)
In secondo luogo, impedendoci di assolutizzare le forme in cui personalmente pensiamo, lo smarrimento ci dissuade dall’imporle come una struttura necessaria della ragione.
Dapprima – il passo si muove incerto / Nella notte inattesa – // Poi – lo sguardo si adatta alle tenebre”. Dickinson (p. 89)

Solo trent’anni prima di Heidegger, il poeta Rainer Maria Rilke aveva espresso una sorta di filosofia dell’esistenza, soprattutto nell’ultima fase della sua produzione artistica, in cui la contesa determina nell’uomo orfico una scissione insanabile, una “cesura” senza dialettica.
Flavio Ermini riconosce il suo debito verso Rilke così come verso Hölderlin il cui essere “assumeva il nome di Wildniss, “la terra selvaggia, arcaica, sulla quale mai il piede dell’essere umano si è posato”. (p. 167)
Diversi e affascinanti poi i riferimenti ad altri poeti quali Novalis cui Ermini dedica splendide pagine dal titolo “Il polline di Novalis”, pagine in cui fra l’altro scrive: “La voce senza centro annuncia lo stupore del nascondimento da cui tutto sorge. È un “fra”: una voce sospesa, in bilico, fra una voce anteriore e una a-venire. È la registrazione di una voce che non si darà mai in presenza”. (p. 186) , e ancora a poeti quali Trakl e Schiller ( il poeta dell’ “anima bella” che lo stesso Kant, nell’ultima parte de “La Critica del Giudizio” ritenne fra i principali antesignani del Romanticismo tedesco). Di quest’ultimo, prima di addentrarsi nella parte quinta del saggio “L’altrove poetico”, Ermini cita questi versi: Non basta che inizi qualcosa che ancora / non c’era; deve prima cessare qualcosa / che c’era. (p. 171)
Di qui la necessità della pratica dell’esodo “costitutiva per chi cerca la propria identità. Ovvero: quando l’identità viene minacciata è necessario vivere fuori casa. […] E’ il gesto dell’esodo biblico; quando il popolo ebraico – invece di sottomettersi al faraone, o semplicemente d’insorgere contro un potere iniquo – sceglie di abbandonare la casa della schiavitù e sperimentare forme inedite di autogoverno: sceglie di costruire un modello nuovo di realtà”. (p. 135)
E ancora: “[…] Siamo tutti esuli. Manca una patria. Non solo l’essere umano non ha casa nel mondo, ma la sua stessa anima non può essere una casa per nessuno. Cioè non potrà mai essere per nessuno una patria. Quando dunque si è a casa?
Nell’essenza del linguaggio, risponde Levinas, precisando: “L’essenza del linguaggio è amicizia e ospitalità”. (p. 138)
Dunque accoglienza e comunicazione universale della parola poetica indecisa fra bellezza e verità, (p. 182), “nero dell’inchiostro” che sono “un po’ come incidere sulle pietre… e tornare ad affidare il proprio destino alla phisis; un po’ come riconoscere sulla superficie delle pietre l’oscuro sottosuolo dell’originario sentimento universale […]” (p.170)
“Ingiunge Wittgenstein: “Dobbiamo dissodare l’intero linguaggio.” Lo sa chi scrive, quando va incontro al luogo della mancanza, e parla di volta in volta nell’esaurimento o nell’estenuazione del suo stesso linguaggio”. (p. 181)

Infine, lasciandomi trasportare dall’ originalità e levità di pagine, talora vere prose poetiche (basti fermarsi sulla sospensione spettrale che trasmettono le intense e toccanti dell’ultima parte del libro: Il giardino conteso), mi ritorna in mente il film Stalker (1979) del grande regista russo Andrej Tarkovskij, liberamente ispirato al romanzo Pic nic sul ciglio della strada (1972) dei fratelli Strugackij, peraltro fra gli sceneggiatori del film.
Lo Stalker è una sorta di mediatore tra coloro che vivono dentro e coloro che vivono fuori la “Zona”, un luogo strettamente sorvegliato militarmente tanto forte e potente è il nucleo energetico presente al suo interno dove chi riesce a penetrare si trova di fronte a una mutevolezza spettrale che inganna e ferisce talora mortalmente.
Come non pensare perciò all’analogia con “Il giardino conteso”?
Tarkovskij rinuncia a offrire una risposta chiara (ovvero concettosa) e definitiva: La Zona trova in se stessa il suo significato. Al centro del film, così come nel saggio di Flavio Ermini, vi è sempre la questione del rapporto fra essere e apparire, tra visibile e invisibile che riporta entrambi all’ambito di quella verità dell’immaginazione tanto cara a Keats così come al nostro Giacomo Leopardi, per cui alla domanda sulla natura dell’essere, dell’invisibile, la risposta non può essere chiara. Tutto rientra in una totale precarietà ermeneutica.
Nel film due uomini: il Professore (un fisico-chimico come Mendeleev) e lo Scrittore vengono condotti dallo Stalker nella Zona perché esprimano un desiderio riguardante l’umanità tutta al fine di anelare ad una possibile salvezza; ma entrambi, al termine del viaggio si scopriranno, al contrario “disperati”.
La questione del confine, della “soglia” fra essere e apparire anche nel film di Tarkovskij chiama in causa l’essere umano quando si trovi di fronte al più profondo se stesso che è anche, nel contempo, altro da sé. Di questo “altro” sempre mutevole, del quale non si sa con certezza se sia o meno rappresentabile nel suo mutare di stato, mentre il film tenta, attraverso la pellicola, di cogliere la trasformazione nei momenti in cui essa si dà, Flavio Ermini, con lo stesso scopo, prova a coglierne il senso attraverso il paziente ascolto della parola poetica. Ma “l’ascolto non può essere un’opinione (“Le opinioni umane” ci svela Eraclito” sono un gioco di ragazzi”) […] (p.210).
“C’è un permanente movimento nell’ascolto: una nuova fonte affiora alla foce. Il sentiero non porta a destinazione, ma a una soglia. Solo quando noi ci interrogheremo sui movimenti di scrittura della parola poetica sarà possibile far parlare l’opera nella sua produttiva frammentarietà in un’altra lingua”. (p.210)

Dunque la parola poetica si frantuma, si sgretola, si misura con il proprio tempo non per cambiarlo, come sottolinea lo stesso Bataille, ma per crearne un altro e un altro ancora, oserei dire, e tutto rimane enigmatico, sospeso:
vanno mutandosi in piccoli uccelli le creature del sottosuolo
nell’ esporsi alla molteplicità dei nomi che testimoniano
la natura apparente di questo luogo popolato da animali
che assumono colorazioni diverse non appena li raggiunge
lo sguardo smarrito dell’uomo che in catene patisce ogni pena
(.p. 227)

Flavio Ermini, Il giardino conteso, Moretti & Vitali, 2016

4 pensieri su “Flavio Ermini, Il giardino conteso

  1. Pingback: Flavio Ermini, Il giardino conteso — La poesia e lo spirito | alessandrapeluso

  2. Interessante…
    Lo smarrimento dovrebbe però essere temperato. Sopportabile. Sperimentare l assenza totale di appigli su cui fondarsi è una pericolosa porta aperta verso la follia. Non solo non ci si può affidare a ciò che si pensa, ma si è bersaglio di ciò che è pensato dall altro. Credo che nonostante lo smarrimento ci debba essere la sensazione tattile del proprio piede sul suolo, o non si torna più indietro.

    Mi piace

  3. Giustissima questa riflessione! La follia è alle porte laddove la cesura fra “l’essere e l’ingannevole apparire” (citando il sottotitolo del saggio di Flavio Ermini) rimanga irrisolta come nell’uomo orfico di Rilke appunto. Ma la condizione dello smarrimento rimane comunque “una soglia” necessaria da attraversare non al fine di trovare risposte definitive, ma al fine di incamminarsi senza sosta verso possibili vie d’uscita. Il linguaggio universale della poesia è la più bella strada da percorrere che può portarci alla fede in Dio, come da sempre ci suggerisce Fabrizio Centofanti, o lasciarci nel vespaio degli interrogativi. in ogni caso arricchendoci. Grazie di cuore per aver visitato la mia pagina!

    Liked by 1 persona

Lascia un commento

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...