Il malpensante contro il basso impero

ennio flaiano

 

di Nicola Vacca

Ennio Flaiano è stato un talento puro del Novecento letterario italiano. La sua opera, mai asservita e compiacente, ha rappresentato il malessere italico e il male di vivere con un’arguta ironia.

Flaiano non è stato uno scrittore satirico e nemmeno un battuitista. Il citazionismo giornalistico e la vulgata intellettuale non sono riusciti ad andare oltre queste semplicistiche definizioni.

Lo scrittore pescarese continua a essere citato in ogni luogo, pochi davvero sono riusciti a capirlo. È  arrivato il momento di accostarsi all’irriverenza intelligente di Flaiano in altro modo.

L’autore di Tempo di uccidere può considerarsi un pensatore moralista e uno scrittore dall’intuito profetico. Il suo stile essenziale, breve e incisivo, ricorda molto la tradizione inaugurata dai moralisti della seconda metà del XVII secolo: La Rochefoucauld, Pascal, Montaigne.Il moralista si caratterizza  non come artefice di un sistema o portavoce di una dottrina generale, bensì come anatomista dell’interiorità e osservatore dei costumi. Spesso è tramite gli spostamenti del punto di vista della scrittura, più che in virtù di una cultura etica soggiacente, che il moralista interviene nell’analisi lasciandovi la sua inconfondibile impronta stilistica. Il moralista non è un teologo, né un metafisico. Egli si occupa semplicemente della natura umana.

Ennio Flaiano appartiene senza dubbio alla famiglia dei moralisti contemporanei (Cioran, René Char,  Jean Cocteau,  Anatole France). Questi ultimi fanno il cammino inverso rispetto ai moralisti classici: si considerano come poeti e includono nell’esercizio poetico l’interrogazione morale.

Flaiano, che amava definirsi scrittore “non incluso”, usava la forma breve per ferire con le parole, ma anche per polemizzare. Nei suoi libri non si è mai risparmiato. Ha sempre colpito senza lasciare spazio ad alcuna ambiguità.

Adesso che il basso impero sta mostrando il peggio di sé,  forse sarebbe doveroso rileggere le stilettate  di Ennio Flaiano.

La crisi morale che stiamo attraversando  è l’occasione per ripercorrere attraverso i suoi libri migliori il disincanto, l’amarezza, l’ironia e la solitudine di uno dei più grandi scrittori moralisti del Novecento.

Flaiano inforca gli occhiali irreverenti dell’anticonformismo e scrive  per mostrare la sua indignazione nei confronti  delle convenzioni del proprio tempo. Quando intinge la penna nel veleno delle sue considerazioni, Flaiano è consapevole che la scrittura  sarà una compagna scomoda di solitudine. La sua frequentazione non gli servirà  a cercare alcuna forma di compromesso con la società in cui vive.

Ogni suo aforisma andrà a comporre quel frasario essenziale per passare inosservati in un’organizzazione  sociale frequentata da persone che parlano di tutto per non parlare di nulla.

Ennio Flaiano scrive con le armi della satira e dell’ironia, questo è l’unico modo per non essere trascinato nell’accettazione vile di una realtà che gli fa orrore.

La malinconia dell’ autore di Un marziano a Roma aveva trovato nell’esercizio della scrittura il baluardo per resistere al degrado che lo assediava. Come ogni moralista contemporaneo che si rispetti, vedeva nella parola che ferisce, convince e placa il modo migliore per fare i conti con se stesso.

«Chi vive nel nostro tempo è vittima di nevrosi. Per vivere bene non bisogna essere contemporanei»; «Singolarità di un  paese dove si diventa mendicanti per vocazione, dittatori per scrivere e scrittori per farsi coraggio»; «Italia, paese di porci e mascalzoni. Il paese delle mistificazioni alimentari, della fede utilitaria (l’attesa del miracolo a tutti i livelli) della mancanza del senso civico (le città distrutte, la speculazione edilizia portata al limite) della protesta teppistica, un paese di ladri e di bagnini (che aspettano l’estate) un paese che vive per le lotterie e il giuoco del calcio, per le canzoni e le ferie pagate. Un paese che conserva tutti i suoi escrementi».

I grandi polemisti come Flaiano cominciano con l’essere poeti e finiscono per diventare moralisti, che sanno portare alla luce l’assurdo, la miseria intellettuale e gli errori della loro e soprattutto della nostra epoca.

Da Tempo di uccidere a La solitudine del satiro, Flaiano avverte l’ambiguità del nostro mondo e la miseria intellettuale degli esseri umani che comodamente amano vivere nella gabbia dorata di un conformismo che li rende impermeabili a qualsiasi forma di intelligenza.

Giacomo Debenedetti paragona la sua scrittura a un’occhiata effervescente e disinvolta che dal di dentro, dal fondo della pupilla si trasforma in occhiata dell’anima.

Ennio Flaiano è riuscito a essere anticonformista fino in fondo in un Paese in cui le anime belle e i benpensanti amavano rincorrere in maniera servile il potente di turno, preoccupandosi di non scendere mai dalla giostra restando allo stesso tempo concavi, convessi e allineati.

Le geniali intuizioni profetiche di questo grande malpensante mettono a fuoco l’evoluzione perversa del costume italiano  degli anni cinquanta e sessanta. Con largo anticipo individua nelle mode culturali e ideologiche e soprattutto nell’asservimento degli intellettuali al potere  il degrado culturale, civile e morale dell’individuo addormentato dalla società di massa e di un’ Italia che precipita nell’abisso di un punto di non ritorno.

Ennio Flaiano, irriverente scrittore contro, avversario feroce degli intellettuali organici di destra e di sinistra, allergico alle appartenenze e agli opportunismi, aveva capito tutto dell’Italietta di allora, di quella di oggi e di sempre.

«Che cos’è la civiltà di un Paese? L’aumentato benessere, l’istruzione obbligatoria, l’assistenza sanitaria la facilità delle comunicazioni. Tutto questo si paga con la perdita di senso umano. Aumentano non solo  delitti, ma la disposizione a sfruttarli, a imporseli come unico contatto con la società. L’uomo vive nella paura di perdere quello che ha. La famiglia è distrutta, da quando le donne lavorano, i bambini protestano e l’uomo sogna di andarsene».

Ennio Flaiano con occhi malinconici e ironici guarda al declino italiano. Ieri come oggi «la vita di società ha questo di buffo, che ognuno crede di recitarvi  la parte principale».

Lo sguardo laico e disincantato dello scrittore abruzzese, che sa essere un consapevole uomo in rivolta capace sempre di dire no con la sua cifra caustica e tagliente, oggi ancora ha molto da dire a questo Paese in cui la volgarità, la bassezza, il servilismo hanno ormai superato i livelli di guardia.

Ci sono infinite ragioni per rileggere il frasario essenziale di Flaiano: «Credo che il maggior difetto degli italiani sia quello di parlare dei loro difetti».

Il dramma è che continueremo a farlo, continuando a adattare  «una cruda verità a una ragionevole menzogna».

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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