Vivalascuola. Per Giulio

L’uccisione di Giulio Regeni è un assassinio di Stato, su cui lo stato italiano ha rinunciato a muoversi con dignità in nome del mantenimento di relazioni di affari con l’Egitto. E’ un atto ripugnante che dovrebbe mobilitare, oltre allo stato italiano, l’Unione Europea e la comunità internazionale, perché è solo uno dei tanti crimini di regime commessi in Egitto. E’ anche un attacco alla libertà accademica e a quel sapere che ha il coraggio della verità, e come tale riguarda anche il mondo della cultura e il mondo della scuola, dell’università e della ricerca. E tanto più ci riguarda in quanto il lavoro di Giulio Regeni “incarna quello stile di militanza intellettuale” oggi così raro da trovare “che fa della propria stessa esistenza l’esempio vivente di una vita e di un mondo altri, che si batte per un mondo da cambiare”. Vivalascuola propone un articolo di Lorenzo Declich che fa il punto della situazione sulle indagini e le riflessioni di Domenico Chirico e Girolamo De Michele.

Indice
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.Girolamo De Michele, Giulio Regeni: il coraggio della verità e l’infamia del servilismo
Domenico Chirico, Regeni e altre migliaia di egiziani
Lorenzo Declich, Nessuno tocchi il Pinochet d’Egitto, ovvero: fuffa e depistaggi sulla morte di Giulio Regeni
Segnalazione
Risorse in rete

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Giulio Regeni: il coraggio della verità e l’infamia del servilismo
di Girolamo De Michele

In uno degli articoli d’inchiesta pubblicati col nom de plume di Antonio Drius, Giulio Regeni concludeva:

«Questi esperimenti dal basso potrebbero forse indicare anche a noi [italiani] nuove traiettorie per un sindacalismo – al contempo combattivo e democratico – al passo con le trasformazioni imposte dalla globalizzazione del ventunesimo secolo».

In appena tre righe, Regeni dice tutto quel che c’è da dire (e da imparare) sul lavoro di inchiesta sociologica che stava svolgendo, ma anche sul dovere dell’intellettuale.

Inchieste sul sindacalismo egiziano, in una situazione di crisi della rappresentanza e al tempo stesso di effervescenza delle proteste “dal basso”: oggetto difficile da cogliere con i soli strumenti “freddi” dell’analisi, men che meno con la rielaborazione di seconda mano di fonti “ufficiali”. Si trattava, e si è trattato, di mettere in campo quegli strumenti “caldi” della conricerca – strumento preziosissimo importato negli anni Cinquanta da Pizzorno e dai “cremonesi” (Montaldi, Alquati), e poi diventato prassi politica. In primo luogo, l’inchiesta usa i mezzi della cooperazione fra soggetti differenti per ruolo e conoscenze, in situazione, cioè all’interno del contesto da indagare:

«la ricerca stessa si muove dentro una realtà, formata, strutturata, ed ancora gerarchica e centrica perché la rete sta nel sistema e non viceversa, realtà in movimento ed in innovazione» (Romano Alquati).

In secondo, l’inchiesta non è neutra, perché non può esserlo, rispetto alla realtà indagata, essendo interna alla realtà: dunque l’inchiesta si schiera – come fa, con meno franchezza e più ipocrisia, l’approccio “freddo”, “oggettivo”, dall’esterno – in favore della trasformazione che sta indagando, «secondo certi desideri ed una certa progettualità di liberazione e cosi sempre costitutiva, di nuovo e di diverso, di alterità (e per la resistenza del presente può essere costretta all’antagonismo)».

Fare inchiesta sul sindacalismo dal basso significa essere consapevoli dell’impossibilità di essere neutrali non solo rispetto alla contraddizione fra capitale e lavoro – resa ancora più acuta dai processi del capitalismo globale e dalle loro conseguenze geopolitiche –, ma anche rispetto alle forme politiche che assume il potere per assoggettare le singolarità, le differenze e gli antagonismi: per dar loro una forma disciplinata e univoca.

Tutto questo significa, ancora, dare i nomi alle cose: chiamare i dittatori non, come il premier Renzi, “a great leader“, ma “dittatori”; chiamare fascismo il fascismo, senza se e senza ma, con buona pace di chi sostituisce l’etica con il Risiko. Non anteporre alla verità calcoli di geopolitica dietro ai quali le parole si nascondono, si appannano, scolorano, e infine mentono.

«Non possiamo restare indifferenti di fronte a ciò è accaduto in una via del Cairo qualche giorno fa. Ma non possiamo neppure dimenticare che l’Egitto sta combattendo contro un mostro […]. Piaccia o no, l’Egitto, in questo momento, è un alleato, non un nemico. Questo non significa che i metodi del governo egiziano debbano essere necessariamente condonati».

Così Sergio Romano, sul Corriere della sera del 13 febbraio scorso (il giorno dopo i funerali di Giulio): dove è quel “necessariamente” a dire tutto, fornendo su un piatto d’argento l’argomento a quanti hanno detto e scritto che non possiamo morire per Giulio oggi (come non potevamo ieri per Praga o Danzica) – e che, in fondo, Giulio se l’è andata a cercare, perché chi disturba al-Sisi è amico dei suoi nemici, e dunque filoislamico (e dunque i lavoratori egiziani si fottano: al-Sisi è uno dei tanti cani da guardia dell’Occidente, e questo basta).

A fronte dell’infamia di questo servile acquattarsi nelle ragioni di Stato, della geopolitica, delle capriole degli amici dei miei amici, c’è una lezione anche per noi da trarre dal dovere della verità e della militanza intellettuale. In un’espressione, il coraggio della verità: l’esatto contrario della parola mendace, ipocrita, che lecca il culo del Padrone e lo dichiara pulito.

Per contro, lo abbiamo visto lo scorso anno – e continuiamo a vederlo ancora oggi –, questo servilismo degli intellettuali, sempre troppo presi dal conto delle seggiole in diretta TV, delle righe sulla pagina del grande giornale, nei salotti e nei premi letterari per occuparsi dell’attacco sferrato a colpi di fiducia e bavagli contro il mondo della scuola dalla riforma della legge 107, servilmente definita da un compiacente scribacchino “la buona scuola“. L’abbiamo misurata palmo a palmo, la pusillanimità, la paraculaggine, il benaltrismo dei piccoli e grandi intellettuali, sempre pronti a tirare in ballo quella scuola di cui sanno poco e niente per aver sleggiucchiato qualche pagina scritta da altri – la scuola baluardo contro le mafie, la crisi della famiglia, i disturbi alimentari, le stragi del sabato sera, e via elencando – ma sempre a condizione che non tocchi a loro, impegnarsi nella difesa della scuola, mettendo a repentaglio il seggio al Parlamento, la poltrona da Fazio o Vespa, i tre minuti alla Leopolda (povero Andy Warhol, tu che credevi che almeno un quarto d’ora sarebbe stato concesso a tutti), il lato comodo della barricata, quello dove servono assaggini Eataly, uova di lompo e prosecco in bicchieri di plastica.

Cittadino del mondo per passione, ma anche per costrizione – non era un “cervello in fuga”, ma era interno a un sistema d’istruzione dove se vuoi fare ricerca ti trasferisci all’estero, come ieri ti facevi domenicano o gesuita –, Giulio leggeva, con gli strumenti della scienza che gli erano propri, in un lavoratore precario e sfruttato un’ingiustizia, quali che fossero il suo credo religioso, il colore della pelle, la nazionalità. La sua ricerca divideva gli esseri umani in sfruttati e sfruttatori – l’unico vero confine, l’unica barricata rispetto alla quale il sapere non può non schierarsi. Il suo esempio – e ancor più, per contrasto, la servile infamia di quelli che se l’è andata a cercare, che nessuno lo ha costretto, che al-Sisi è nostro alleato –, così come quello di Valeria Solesin, la ricercatrice italiana assassinata al Bataclan che si occupava delle discriminazioni di genere nel mondo del lavoro europeo, anch’essa diffamata da quelli che hanno trovato poco cristiano e poco italiano il suo funerale laico, incarna quello stile di militanza intellettuale che fa della propria stessa esistenza l’esempio vivente di una vita e di un mondo altri, che si batte per un mondo da cambiare. [torna su]

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Per gentile concessione della redazione, che ringraziamo, proponiamo l’articolo che segue, apparso sul 32 della rivista di educazione e intervento sociale Gli Asini.

Regeni e altre migliaia di egiziani
di Domenico Chirico

Non conoscevo Giulio Regeni, né i suoi studi. Entrambi però veniamo dallo stesso percorso educativo nei Collegi del Mondo Unito. Una scuola pensata nel dopoguerra per far convivere adolescenti da tutto il mondo e, attraverso un programma di studi comune, renderli liberi e uguali. E soprattutto curiosi verso la diversità. Giulio a sedici anni era partito così per il Collegio degli Stati Uniti dopo aver vinto la borsa di studio che garantisce l’accesso a queste scuole. E da lì aveva spiccato il volo che gli ha permesso di raggiungere l’Università di Cambridge per il suo Phd. Giulio era sempre rimasto il figlio di una provincia ancora sana, fatta di persone per bene, che hanno fiducia nella costruzione giorno per giorno del futuro. Era un ragazzo brillante, curioso ed intelligente come tanti ce ne sono in Italia e come tanti era fuggito all’estero per dare ali al suo talento.

Giulio, mi dicono gli amici comuni arabisti, era uno studioso attento e che si faceva notare per la sua serietà e bravura. Ma era pur sempre un giovane studioso e nulla giustifica ciò che gli è accaduto, probabilmente per mano di una banda di aguzzini del regime che non ha tenuto conto che Giulio era italiano e che la sua scomparsa non sarebbe passata inosservata. Come invece accade a centinaia di attivisti egiziani. Il regime di Al Sisi è sanguinario e spietato e agisce con le stesse pratiche che abbiamo conosciuto in Argentina e Cile, per fare due esempi vicini al nostro vissuto. Non c’è scampo per nessuno quando si entra nei tanti Garage Olimpo del regime.

Si è destinati a subire e morire. E se non si interviene subito, attivisti, sindacalisti, giornalisti, persone comuni che hanno sbagliato una parola scompaiono. Se sono davvero importanti li si può trovare dentro un fosso sul ciglio di una strada, altrimenti neanche le salme si trovano più.

Questo è il regime egiziano. Niente più, niente meno. Il miglior alleato dell’Italia in una partita che coinvolge investimenti dell’Eni, turismo, commercio di tutti i generi, armi. E un’alleanza strategica per governare il caos libico. Ancora oggi, dopo diversi attentati contro i turisti, dopo che un aereo con più di duecento russi partito da Sharm el Sheik è stato fatto saltare in aria, dopo che persone come Giulio scompaiono alla luce del sole, il sito del Ministero degli Esteri Italiano non vieta di andare in Egitto. Ma dice che nei luoghi turistici si può andare, facendo attenzione però. Attenzione al terrorista che ti fa saltare in aria o allo sbirro che ti sevizia, dovrebbero precisare.

La real politik imporrebbe di far cadere nel dimenticatoio la macelleria egiziana. E da più parti ci si prova, infangando la memoria di Giulio Regeni o tirando in ballo soldi e investimenti miliardari. Ed invece è proprio qui il punto. Visto che siamo i migliori alleati dell’Egitto e che Renzi ha da subito incoronato Al Sisi come paladino della stabilità e del business as usual in Medio Oriente dovremmo esigere rispetto. Rispetto per l’Italia ma anche per la sua comunità accademica, i suoi giovani, i suoi presunti valori democratici. Un trattamento del genere non si riserva neanche al peggior nemico e anche se qualcuno interno al sistema di potere ha sbagliato deve pagare. E lo deve fare pubblicamente. È necessaria giustizia su questo caso ed è allo stesso tempo necessario ragionare sulle radici della violenza in Medio Oriente. Qualcuno crede che alimentare dittature feroci sia la strada maestra per arginare i fondamentalismi. La storia ci ha insegnato che i regimi liberticidi producono mostri, oltre che migliaia di vittime.

La memoria di Giulio andrebbe onorata con verità e giustizia. E anche con un bagno di coerenza e dignità in Italia. Un segnale importante sarebbe intanto boicottare l’Egitto, il turismo verso quel paese e gli accordi commerciali. Bloccarli finché non arrivino prove certe di una comune ricerca della verità. E l’altro segnale sarebbe approvare in Italia una legge vera e seria sulla tortura, obiettivo ancora lontano. Rispondere alla barbarie in questo modo. Oltre che promuovere simili azioni in Europa e nei suoi scambi con i paesi della riva sud del Mediterraneo.

La posta in gioco è infatti molto più alta questa volta. Rinunciare alla verità per Giulio e a denunciare il regime egiziano e le sue carneficine equivarrebbe a dire a migliaia di giovani egiziani: non credete in noi. Non credete nell’Europa, distribuiamo solo menzogne. Tutti e tutto è sacrificabile. Equivarrebbe a lasciare un immenso spazio alla violenza e al fondamentalismo. [torna su]

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Nessuno tocchi il Pinochet d’Egitto, ovvero: fuffa e depistaggi sulla morte di Giulio Regeni
di Lorenzo Declich

Apriamo e chiudiamo, definitivamente, il discorso delle ipotesi fatte attorno alla morte di Giulio Regeni e alle sue cause.

Lo apriamo e lo chiudiamo perché:

1. Abbiamo già tutte le informazioni sufficienti per definirlo un assassinio di Stato: chiunque voglia riaprire questa partita, dopo l’autopsia, lo farà per alzare polveroni, confondere le acque. L’unica cosa che ancora non sappiamo, perché ancora non sono arrivate le analisi che stabiliranno più o meno l’ora del decesso, è quanto lunga sia stata l’agonia di Regeni (l’unica cosa che avvalorerebbe le ultime tesi egiziane è una morte avvenuta quasi subito). Laddove, e qui contano anche i testimoni oculari, più fonti dicono che Regeni fu ucciso dopo una lunga agonia. Si sono fatte delle ipotesi sul fatto che la morte possa essere avvenuta fra il 27 e il 30 gennaio, ossia dai due ai cinque giorni dalla scomparsa di Regeni.

In questa brevissima analisi sono molto importanti i tempi. I prima e i dopo. L’asse diacronico è determinante in molti sensi, perché individuare il punto in cui è successa o non è successa una cosa fa chiarezza su cosa sia fondato e cosa meramente dietrologico, e sul punto dell’asse del tempo in cui è bene concentrarsi.

2. A pochi giorni dalla morte di Regeni la ridda di congetture – depistanti o meno, volontariamente o involontariamente depistanti – sui motivi per cui Regeni è stato ucciso sono più o meno tutte sul tappeto. In altre parole: ne hanno già dette di tutti i colori, compresi i complotti planetari. E gli amanti di Le Carré, cioè di un mondo scomparso, hanno già dato il meglio.

A Barricade of Bullshit: qualunque cosa pur di lasciare in pace Al Sisi

Tenendo conto che al momento la versione egiziana è che Regeni non sia mai stato arrestato – la qual cosa suona davvero come una presa per i fondelli – ed escludendo quelli che ancora dicono «potrebbe essere stato un incidente» o «è stata una rissa a una festa», la teoria che va per la maggiore è:

A. «Regeni è stato torturato e ucciso perché qualcuno vuole minare i rapporti fra Italia ed Egitto.»

Questo qualcuno sarebbe:

1. Il servizio segreto in concorrenza col servizio segreto militare.

Per Bonini e Foschini di Repubblica, ad esempio: «L’American University del Cairo, dove Giulio era ricercatore, è da tempo oggetto dell’attenzione del Mukhabarat, il Servizio segreto egiziano che fa capo al Ministero dell’Interno. Un apparato chiave del regime di Al Sisi. Ma in feroce concorrenza con i servizi segreti militari (dai cui ranghi proviene il generale e oggi presidente Al Sisi) e i Servizi di Informazione della Polizia. “L’intervento di Al Sisi ha sbloccato la macchina amministrativa” ha detto ieri l’ambasciatore Maurizio Massari. Dopo l’incontro del presidente egiziano con il ministro Guidi, Regeni è stato ritrovato in quel fosso, mezzo nudo, con i media che parlavano di un incidente stradale. Tutti pezzi farlocchi di uno stesso puzzle. Giulio, lo scienziato scambiato per una spia, potrebbe essere stato giustiziato per una guerra che non era la sua»

2. Qualche settore deviato della polizia o dei servizi segreti civili o militari.

Per TGcom24: «È possibile, dicono fonti dell’intelligence italiana, che Giulio abbia incontrato alcuni ragazzi pronti a manifestare. E che qualcuno, magari pezzi deviati dalla polizia egiziana, abbia deciso di punirli prima che scendessero in piazza».

Il Mattino titola così: «Regeni ucciso da agenti fuori controllo. Chi l’ha ammazzato si è subito disfatto del corpo, smentita versione ufficiale.».

Si noti, anche, come alcuni – per accreditare questa ipotesi – facciano interpolazioni indebite usando fonti secondarie. Liguria Oggi apre così: «Giulio Regeni torturato ed ucciso dai servizi ‘deviati’ delle autorità militari egiziane. È il sospetto rilanciato dal giornale Il manifesto per il quale il giovane studente friulano scriveva, sotto pseudonimo, dal Cairo». Laddove Il manifesto non lancia questo sospetto, anzi pubblica un valido articolo di Calculli e Strazzari sulle responsabilità del regime in quanto tale (vedi oltre).

3. Le infiltrazioni dei Fratelli Musulmani nella polizia o nei servizi segreti.

Per Andrea Purgatori, sull’Huffington Post: «Negli ambienti di governo egiziani sta già cominciando a circolare la voce tutta autodifensiva che questo delitto abbia sì un connotato politico, ma nella forma di una trappola organizzata da pezzi degli apparati di polizia o del Mukhabarat legati all’opposizione (i Fratelli musulmani) per sabotare le relazioni con l’Italia e in particolare il nostro ruolo nel negoziato tra Tripoli e Tobruk.»

E Toni Capuozzo su Libero: «Mi pare più probabile che alcuni gruppi organici ai Fratelli musulmani o comunque all’ opposizione fondamentalista ad al-Sisi lo abbiano scambiato per una spia.»

Ci sono varianti. Regeni per alcuni sarebbe stato:

A. Un agente segreto italiano (cfr. Marco Gregoretti e Il Giornale)

B. Un agente segreto inglese o americano (ampia scelta tra fonti mainstream e del sottomondo cospirazionista: Corriere della Collera; Blondet; Il Giornale; La Stampa).

Nel caso A si prefigurerebbe una guerra sotterranea fra Italia ed Egitto, in cui l’Egitto combatte contro “ingerenze italiane”; nel caso B il qualcuno di cui sopra sarebbe:

4. La polizia, ben conscia del fatto e intenzionata a proteggere i rapporti Italia-Egitto.

Si noti: anche quando si punta il dito sull’Italia tutte le ipotesi mettono in qualche modo al riparo al-Sisi. Anche nel caso di Regeni agente segreto italiano la colpa principale sarebbe degli italiani, che mandano le loro spie in Egitto (a fare non si sa bene cosa).

Ultima arrivata, sempre su questa scia che salva al-Sisi, è la cosiddetta «pista dei sindacati». Scrive Francesco Grignetti in un articolo uscito su La Stampa e su Il Secolo XIX: «c’è una nuova ipotesi su cui si ragiona nel caso Regeni: e se la mano assassina fosse riconducibile a un “servizio d’ordine” dei sindacati indipendenti? La pista privilegiata degli italiani riguarda qualche squadraccia del regime, magari in rotta con le cordate al potere oggi […], ma non si esclude nemmeno l’ipotesi opposta, ovvero che l’interessamento del giovane Giulio avesse insospettito qualcuno tra i suoi interlocutori privilegiati».

Andando di questo passo anche l’ipotesi di un attacco alieno diventa plausibile.

Queste sono tutte dietrologie. Il fatto è avvenuto prima. È il punto del tempo dal quale le analisi partono a essere sbagliato.

Quando Regeni era ancora vivo, cosa si è fatto per salvarlo?

Il fatto è accaduto il 25 gennaio. Dalla data della scomparsa a quella del ritrovamento sono passati 9 giorni. In quei 9 giorni qualcosa è successo. Anzi, in quei 9 giorni qualcosa è non-successo: l’Italia ha mosso poco più di un dito per ritrovare Giulio Regeni. Il 31 gennaio, laconicamente, il Ministero degli esteri italiano emana questo comunicato:

«L’Ambasciata d’Italia al Cairo e la Farnesina stanno seguendo con la massima attenzione e preoccupazione la vicenda di Giulio Regeni, studente italiano di 28 anni sparito misteriosamente la sera del 25 gennaio nel centro della capitale egiziana.
Il Ministro degli Affari Esteri Paolo Gentiloni ha avuto poco fa un colloquio telefonico con il suo omologo egiziano Sameh Shoukry, al quale ha richiesto con decisione il massimo impegno per rintracciare il connazionale e per fornire ogni possibile informazione sulla sue condizioni.
L’Ambasciata al Cairo, sin dalle prime ore dalla sparizione, ha subito attivato canali di comunicazione diretta e una stretta attività di coordinamento con tutte le competenti Autorità egiziane, ed è in attesa di ricevere elementi sulla dinamica della sparizione. Ambasciata e Farnesina sono anche in stretto contatto con i genitori di Giulio.»

Ecco qui il centro della storia: quando Regeni era presumibilmente ancora vivo, l’Italia ha fatto sapere di aver compiuto tutti i passaggi “rituali” necessari per cercarlo. In questo modo non ha sfigurato, niente di più. Come dice Gennaro Carotenuto:

«Quanta pressione la Farnesina e il governo italiano hanno messo sul governo egiziano in quei nove interminabili giorni nei quali Giulio agonizzava nelle mani degli aguzzini? Quanti titoli sui giornali ci sono stati sulla sua sparizione dal 25 gennaio al 3 febbraio, mentre il supplizio di questo ragazzo italiano si compiva? Perché finché era in vita non è diventato un caso nazionale? Quanta pressione ha messo l’opinione pubblica sui giornali e sulla politica perché in ognuno di quei nove lunghissimi giorni è stato possibile salvargli la vita e non è stato fatto? Perché Giulio Regeni non è diventato il fratello e il figlio di tutti, come lo diventò Valeria Solesin assassinata il 13 novembre al Bataclan di Parigi? Perché non era un Marò o un giornalista con l’articolo uno, ma un lavoratore precario della ricerca nelle neglette scienze umane e sociali? Era uno che se l’è cercata, che faceva un’inutile ricerca su chissà chi, stando a spasso per il mondo a spese del governo inglese? Perché il detenuto-desaparecido Giulio Regeni non era importante e il morto ammazzato Giulio Regeni lo è almeno in parte diventato?»

He’s our son of a bitch!

Tutto ciò che si dice, in forma complottarda, sui legami economici e politici (interessi in Libia convergenti) fra Italia ed Egitto è assolutamente vero. Un buon riassunto lo fa Marina Forti su Internazionale. Gli accordi riguardano, va detto, anche il tema – scottante – dei migranti.

Nel dicembre 2015 Diritti e frontiere denunciava:

«Per il rappresentante del ministero dell’interno l’Italia non espelle minori non accompagnati. Certo, non ne considera la maggiore età in base alla legge del paese di provenienza ed attende soltanto che compiano diciotto anni ed un giorno per preparare la loro espulsione d’intesa con le autorità egiziane […] Secondo il Prefetto non si rimpatrierebbe nessun minore. Avrebbe anzi affermato che: ‘L’idea dell’interesse superiore del minore non la facciamo nostra, o solo quando si tratti davvero del suo interesse, altrimenti accogliamo i minori in modo civile, li teniamo distinti da adulti e famiglie. Abbiamo centri specifici, e di questo ringrazio la Commissione che ci ha dato le risorse necessarie’. Ed è appunto in questi ‘centri specifici’ che viene dato libero ingresso ai ministri egiziani con il chiaro intento di preparare il rimpatrio forzato di tutti coloro che, giunti dall’Egitto come minori non accompagnati, raggiungeranno i diciotto anni, ancora minorenni secondo le regole del diritto internazionale privato, se esiste ancora un diritto che non sia il diritto di polizia. In ogni caso è già gravissimo che rappresentanti del governo egiziano accedano a centri nei quali sono accolti minori provenienti dall’Egitto e richiedenti asilo.»

Insomma, al di là delle dichiarazioni, dei rimpalli, delle prese di posizione di questi giorni, i rapporti dell’Italia con gli egiziani non sono mai stati migliori. Ma la verità è che Regeni è stato ammazzato per salvare quei rapporti, non per danneggiarli. Perché i morti non parlano, i vivi sì. Insabbiare il caso con Regeni vivo sarebbe stato di certo molto più difficile. Paradossalmente è proprio l’ondata incontrollata di “teorie” di questi giorni a dimostrarcelo: è nel “rumore” che le verità si perdono. E retrodatando il focus dei ragionamenti la cosa appare in tutta la sua ovvietà. C’è un elefante, nella stanza, ma in mezzo a questo polverone sembra invisibile.

Come funziona l’impunità (in Egitto e in Italia)

I complottismi di questi giorni sul caso Regeni tendono all’eccezionalismo, cioè: siamo legittimati a fare ipotesi sui “retroscena” perché questo è un caso isolato. Eppure non c’è nulla di eccezionale in quello che è successo. Per prima cosa, sebbene in pochi se lo ricordino, c’è il precedente di uno straniero ucciso nelle carceri egiziane. In quel caso i poliziotti dissero che l’uomo, un insegnante francese 49enne di nome Eric Lang, era stato ucciso dai suoi “co-detenuti”.

In secondo luogo, andando contro ogni “eccezionalismo”, ogni retorica, ogni meschino complottismo c’è il racconto di un ordinario e a-sistematico stato di polizia. Due testimonianze di italiani possono rendere più chiaro questo punto. La prima è di un giornalista freelance, Andrea De Georgio, finito nelle prigioni egiziane nel 2011 (e uscitone grazie proprio alle pressioni dell’ambasciata):

«Fummo accusati prima di aver bruciato delle palme lungo il Nilo, poi di terrorismo e spionaggio internazionale. Tenuti 3 giorni e tre notti in un carcere tristemente famoso per i dissidenti politici, che qui venivano torturati e seviziati. Fortunatamente noi fummo arrestati come giornalisti occidentali. Riuscimmo a parlare con i nostri avvocati solo grazie all’intervento dell’Ambasciata italiana. Facemmo appena in tempo a chiamare, perché un attimo dopo ci sequestrarono i telefonini. A noi non hanno torto un capello… ma quello che è successo a Giulio Regeni mi ha riportato alla mente dei fantasmi, ricordi che mi accompagneranno per tutta la vita: quello che facevano ai carcerati ancora in attesa di giudizio. Ricordo di un bambino di 10 anni seviziato e torturato prima dai compagni di cella e poi dalle guardie carcerarie con una brutalità che spero di non vedere mai più

La seconda è di David Sansonetti, anch’egli giornalista freelance. Qui è importante il contesto in cui David è stato quasi linciato. A colpirlo erano “semplici cittadini” sostenitori di al-Sisi nella cornice di scontri fra questi e gruppi di opposizione al generale.

Fondamentale, per capire cosa abbiamo davanti, è capire in che senso si parla qui di «a-sistematicità». L’apparato repressivo egiziano è gigantesco, siamo in un regime e ogni regime non potrebbe tenersi in piedi senza la lealtà degli apparati. Un apparato che fa continuamente errori, perché è pletorico, ma è leale proprio perché il regime copre quegli errori.

Un apparato repressivo così esteso e così libero di fare il bello e il brutto tempo ha strutturalmente in sé le caratteristiche dell’improvvisazione quando si trova a gestire singoli casi. E’ proprio questa libertà di azione che assicura la lealtà. E’ proprio proteggendo questa libertà di azione con l’impunità che il regime raggiunge il livello di omertà necessario per mantenere compatte le proprie fila. Sappiamo il tipo di resistenze interne agli apparati che incontrano le famiglie di Stefano Cucchi, Federico Aldrovandi e tanti altri per ottenere verità e giustizia. Non siamo capaci di immaginare una cosa simile, ingigantita, in Egitto?

Su questi temi Il manifesto ha fatto un buon lavoro, vedi qui, qui e – già citato sopra – qui.

È proprio l’arbitrarietà, la casualità della punizione, insomma è proprio il fatto che queste persone possono fare quello che vogliono, a definire il concetto di Stato di polizia.

Perché gli aguzzini di Giulio Regeni hanno fatto ritrovare il corpo

In tanti, e anche gli egiziani, dicono se davvero fosse stato il regime a uccidere Regeni, il corpo non sarebbe stato ritrovato. La semplice verità, invece, è tutta qui: lo hanno fatto ritrovare perché una campagna per il ritrovamento di Regeni stava montando e avrebbe messo sotto i riflettori il regime per molto tempo. Le sparizioni forzate, quelle in cui le persone non si ritrovano più, funzionano con i dissidenti interni. In questo senso la testimonianza di un amico egiziano di Regeni è importante:

«Lo avremmo salvato come il comico Islam Gewish, invece tenendo il profilo basso abbiamo perso tempo, Giulio è morto poco prima che lo ritrovassero, il sangue era ancora fresco

Non è difficile, a questo punto, leggere il messaggio, l’avvertimento. Un segnale che il livello della repressione, con il peggiorare di tutti gli altri parametri e con in vista una serie di sfide anche economiche in cui è coinvolta l’italia, aumenta. Che non si guarda in faccia a nessuno e che nessuno, men che meno gli italiani, verrà mai a disturbare l’operato del regime. Quel «non ficcate il naso» non è rivolto ai servizi segreti italiani. Il messaggio è rivolto agli attivisti egiziani, prima di tutto, poi alla comunità internazionale, e alla comunità accademica internazionale.

Sarà per questo che il caso Regeni è in agenda nei colloqui diplomatici fra Washington e il Cairo. Joel Beinin dopo aver parlato di «attacco alla libertà accademica» sottolinea d’altronde: «sono sconvolto non tanto dalla repressione che ha avuto l’accademia in Egitto ma dall’estensione della repressione del regime».

Non stiamo a sotttolineare che proprio questa estensione è al centro delle riflessioni di uno studioso dei regimi (e della nonviolenza) come Gene Sharp, citato tante volte a sproposito in questi anni, si veda ad esempio il suo Come si abbatte un regime. Per dirla di nuovo con Beinin:

«non è necessario puntare sulle piste cospiratorie perché le persone vivono già abbastanza in uno stato di paranoia e queste spiegazioni non li aiutano di certo a capire.» (da qui)

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Ulteriori letture

Dell’Egitto. E di noi di Ida Dominijanni

Quel sapore complottistico in certe ricostruzioni della morte di Giulio Regeni, di Marina Calculli

Il vero volto dell’Egitto che nessuno vuole vedere, di Alberto Negri

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Segnalazione

Un libro: Giulio Regeni, le verità ignorate, di Lorenzo Declich

“Verità per Giulio Regeni” è lo slogan dell’importante campagna di Amnesty International, che chiede nomi e cognomi degli assassini del ricercatore italiano. Questo libro però parla di altre verità, già note eppure ignorate. E che suonano come un esplicito atto d’accusa.

Declich smonta infatti dettagliatamente tutte le tesi che inseriscono la tragica storia di Giulio Regeni nel quadro di un disegno “misterioso”, le cui trame andrebbero scoperte. Ne sono fiorite molte, con il dittatore al-Sisi in qualità di complottista numero uno, ma anche con gran parte dell’informazione italiana a confondere le acque. Trattando la vicenda come un caso eccezionale infatti sono venute fuori numerose quanto improbabili ipotesi su “retroscena” da spy story, che infangano la memoria di Giulio e trasformano il carnefice – il regime egiziano – in vittima.

L’autore ripercorre la storia egiziana dalla rivoluzione del 2011 a oggi, dimostrando come in realtà dietro quest’omicidio ci sia un ordinario Stato di polizia in cui restrizioni di libertà e sparizioni non sono affatto un’eccezione. E svela anche i rapporti di connivenza tra questo regime e l’Italia, primo partner commerciale dell’Egitto in Europa con legami che vanno oltre il mero dato economico, accordi sulle politiche migratorie e una rivendicata amicizia tra al-Sisi e Matteo Renzi.

Quello di Giulio Regeni – sostiene l’autore – doveva essere trattato, da subito, come un caso politico e non come un caso giudiziario, perché il capo di un regime che tortura i suoi cittadini e quelli stranieri non può e non deve sfuggire dalla responsabilità di quei crimini. (vedi qui) [torna su]

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RISORSE IN RETE

Legge 13 luglio 2015, n. 107 qui.

La LIP – Legge di iniziativa popolare per una buona scuola per la Repubblica

Questo è il sito della LIP e questo è il profilo facebook Adotta la LIP.

Qui si può leggere il pdf della tabella comparativa, tra la “Buona Scuola” di Renzi e la “Legge di iniziativa popolare per una buona scuola per la Repubblica“.

Le puntate precedenti di vivalascuola qui.

Da Gelmini a Giannini

Bilancio degli anni scolastici 2008-2009, 2009-2010, 2010-2011, 2011-2012, 2012-2013, 2013-2014, 2014-2015.

Cosa fanno gli insegnanti

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(Vivalascuola è curata da Nives Camisa, Giorgio Morale, Roberto Plevano, Alberto Sabbadini)

2 pensieri su “Vivalascuola. Per Giulio

  1. Le indagini sulla morte di Regeni, ed i familiari, si stanno sempre più orientando sulla pista di Londra e sulle gravi reticenze degli ambienti universitari e lavorativi londinesi.

    La Oxford Analytica dove lavorò Giulio è diretta dall’ex-capo dei Servizi Segreti Britannici e suo amministratore delegato è John Negroponte, il più noto organizzatore degli squadroni della morte dal Guatemala all’Irak. Da Londra sono partite le ultime telefonate a Regeni. L’unico italiano ucciso in Egitto negli ultimi anni è stato Giulio Regeni, combinazione poche ore prima dell’arrivo della delegazione governativa italiana al Cairo, con Ministro e rappresentanti dell’Eni che dovevano ratificare un grande contratto economico. La pista che i mandanti dell’assassinio siano stati i servizi segreti britannici ed americani ed i loro amici Fratelli Mussulmani, infiltrati o no nella Polizia, è molto più credibile.

    Al Sisi tenta di salvaguardare la sovranità nazionale dell’Egitto dall’invadenza delle multinazionali anglo-americane e per questo è al centro delle ultime provocazioni, dall’abbattimento dell’aereo russo a Regeni e all’abbattimento dell’aereo francese. Inoltre in Libia l’Egitto non sostiene il nuovo governo fantoccio inventato dagli Usa e sulla Siria ha una posizione non interventista, a differenza di una Turchia e Qatar in mano ai Fratelli Mussulmani ed una Arabia Saudita wahabita. E’ anche nemico dei Fratelli Mussulmani, storicamente fondati dai Servizi segreti Britannici, il cui braccio armato è l’Isis.

    Pertanto si è sempre in attesa che la sinistra intellettuale europea la smetta di essere coincidente con le posizioni della Nato, come è avvenuto in Libia e Siria, e faccia finalmente un passo avanti. Altrimenti concluderete il vostro percorso sostenendo la guerrafondaia Killary Clinton, la candidata presidenziale sostenuta da Wall Street, dai neo-conservatori guerrafondai, che ha sostenuto la distruzione della Libia, che ha riso alla uccisione di Gheddafi (coi risultati che abbiamo sotto gli occhi), che voleva la distruzione della Siria (e che Obama allora fece dimettere), che ha annunciato in caso di elezione di promuovere la guerra all’Iran ed ulteriori pressioni su Cina e Russia.

    Intellettuali della sinistra europea, fate uno sforzo… Se cercate i veri mandanti dell’uccisione di Regeni, chiedete il ritiro dell’Ambasciatore italiano a… Londra.

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  2. Nessuno cerca i mandanti perché di mandanti non ce ne sono. C’è solo la banalità del male di un regime infame. L’unico assassino, qui, è al-Sisi. Fate pace con il vostro desiderio di fiction, e smettete di gettare fango su Giulio Regeni. Grazie

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