INTERVISTA A EDOARDO VOLPI KELLERMANN

di Giovanni Agnoloni

Edoardo Volpi Kellermann è scrittore e musicista, esperto conoscitore del Legendarium tolkieniano e autore di una saga avviata – editorialmente – da poco con The Montecristo Project, romanzo edito in formato elettronico da Spider&Fish. Oggi lo intervisto per La Poesia e lo Spirito.

Montecristo Project– Il tuo percorso letterario si snoda attraverso tutto lo spettro del fantastico, sorretto dalla tua sensibilità e competenza musicale. Hai iniziato a scrivere gradualmente o, un po’ come per me, il “colpo di fulmine” per la scrittura è scattato quando hai letto le opere di Tolkien?

A dire la verità la prima lettura di Tolkien, nel 1981, mi fece scoprire la mia vena compositiva. Quindi ha reso più profondo e “attivo” il mio amore per la musica (allora studiavo già pianoforte da 8 anni), sconvolgendo il mio mondo di diciassettenne e donandomi una nuova prospettiva sulla realtà, l’epica e la mitologia. Certo, ha rinforzato ulteriormente il mio amore per la lettura… ma quello per la scrittura “non saggistica” si è manifestato più tardi, alla nascita, nel 1993, di mio figlio Gabriele, quando stesi la prima versione del racconto Baby, la radice dell’albero poi fiorito in The Montecristo Project.

Da allora la passione è cresciuta, ancora in una fase un po’ adolescenziale, fino al 2010, quando ho iniziato a lavorare al romanzo e l’amore per la scrittura è dovuto maturare, diventare adulto. Attraverso le dure prove della lettura critica da parte di persone competenti, del mettersi in discussione, del rendersi conto della propria fallibilità nell’esprimere i frutti dell’immaginazione. Una lotta innanzitutto con se stessi.

Edoardo Volpi Kellermann

Edoardo Volpi Kellermann

– Perché la transizione nell’orbita della fantascienza? Si è trattato del frutto dell’esigenza di una nuova esperienza artistica o della fascinazione per la narrativa di anticipazione?

Ho sempre adorato la fantascienza, non per nulla il bidello della mia scuola media mi aveva soprannominato “UFO”. Ma anche la scienza mi è sempre interessata. Ero un nerd ante-litteram.
Anzi, diciamo pure che il mio amore per la lettura è nato proprio con la fantascienza, dalla scoperta dei primi Urania che trovai a casa, dalla visione al cinema di 2001 Odissea nello Spazio a 10 anni e di Star Wars a 13. Tolkien per me fu una scoperta tardiva, un’espansione “inflazionistica” e improvvisa nel mondo dell’immaginario.

È curioso che proprio grazie a Tolkien ebbi, qualche anno più tardi, l’occasione di conoscere il Gotha della fantascienza italiana. Venni invitato nel 1992 al Fancon di Courmayeur per tenere il concerto inaugurale, con le musiche composte ispirandomi a Tolkien. Concerto per pianoforte accompagnato da un’orchestra virtuale; il mio Amiga 500 pilotava via MIDI un sintetizzatore Yamaha SY55 che eseguiva le parti dei diversi strumenti. Fra il pubblico c’erano spettatori del calibro di Karel Thole, Vittorio Catani, Oscar Chiconi, Marco Patrito… e tantissimi altri.

Da allora mi sono sempre tenuto in contatto, anzi Vittorio mi è stato di grande aiuto, consigliandomi e guidandomi nella riscrittura del racconto. Il quale, nel 2005, fu letto da un grande regista italiano, che avrebbe voluto farci un film. Purtroppo il progetto si arenò per problemi di produzione, ma ormai il seme era germogliato.

– La tua non è una fantascienza distopica. Al contrario, in The Montecristo Project prospetti un’interazione tra tecnologia ed elementi naturali. In un mondo sempre più corroso da agenti inquinanti, pensi che questo sia veramente realizzabile?

Sinceramente sì. Non è una certezza, ma una buona speranza. Trovo che da una parte ci sopravvalutiamo, e allo stesso tempo sottovalutiamo quel fantastico sistema complesso che è il nostro pianeta. È ovvio che dobbiamo stare più attenti, prima che il sistema finisca per considerarci, per citare l’agente Smith in Matrix, un virus da debellare; ma la mia generazione ha visto un profondo cambiamento nella sensibilità ambientale, accelerata negli ultimi anni dalla Rete, che per fortuna non amplifica solo le “bufale”.

La scienza stessa ha cambiato prospettiva, maturando dal meccanicismo del XIX secolo, dalla visione dell’uomo “dominatore della natura”, a una posizione giustamente molto più umile e attenta. Direi che non abbiamo altra scelta, se vogliamo che la nostra specie si evolva, se non quella di diventare molto più “ambientalmente intelligenti”. Che non significa rinunciare alla scienza e alla tecnologia, come vorrebbero i miei Anti-Tech, né seguire i dettami dell’ambientalismo più radicale (e spesso poco informato). Ma vuol dire ricerca, ricerca, ricerca con mente aperta, responsabilità etica e capacità di meravigliarsi.

Ho provato, in The Montecristo Project, a creare un mondo che non sia né distopico né utopico: un mondo “reale”, complesso, con le sue luci e le sue ombre, un mondo che spesso prende di sorpresa proprio il suo “sub-creatore”.

Montecristo Project 5

– Il fatto che le vicende si ambientino nella Toscana (e in particolare a Livorno) di cui sei originario e dove sei tornato a vivere rende l’opera particolarmente interessante, fondendo, per così dire, il “provincialismo” (in senso nobile) della tradizione letteraria italiana con la vastità degli scenari futuribili che prospetti. Quale il segreto di questa “miscela”?

Inizialmente si trattò della risposta a un mio bisogno personale. Quando iniziai a scrivere il romanzo non potevo immaginare che sarei tornato di lì a 4 anni a vivere in Toscana. Io e la mia famiglia siamo stati bene in Lombardia, per quasi 5 anni a Milano e per altri 15 vicino a Pavia. Sono felice di avere fatto quella scelta di vita nel lontano 1995. Ma la terra natia è una, e la nostalgia si faceva sentire.

Inoltre ho trovato divertente immaginare una Livorno futura, dove si mantenesse lo spirito labronico che rende la mia città unica, in una regione unica come la Toscana. Immaginare una rifioritura culturale e sociale che la riportasse alla vivacità di inizio ventesimo secolo e poi, non senza una punta di sadismo propria di noi autori, scaraventarla in una situazione eccezionalmente interessante per “vedere l’effetto che fa”.

In musica è abbastanza naturale che la tradizione popolare locale di un compositore influenzi la sua produzione, più o meno consapevolmente. Ritengo che anche in uno scrittore sia importante partire dalle proprie corde ancestrali più profonde. Il grande fascino di un’opera come Il Signore degli Anelli risiede proprio nell’atmosfera “Inglese / Celtica / Europea” che si respira fin dalle prime pagine e che gradualmente si amplia e acquista spessore, lasciando intravedere una storia antichissima, trasmettendo al lettore la sensazione di muoversi in una terra pregna di echi ed evocazioni dei nostri archetipi più profondi.

Allo stesso modo, partendo dai luoghi della mia infanzia e giovinezza, ho tentato di costruire un universo narrativo ispirandomi alla mia esperienza personale e proiettandola in un tempo e un mondo diversi e dal respiro più ampio. Se vi sia riuscito o meno, spetta al lettore dirlo.

Montecristo Project 4– Il tuo progetto, sul piano editoriale, ha un profilo marcatamente digitale: e-book arricchito da tue musiche e naturale predisposizione alla diffusione in Rete, tramite il sito http://eucear.eu. Credi che il futuro dell’editoria vada in questa direzione?

The Montecristo Project nasce come “Enhanced eBook”, ovvero un eBook arricchito, che poi è proprio il punto di forza della casa editrice Spider&Fish (http://www.spiderandfish.com/) che l’ha pubblicato. Un eBook che non presenta nulla di radicalmente nuovo, rispetto alle pubblicazioni più sperimentali, ma che sicuramente si discosta dalla maggioranza delle attuali produzioni editoriali. Oltre a diverse illustrazioni del bravissimo Fabio Porfidia (http://www.scrignodicarter.it/) [due delle quali qui riportate, ndr], contiene una vasta Wikipedia del futuro, le cui voci crescono insieme alla storia, permettendo anche di seguirne la timeline. Ogni scena è preceduta da un glifo, un carattere particolare che porta al titolo della scena stessa e che acquista un significato simbolico nella struttura narrativa. Il tutto sempre con un’estrema attenzione alla leggibilità, permettendo un approccio completamente lineare, ma con delle dimensioni esplorabili in più.

Ho lavorato alla struttura ipertestuale sia come autore sia dal punto di vista tecnico, “sporcandomi le mani” col codice, lottando con le incoerenze nelle varie interpretazioni del protocollo ePub da parte dei diversi device digitali, imparando a districarmi in problemi per nulla banali, anche grazie ad alcuni “guru” del settore che gentilmente mi hanno dato una mano.

Per rispondere alla tua domanda: così come gli strumenti musicali elettronici non hanno sostituito quelli classici, né ritengo lo faranno mai, credo che il libro digitale non sostituirà quello cartaceo. Lo affiancherà, lo integrerà, forse fra qualche anno si incontreranno a metà strada (magari usando un tipo di carta intelligente in grado di funzionare come uno schermo). Ecco perché sto lavorando anche a una versione cartacea di The Montecristo Project, che adotterà delle soluzioni diverse per mantenere la sua attuale “tridimensionalità”, soluzioni su cui sto riflettendo proprio in questo periodo.

Non capisco chi rifiuta in toto l’eBook, ma neppure approvo chi lo presenta come l’unico futuro della letteratura; la tecnologia dovrebbe allargare le nostre possibilità, non costringerci a scelte univoche.

Quale, a tuo avviso, il motivo per cui fantascienza e fantastico, almeno in Italia, tendono ancora a essere considerati “Serie B”? E quale il divario che ci separa dal mondo anglosassone, se non in termini di qualità delle opere, di risposta del pubblico e della critica?

La prima risposta che mi viene in mente è: l’ignoranza. Ignoranza in senso etimologico, non dispregiativo, anche se talvolta, di fronte alle posizioni di certi cosiddetti intellettuali, mi salta la mosca al naso. Eppure Calvino, Buzzati e altri fra i più importanti scrittori italiani hanno utilizzato l’immaginario fantastico e fantascientifico nelle loro opere; allora una certa critica ha inventato toponimi improbabili come “realismo fantastico” per giustificare le proprie posizioni snobistiche verso il genere. Ma sono posizioni che non reggono di fronte ad autori come Tolkien, Omero dei nostri tempi, capace di farci riscoprire il topos della narrazione aulica, il gusto della storia per la storia (e non per darci lezioncine in un senso o nell’altro), l’amore per la parola, per la poesia, per il loro suono.

In particolare la fantascienza paga la poca passione, di crociana memoria, degli italiani per la scienza. Ho l’impressione che adesso le cose stiano migliorando da questo punto di vista, c’è più interesse verso gli argomenti scientifici e verso le ultime scoperte della ricerca, pur restando molto forte, di contro, il pensiero debole ma fascinoso dei vari “complottismi”.

Spero nelle nuove generazioni e sono convinto che la buona SF, insieme alla buona divulgazione, possano fare molto.

Inoltre, diciamolo, siamo troppo innamorati della suddivisione in generi, della schematizzazione a tutti i costi. Come dico sempre ai miei alunni, la musica è musica, può essere di buona o cattiva qualità, ma occorre saperla ascoltare tutta, indipendentemente dal genere.

Come fa una persona a definirsi “di cultura” se si basa su dei pregiudizi nella scelta delle proprie letture?

Che esplori piuttosto, con senso critico ma anche con umiltà, che affronti l’opera letteraria senza schemi preordinati e ne valuti lo stile, lo spessore narrativo e dei personaggi, la capacità o meno di suscitare emozioni e sensazioni nel lettore.

In Italia soffriamo di un problema strutturale: la fantascienza e il fantastico vengono considerati di serie B innanzitutto da alcuni dei più grandi editori. Ecco allora che certe edizioni non vengono curate nel modo giusto, o addirittura allo scrittore viene detto “la fantascienza mai, non ne vogliamo sentir parlare, non vende”.

Manca il coraggio di investire in un’opera indipendentemente dal suo genere e questo secondo me falsa il mercato. Basta vedere il successo di scrittori come Dan Brown, che mescolano sapientemente i generi e non si fanno alcun problema a utilizzare l’immaginario fantastico o fantascientifico nei loro best-seller. Infine, anche per colpa un po’ nostra, come scrittori e appassionati del genere, c’è un certo pregiudizio nei confronti dello scrittore di fantascienza italiano (meno nell’ambiente fantastico).

– Quali sono i tuoi nuovi progetti artistici?

The Montecristo Project è solo il primo di almeno tre libri. La conclusione della storia lascia aperte molte questioni e un mondo potenzialmente del tutto trasformato. È solo l’inizio di una saga di cui non intravedo, per adesso, una fine.

E poi, visto che di musica ne capisco un po’, di scrittura pure, e sono un grande appassionato di fumetti, cinema e serial Tv, francamente non mi dispiacerebbe una collaborazione per un allargamento del progetto. Già uno script cinematografico è stato steso dall’ottimo Manuel “Ash” Leale, in parallelo alla scrittura (un po’ per scherzo, un po’ per augurio, ci siamo soprannominati “Clarke e Kubrick”).

Molto dipende dall’interesse che il progetto susciterà. Mi appello a tutti i lettori, dedicate 10 minuti del vostro tempo a una piccola recensione sul negozio di acquisto, a una segnalazione su Facebook o su Twitter (magari taggandomi). Anche critica, anzi: mi interessano molto le critiche, possibilmente motivate. È l’indifferenza che temo di più.

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