Il discorso amoroso di Roland Barthes

copertina Barthes-discorso-amoroso
di Guido Michelone

Frammenti di un discorso amoroso risulta il libro più venduto – ma forse non più letto vista la complessità dell’approccio – del noto studioso francese, citato persino da Francesco Guccini in una canzone e punto di riferimento essenziale per molte generazioni, soprattutto quelle nate culturalmente dal Sessantotto, che magari vogliano andare oltre la sociologia esclusivamente politica di Herbert Marcuse o Theodor W. Adorno, per un approccio più culturologico e meno settoriale.
Infatti, a differenza di altri intellettuali francesi, inquadrabili nella stessa orbita dello strutturalismo, quali Claude Lévi-Strauss (antropologia) o Jacques Lacan (psicanalisi), Roland Barthes è uno scrittore interdisciplinare, giacché riesce a compendiare quasi tutte le scienze sociali all’epoca messe in atto, bilanciando assai bene la linguistica, la semiotica, la sociologia, la filosofia, la critica letteraria, fino a giungere a una personalissima visione del piacere della lettura: una teoria, quest’ultima, che l’autore non riesce a sviluppare, a causa della morte quasi improvvisa, dovuta ai postumi di un banale incidente automobilistico (in apparenza lieve, in realtà trascurato).
Barthes, che nasce a Cherbourg nel 1915 e muore a Parigi nel 1989, pubblica Frammenti di un discorso amoroso da Seuil nel 1977: già due anni dopo, tradotto da Renzo Guidieri, esce prontamente negli Struzzi di Einaudi. Per il centenario della nascita dell’Autore, il testo viene invece riedito in Italia da Mimesis nella collana Filosofie con il titolo Il discorso amoroso; anzi, a dir la verità il frontespezio è assai più lungo e vale la pena di essere citato per intero, sia per intendere la complessità di cui sopra, sia per conoscere la genesi di un’opera anomala, a cui la definizione di saggio analitico va comunque stretta. Dunque, Il discorso amoroso è di fatto Il Seminario a l’École pratique des hautes études 1974-1976, a cui seguono i Frammenti di un discorso amoroso (inediti), con l’intro di Éric Marty, la premessa e la curatela di Claude Coste, la prefazione all’edizione italiana di Augusto Ponzio (che è pure il nuovo traduttore).
Il libro è impossibile da riassumere, ma per conoscerne l’argomento, si può cominciare dalle sue primissime pagine attraverso una considerazione dello stesso Barthes a proposito della ‘necessità’ di scrivere e pubblicare questo testo: “… il discorso amoroso è oggi d’una estrema solitudine… Quando un discorso viene, dalla sua propria forza, trascinato in questo modo nella deriva dell’inattuale, espulso da ogni forma di gregarietà, non gli resta altro che essere il luogo, non importa quanto esiguo, di un’affermazione”. Questa affermazione è, in definitiva, l’argomento del libro.
Barthes prosegue dicendo che quello che viene proposto è, se si vuole, un ritratto; ma questo ritratto non è psicologico, bensì strutturale: esso presenta una collocazione della parola: la collocazione di qualcuno che parla dentro di sé, amorosamente, di fronte all’altro (l’oggetto amato), il quale invece non parla”.
Ha perciò ragione Marco Pacione, quando, recensendo il libro su ‘Il Manifesto’ sostiene che, innanzitutto, Frammenti di un discorso amoroso, costruito in serie sincronica, è il reciproco di un lavoro psicoanalitico. E sembra “quasi la negazione del voler andare all’origine degli affetti ed effetti amorosi, perché questi si rioriginano continuamente come fossero sempre nuovi. Barthes seleziona i frammenti che giudica più importanti, nell’«infinito intrattenimento» dell’eloquio, dell’affabulazione. Fa come il montatore che ricombina le scene da quella che sembra la loro concatenazione casuale. Come il regista, Barthes costruisce tutto, a partire dalla preparazione degli arnesi e dei materiali, mettendo in piedi un vero e proprio set cinematografico. Preparazione è termine chiave nel Barthes di questi anni di seminari (per esempio quello sulla Preparazione al romanzo) che diventano luoghi nei quali oltre ai testi si muovono vere e proprie troupe di studenti, uditori vari. Non è un caso allora se i Frammenti di un discorso amoroso vengano anch’essi da un seminario (…)”.
Benché di ardua lettura, come già detto, Il discorso amoroso è consigliabile per comprendere la psiche umana: “Anche le emozioni più forti – per usare le partole di Pacione -, i sentimenti più intensi, sono spesso espressi con parole già pronte per la circostanza, con espressioni che dall’esterno si definirebbero banali, ovvie. Eppure nel «ti amo» detto alla persona amata non pensiamo che stiamo usando un cliché. A meno che non stiamo mentendo sapendo di farlo. Soprattutto, chi pronuncia o scrive quella frase e, probabilmente, anche chi la riceve, non si pone il problema di essere originale, creativo. Chi grida il gol della propria squadra non è toccato dal fatto che quella parola urlata è stata detta da altri, tantissime volte, in migliaia di scene analoghe. Non si preoccupa che potrebbe essere ripetuta a breve anche dagli avversari. Espressioni come queste sono di per sé anonime. Ma si rendono paradossalmente uniche proprio grazie alla loro riproducibilità, adattabilità: alla loro capacità di essere come varchi entro cui chi le pronuncia entra fino a spossessarsi di sé. Più moderatamente, queste espressioni, ridisegnano una scena base entro la quale le parole stesse rifermentano. E ciò anche quando queste parole stanno all’interno di opere letterarie. Anche qui non perdono la forza di essere il testo di una situazione unica pur provenendo da una situazione tipo. E anzi, proprio da qui, dal loro essere testo non autoriale, possono paradossalmente contribuire a fare l’opera”.

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