46. La normalità

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Sì, facevamo progressi, spinti dalla Grazia. L’ultima, grande (ri)scoperta fu la normalità, ossia il Progetto di Dio avvertito come vita ordinaria, come verità dell’umana condizione. Che c’era di nuovo in questa presa di coscienza? Il fatto che, per il mondo, la normalità è tutt’altra cosa: il fare da sé, l’idea dell’io come arbitro di tutto e centro assoluto della vita. È quella che i Padri della Chiesa definiscono come “filautia”, la prospettiva proposta dal demonio, che fa di tutto per screditare la creazione, incrinare la fiducia in Dio, convincere che l’unico criterio è l’ego con le sue esigenze e i suoi interessi. È quello che il Quarto Vangelo chiama “il mondo”, in cui Dio è un antagonista, una minaccia al proprio universo personale. Il peccato originale è il concetto sintetico con cui la teologia ha individuato il capovolgimento di valori e attribuzioni: non è più Dio a decidere cos’è bene e cos’è male, siamo noi a dettare norme, a formulare leggi sulla vita e sulla morte, a decidere le forme e i modi di ciò che definiamo amore, a scegliere i modelli a cui ispirarci nei pensieri e nei comportamenti. Ed ecco che emerge l’esistenza così come la vediamo nelle strade, nei luoghi di lavoro, nei servizi dei telegiornali: una giungla in cui vince il più forte, un coacervo di sentimenti negativi e di nevrosi, un labirinto di cui nessuno trova più l’uscita. Come porre rimedio a tutto questo? Nella preghiera e nell’ascolto quotidiano era emersa la coscienza chiara dell’unico antidoto possibile: ripristinare il Progetto originario, confessare la fede nell’opera di Dio, così fedelmente assunta da don Mario. Allora saremmo approdati alla normalità, che coincide con la santità donata dalla Pasqua del Cristo. Il santo non è un marziano, ma chi vive la verità ultima sull’uomo e l’universo.

4 pensieri su “46. La normalità

  1. Ripristinare il silenzio, ripristinare l’amore nel cuore.
    Ripristinare, una parola piena di speranza, fa bene già solo sentirla pronunciare.

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  2. Filautia,la definirei come il male dei secoli. un morbo epidemicamente diffuso,assai difficile da sconfiggere, sebbene, con una buona dose di ottimismo e fiducia, non impossibile da debellare. non sarà un’equipe di abili ricercatori ad individuarne il principio attivo necessario a neutralizzarlo.
    Come in casi analoghi, l’antidoto risulta già disponibile in natura e ognuno di noi può isolarlo e renderlo efficacie.
    Potrebbe chiamarsi “filallia”

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  3. Non esistono Professori di Poesia, cosa che farebbe presupporre che questa attività richieda studi specializzati, tesi da presentare in date concordate, dissertazioni teoriche con accluse bibliografie e note e, infine, la laurea ricevuta con una certa solennità. Tutto questo significherebbe, inoltre, che per laurearsi come poeta non basterebbero i fogli di carta, anche se gremiti di versi eccellenti, ma si avrebbe bisogno, soprattutto, di una carta con timbro e sigla.

    Ricordiamo che fu proprio questa la ragione per la quale Josef Brodsky, orgoglio della poesia russa e futuro premio Nobel, fu condannato all’esilio. Brodsky è stato definito “parassita”, perché non possedeva un certificato ufficiale che attestasse la sua condizione di poeta. (…)

    Il peggiore dei casi è quello dei poeti. Il loro lavoro risulta inevitabilmente poco fotogenico. Uno rimane seduto al tavolo, o disteso sul divano, con lo sguardo fisso puntato sul muro o sul soffitto; ogni tanto scrive sette versi, dei quali, dopo nemmeno un quarto d’ora, ne casserà uno. Nell’ora successiva non accadrà proprio niente. Quale spettatore potrebbe mai sopportare una cosa del genere?

    L’ispirazione? Io stessa evito il discorso quando me lo domandano. E dico: l’ispirazione non è privilegio esclusivo dei poeti né degli artisti in generale. C’è, c’è stato, ci sarà sempre un numero di persone alle quali ogni tanto si risveglia l’ispirazione. A questo gruppo appartengono coloro che scelgono il proprio lavoro e lo portano avanti con amore e immaginazione. Ci sono medici così, ci sono maestri, ci sono anche giardinieri e centinaia di altri lavoratori. Il loro compito può essere una avventura senza fine, a patto che sappiano trovare in lui nuove sfide.

    Nonostante tutto il male che possiamo dire e pensare di questo mondo, una cosa mi sento di asserire: che è sorprendente. Ma nell’espressione “sorprendente” si nasconde un trabocchetto logico. Ci sorprende quello che fuoriesce dalla norma conosciuta e comunemente accettata, dall’ovvietà alla quale ci siamo assuefatti. Bene, lasciatemi dire che un mondo così , ovvio, non esiste. La nostra capacità di sorprenderci è indipendente e non deriva dai possibili paragoni con dei modelli prestabiliti.

    Certo, nel parlare quotidiano, il quale non si sofferma su ogni singola parola, usiamo espressioni tali come “normalità”, o “questo non è normale” o…

    Nonostante tutto, nella lingua della poesia, dove ogni parole viene calibrata , nulla è normale. Nessuna pietra e nessuna delle nuvole che sorvolano quella pietra.

    Nessun giorno e nessuna notte di quelle in avvenire.

    E soprattutto, nessuna particolare esistenza su questo mondo.

    Il ché sta a indicar che i poeti avranno per sempre tanto lavoro da fare.

    Wislawa Szymborska

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  4. Chiedo scusa, era solo questa la parte che volevo evidenziare:

    Nonostante tutto il male che possiamo dire e pensare di questo mondo, una cosa mi sento di asserire: che è sorprendente. Ma nell’espressione “sorprendente” si nasconde un trabocchetto logico. Ci sorprende quello che fuoriesce dalla norma conosciuta e comunemente accettata, dall’ovvietà alla quale ci siamo assuefatti. Bene, lasciatemi dire che un mondo così , ovvio, non esiste. La nostra capacità di sorprenderci è indipendente e non deriva dai possibili paragoni con dei modelli prestabiliti.

    Certo, nel parlare quotidiano, il quale non si sofferma su ogni singola parola, usiamo espressioni tali come “normalità”, o “questo non è normale” o…

    Nonostante tutto, nella lingua della poesia, dove ogni parola viene calibrata , nulla è normale. Nessuna pietra e nessuna delle nuvole che sorvolano quella pietra.

    Nessun giorno e nessuna notte di quelle in avvenire.

    E soprattutto, nessuna particolare esistenza su questo mondo.

    Il ché sta a indicar che i poeti avranno per sempre tanto lavoro da fare.

    Wislawa Szymborska

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