Zio Tac

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di Gianni Fumagalli

Zio Tac, zio Tac … ; la casa risuonava spesso di queste grida quando lo zio era ancora in vita. C’erano sempre bambini che gli si aggrappavano alle gambe con insistenti richieste. Il suo viso sorridente catturava le loro simpatie, tutti si sentivano protetti e accolti dalle sue movenze armoniche e dal sorriso conciliante. Zio Tac non si arrabbiava mai e nessuno l’ha mai sentito alzare la voce. Amava esprimersi con proverbi, similitudini e sentenze che a volte inventava lui stesso: “Lo zelo non salva dal gelo; solo la galera libera lo spirito”, – oppure alcuni che mi risultarono enigmatici per molto tempo, come – “chi corre troppo finisce male.”
Pochi ricordano il suo nome di battesimo che era Giuseppe, ma tutti hanno dimenticato l’origine del soprannome, Tac. Me lo raccontò qualche anno prima della sua morte, dopo lunghe insistenze, perché zio Tac non amava essere oggetto di nessuna attenzione e quando ciò accadeva aveva mille strategie per sottrarsene. Però un giorno, forse sfinito dalle mie mille domande, mi raccontò che da giovane aveva imparato la filastrocca, che io ricordo solo in parte: “Te che tachet i tac tacum i tac anca a me, me tacat i tac a te che te tachet i tac? Tachiti te i to tac te che te tachet i tac”. La ripeteva sempre così bene e velocemente che stupiva tutti gli ascoltatori, grandi e piccini. Finì per essere zio Tac e fu zio Tac per sempre.
Le zie a volte hanno accennato che lo zio Tac fosse stato in prigione in Germania, durante la seconda guerra mondiale. Quando succedeva questo lo zio si ammutoliva, stampava in viso un sorriso spento e non era più lo zio Tac.

La figura magra dello zio, con le gambe dentro i pantaloni sempre un po’ larghi e corti, a sfiorare appena il collo del piede, colpiva per la sua camminata irregolare e la postura leggermente curva, quasi a ossequiare l’interlocutore. Nella stagione fredda lo trovavi, spalle alla stufa, curvo sul giornale; leggeva tutte le notizie e aveva l’abitudine di commentarle ad alta voce con sottile ironia. Alla zia Anna, che non riusciva a parlare senza arrestarsi in piedi costringendo l’interlocutore a continue soste, gridava: “Dai entra in fretta, che il gelo non si ferma sull’uscio ad ascoltarti!”, alludendo al fatto che la zia era solita svolgere i convenevoli sulla soglia di casa. Zia Anna voleva molto bene a zio Tac, le sue canzonature erano sempre divertenti e rispettavano il principio di benevolenza che animava il loro rapporto. Faceva tenerezza vedere come la zia gli parlava; lo trattava come un bambino indifeso, incapace di affrontare le intemperie del nostro tempo. Entrambi erano consapevoli della forzatura del loro rapporto ma, se per zia Anna questa rappresentava la modalità di dare spazio a un sentimento enorme che doveva soddisfare la sua maternità mancata, per zio Tac era il modo di compensare l’affetto materno del quale era stato privato con la morte prematura della madre. Lo zio apprezzava le vistose manifestazioni d’affetto di zia Anna, ma era sempre pronto a contenerle o a stroncarle, qualora le avvertisse eccessive, anche con una semplice frase che sviasse il discorso: “Guarda che stai facendo bruciare il caffè”.
Non si era sposato, aveva sempre condotto una vita ritirata, all’insegna di una composta dedizione a quella che considerava la sua famiglia: le tre sorelle e i cinque nipotini, che amava di un amore materno. Ha lavorato fino all’età della pensione alla Pirelli, che considerava una seconda casa, ma raramente parlava e le poche volte che lo faceva, sempre in terza persona. La Pirelli gli ha dato un lavoro fisso, una casa, da mangiare e gli ha permesso di risparmiare una discreta somma che alla morte ha interamente destinato ai suoi nipotini.
Era un operaio esemplare; in quarant’anni di lavoro non aveva fatto assenze, si rendeva disponibile ad ogni necessità dell’azienda ma, soprattutto, aveva sempre messo la sua brillante mente al servizio della squadra . Iniziò il lavoro alla Pirelli nel marzo del 1940; pochi mesi dopo l’Italia entrò in guerra e lo zio non fu arruolato perché dipendente di un’industria necessaria allo sforzo bellico. Durante la guerra le ore di lavoro aumentarono sensibilmente, per contro la busta paga si riduceva sempre più, a causa delle crescenti trattenute obbligatorie per la guerra. I turni di lavoro risultavano sempre più pressanti e lo zio non si sottraeva mai se dalla direzione chiedevano la sua straordinaria presenza al lavoro. La mamma, quando parlava di questo periodo, lo faceva sempre con toni di rimpianto, come se, averlo potuto evitare, avrebbe significato la salvezza per lo zio. – “Perché lo zio tornò un’altra persona dalla Germania”.
Leggeva in prevalenza L’Unità ma non trascurava qualsiasi quotidiano gli capitasse tra le mani. Era un antifascista libero, solitario e dotato di acuto senso critico; il sistema lo combatteva a suo modo, nel silenzio di una vita coerente ai principi del Vangelo. Il rozzo pensiero fascista faceva a pugni col suo spirito semplice e cristallino. In un tempo dove leggere L’Unità significava essere ateo e anticlericale, zio Tac, tutte le mattine prima di prendere il treno, comperava il giornale e ogni domenica andava a messa. Teneva il giornale nella tasca della giacca in modo che non fosse riconoscibile la testata, ma non lo faceva per paura – perché lo zio credeva nel dialogo e non perdeva occasioni per praticarlo – piuttosto per pudore, per la sua inclinazione naturale alla riservatezza. La mamma ha raccontato che quando aveva fatto notare questa evidente contraddizione, lo zio le aveva risposto meravigliato che non trovava contrasto tra gli insegnamenti del Maestro e i principi del comunismo. “Mi spieghi la differenza tra chi insegna ad amare il prossimo, a non accumulare più di quanto serve e ad essere vicini a chi soffre, e chi dice di distribuire le ricchezze e di essere dalla parte dei poveri, lottando per essi?”
Verso gli inizi degli anni ottanta incominciai a dedicarmi ai temi della shoah. Leggevo in continuazioni libri e libri sull’argomento e cercavo di essere pronto alle diverse e insistenti domande dei miei studenti. Passavo a volte a trovare lo zio con un libro sotto il braccio. E fu lui, in una di quelle visite, con mia grande sorpresa, a chiedermi perché leggessi quel tipo di libri, avevo con me La Notte di Eli Wiesel: “Perché mai leggi quei libri, non sai che tolgono il sonno e il sorriso?”. Rimasi doppiamente sorpreso, sia dell’intervento che del contenuto. Era la prima volta che lo zio affrontava questo argomento così esplicitamente con me e, per quanto ne sapessi, con chiunque altro. Colsi l’occasione al volo per portare lo zio fuori dal castello dove si era trincerato per tutta la vita: “Dov’eri finito in Germania?” – cercai di dissimulare una domanda generica, quasi disinteressata, ma, al tempo stesso, pregavo che lo zio non troncasse la discussione come aveva sempre fatto. Ebbi l’impressione che, per rispondere, dovette superare uno sforzo enorme, i muscoli della faccia si tesero in uno spasmo, gli occhi si spensero e, nell’atto di sussurrare la risposta, sembrò ingoiare un boccone troppo grosso che non voleva saperne di scendere. A mala pena compresi: “Buchenwald”- “Sei stato a Buchenwald?” gridai spaventato. – Due anni – rispose. Rimasi sconvolto dalla rivelazione e, quando lasciai la casa, anche lo zio era in uno stato di estrema prostrazione. Mi ripromisi di fargli spesso visita: volevo scavare in quelle tenebre, volevo presuntuosamente liberare lo zio dai demoni che lo imprigionavano. Giorno dopo giorno, ricostruii la ragnatela del male che lo aveva paralizzato. Lo incontravo due, tre volte la settimana, sempre nel tardo pomeriggio; lo zio mi dedicava pazientemente tutto il tempo che gli richiedevo e rispondeva a tutte le mie domande ma, soprattutto, era lui a volte a interrogarmi, sorpreso dalla mia conoscenza sull’argomento.
“Come sei finito a Buchenwald, zio?”
“Nel marzo del ‘43 lavoravo alla produzione di gomme per mezzi speciali, semoventi, blindati, obici. La guerra richiedeva sempre più pezzi e, per quanto aumentassimo ore e ritmi di lavoro, per l’azienda eravamo ancora in difetto. Quel giorno, il 24 marzo del 43 era un mercoledì; come tutti i giorni presi la prima corsa, quella delle 5 e 20, uscii tardi di casa e rischiai di perdere il treno, non feci in tempo a comperare il giornale, come facevo tutte le mattine, raccolsi però il volantino distribuito davanti ai cancelli della fabbrica da un giovane del comitato antifascista, che intascai senza leggere. Seppi poi che il volantino chiamava tutti i lavoratori a uno sciopero contro la guerra e contro il fascismo. Quel giorno lavorai ininterrottamente fino alle nove di sera e, quando uscii, stanco e assonnato l’aria fresca primaverile mi stordì, non mi accorsi che appena fuori dai cancelli c’erano ceffi in giacche nere di pelle che perquisivano tutti gli operai; inutile dire che il volantino fu la prima cosa che li allertò e fu sufficiente quel foglietto di carta, che non avevo nemmeno fatto in tempo a leggere, per sequestrarmi e rinchiudermi a S. Vittore; se mi avessero trovato il giornale sarebbe stata tortura e morte sicura. I familiari non furono informati di nulla se non dopo una settimana con uno scarno telegramma inviato dalle autorità di S. Vittore; il carcere mi “ospitò” fino a giugno. Fu un periodo di quiete relativa prima dell’inferno; la solidarietà dei compagni di prigionia e i modi dei secondini non violenti, oserei dire non fascisti, ci alleviarono il peso di quei giorni. C’erano gli interrogatori notturni a lasciare una scia velenosa che non faceva presagire niente di buono. Per me durarono solo qualche notte, poi mi classificarono con un: I.I. e mi lasciarono in pace. Ma l’attesa del momento in cui venivano a prelevarti è qualcosa che non si dimentica. Una mattina di inizio giugno lessero la lista dei prigionieri che sarebbero stati trasferiti, destinazione ignota: c’era anche il mio nome.
“Non sono riuscito a conciliare il perdono cristiano, che non ammette deroghe, con l’etica laica della riabilitazione. Il cristianesimo dice “tutti”, non dice “fino a tre o quattro crimini sei perdonato, oltre no”. Ma come è possibile perdonare una persona responsabile del massacro di decine o centinaia di migliaia di vite? Cercare di capire non è possibile, ma dare una risposta sì, perché più della ragione è il cuore a esigerlo. Ho visto i gerarchi nazisti privati del loro immenso potere, sembravano persone piccole, deboli, sciatte, non somigliavano più a quelle belve feroci che seminavano terrore al loro passaggio. Al processo di Norimberga, tranne Göring – che ha recitato la parte del pagliaccio, quale era, fino all’ultimo istante della sua vita – Hess, Speer e gli altri erano dimessi, esitanti, impauriti e lo stesso Himmler, che vagava per l’Europa camuffandosi tra i profughi, quando fu riconosciuto e catturato, somigliava più a un povero commerciante spaesato che al temibile capo delle SS. Il potere dà alla testa e il sangue acceca, si entra nella spirale del male e si precipita sempre più nell’abisso. Il male è simile a una macchina infernale che necessita della collaborazione di tutti per funzionare. E, una volta precipitati, non c’è più rimedio? L’unica soluzione è l’eliminazione fisica dei soggetti pericolosi? E’ qui che vacillano le mie credenze perché, come può un personaggio della portata di un gerarca nazista pentirsi e chiedere perdono? Può, dice il Vangelo, a un costo grandissimo, ma può; occorre che l’uomo si senta corresponsabile di tutto il male, non solo di quello commesso individualmente.¬¬¬
“Hai letto Dostoevskij?” Zio!
“Sì, l’ho letto e riletto più volte, e mi hanno molto colpito il messaggio di padre Zosima e il dialogo tra i fratelli Ivan e Alioscia Karamazov nella taverna, messaggio inequivocabile per Dostoevskij: il perdono passa attraverso l’atteggiamento di corresponsabilità di tutti per tutto. Solo allora la persona può ricostruire il mondo: sai come mi è cara quella taverna? L’ho visitata molte volte, specie nelle ore insonni di notte, e non certo per le specialità culinarie. Dostoevskij è lo scrittore che più di ogni altro ha attraversato le lande desolate del male lasciandoci un’autentica parola di speranza”.
Un vulcano in eruzione, lo zio parlava con moderazione ma sembrava inarrestabile. Interruppe esausto la conversazione, rimandandola al prossimo incontro. Io tornai a casa ubriaco di tanto e sorprendente ascolto. Nei giorni successivi continuammo a vederci con regolarità; ora lo zio ci teneva a portare a termine la sua storia e mi incalzava negli appuntamenti, da parte mia andavo agli incontri con trepidazione perché m’inquietavano le possibili sorprese di questa storia.
“Una domenica mattina di inizio giugno ci trasferirono su camion aperti, i primi che salirono riuscirono a sedersi, gli altri si accomodarono per terra tra le due panche laterali. Arrivammo alla stazione Centrale di Milano molto presto; per le vie notai che dalle persiane socchiuse la gente incuriosita osservava quello strano convoglio. Nel sotterraneo della stazione c’era ad attenderci un lungo treno composto interamente da vagoni bestiame. Ci stiparono sui carri in numero inverosimile, cento persone per carro quando sessanta sarebbero state già troppe. Così costretti non potevamo che rimanere in piedi, diversamente si rischiava di essere calpestati; per questo pensavamo che sarebbe stato un viaggio breve, invece fu la mia prima dura lezione: quando sei in cattive acque non pensare mai al meglio. Il viaggio durò sei giorni e fu quanto di peggio si potesse immaginare. Mai dimenticherò quel viaggio che mi diede la misura della profondità del male. C’erano bambini e anziani, un paio di coppie giovani, mentre la maggioranza era costituita da persone comprese tra i venti e i cinquant’anni: io ne avevo ventitré allora. Il gruppo era costituito in prevalenza da ebrei, ma c’erano anche zingari, politici e un’intera famigli di russi composta da otto persone. I sei giorni di convivenza forzata favorirono uno scambio di informazioni che alcune volte raggiungeva la spontanea intimità favorita dalla disperazione e dalla comune sventura, ma non mancarono liti isteriche per futili motivi . La prima notte fu interminabile, trovare una posizione in quel groviglio di gambe e braccia era un’ardua impresa e, se mai ci riuscivi, dopo pochi minuti c’era qualcuno che ti chiedeva di scansarti per raggiungere il bugliolo. Il treno faceva lunghe e inspiegabili soste, in quelle pause quando si riprendeva sonno, si veniva bruscamente risvegliati dallo sferragliare di un rapido. Dopo il primo giorno di viaggio vuotarono il bugliolo e riempirono il bidone dell’acqua, poi più nulla.
Erano incontri dove non aprivo bocca, ascoltavo in uno stato di stordimento il racconto dello zio che non avevo mai sentito parlare così dettagliatamente della sua vita e di sé. Gli incontri s’infittivano e la storia prendeva sempre più la forma di un’immane tragedia.
“Dal secondo giorno di viaggio fino a destinazione fu un graduale scivolare all’inferno; dal passaggio della frontiera italiana, il bugliolo non fu più svuotato, e il bidone dell’acqua non più riempito. Dopo la seconda notte tutti facevamo i bisogni sul pavimento; oltre al fetore nauseabondo quando la notte ci sdraiavamo era inevitabile schiacciarli; la conseguenza era una drammatica regressione della condizione umana. Più passavamo il tempo in quello stato più la nostra volontà si indeboliva; quando arrivammo a destinazione, il nostro spirito era così provato che avremmo accettato qualunque cosa pur di uscire da quella insopportabile prigione.
Ad un tratto lo zio manifestò la volontà di portare a termine la sua storia ma, come i racconti de Le Mille e una Notte, la sua narrazione si arricchiva sempre più di particolari inediti. Colsi sul suo viso una strana preoccupazione, una paura di non riuscire a dire tutto che si traduceva in una fretta insolita fatta di frasi concitate e spezzate. Era sparita la pacatezza che lo ha contraddistinto per l’intera vita perché adesso era dominato da un imperativo molto più forte delle convenzioni che aveva sposato. Gli chiesi perché non mettesse in un libro le sue memorie. Mi rispose che erano già molti i libri su questo argomento e che le stesse cose le avevano già dette meglio molti testimoni prima di lui . Proseguimmo la storia in un’atmosfera cambiata; ora lo zio si accingeva a parlare della sua lunga prigionia.
“Il treno si fermò in una stazione della Germania del sud – così dicevano gli intenditori sul vagone che avevano girato il mondo, non come me che ero stato solo a Milano. – Con grande frastuono aprirono il portellone e un militare lesse i nostri nomi con un forte accento tedesco. Ci sollecitarono a scendere con i rudi modi che imparai bene a conoscere; impressionante fu come “aiutarono” la vecchia nonna della famiglia russa, letteralmente, la catapultarono rovinosamente sulla banchina dall’alto del portellone. Quando il treno ripartì a guardarci impauriti eravamo solo in nove: io e la famiglia russa per intero, con la nonna piangente, il viso tumefatto e sanguinante. Mi chiesi quale relazione univa me a quella gente, perché per quanti sforzi facessi non ho mai trovato logica e razionalità, in questa e in tutte le altre azioni che ci hanno imposto di fare i nostri aguzzini. Ancora un trasporto su camion; noi sbarcati dal vagone assieme a molti stranieri, polacchi, russi, lituani. Arrivammo a destinazione dopo aver costeggiato un piccolo lago in una località, che in seguito seppi essere Flossenbürg. Ci alloggiarono in una baracca con grandi banconi di legno al posto dei letti e ci abbandonarono al nostro destino per tutta la giornata, ma senza cibo. La baracca sembrava occupata perché sui tavolacci c’erano piccole tracce di vita: paglia, stracci ben riposti, parvenze di cuscini; sulla collina vicina troneggiava il rudere di un castello. Passammo il tempo a medicare le ferite dei traumi del viaggio colmando il bisogno in eccesso di relazioni, affetto, normalità. Con mia grande sorpresa scoprii di essere l’unico italiano del trasporto, per cui mi risultò molto difficile comunicare con lingue così lontane. La realtà del campo la scoprimmo di primo mattino con la sveglia e l’appello, due torture di segno opposto, ma entrambe traumatiche nell’effetto: la sveglia è una fucilata improvvisa che mira a scioccarti scuotendoti dall’unico momento di pace; l’appello risponde al perverso piacere di ignorarti, ignorando il tempo. Per ore e ore lasciati sul piazzale a ripetere lunghi appelli sempre sbagliati; d’inverno queste attese diventano insopportabili fino alla morte. Ma dove è finita tutta la fretta della sveglia? Come ho già detto l’inferno è l’assenza della ragione. Mi assegnarono a una squadra per l’estrazione del granito e così feci la conoscenza diretta della schiavitù antica, come la sentivo raccontare da bambino dalle letture pasquali. Come gli ebrei in Egitto lavoravano da schiavi alle costruzioni delle città di Kitos e Ramos per il faraone Ramses II , così io, novello schiavo, lavoravo per l’edificazione del teatro dedicato a Richard Wagner, nella città di Bayreuth, e per i fasti del nuovo faraone.
Mi catturava la storia dello zio ma, al tempo stesso, m’inquietava, essere a conoscenza della sua smisurata sofferenza, e sapere del dolore, forse più grande, causato dal silenzio che si era imposto al suo ritorno. Vittima di un demone che costringeva il suo spirito in una severa prigione dove ogni parola all’esterno era bandita e la memoria una pratica da scongiurare, lo zio trascorse la sua vita come un monaco trappista e della sua prigionia non fece mai parola con nessuno, prima di questa confessione.
“Sono sopravvissuto un anno al campo – continuò lo zio – un anno dove ho vissuto sofferenze inaudite e ho visto molti compagni soccombere, schiacciati dai blocchi, sfiniti dalla fatica, dalla fame, dalle malattie e soprattutto dalle torture. Non ho nessun merito se non la mia età; essere giovane era un enorme vantaggio nei campi, anche se questo a volte non è bastato, molti miei compagni erano giovani come me e più forti di me eppure non ce l’hanno fatta.
Di sorpresa, una mattina di maggio mi trovai di nuovo su un camion verso una destinazione ignota. Il convoglio, dopo alcune ore di viaggio, misteriosamente si fermò in aperta campagna e lì ci scaricarono. Dovevamo proseguire a piedi -fu l’ordine- per dove, non lo sapeva nessuno. Camminammo per tutto il pomeriggio e, senza cibo, dormimmo all’addiaccio sul piazzale di una chiesa. Dl mattino presto ripartimmo per arrivare nel pomeriggio a destinazione. L’ingresso nella nostra nuova dimora non fu benaugurante. Su un palo nel mezzo del piazzale dove ogni mattina se teneva l’appello, a mo’ di forca, penzolava un impiccato. Lo strisciante mormorio diceva che il malcapitato aveva tentato la fuga e che quella era la fine che attendeva tutti i fuggitivi. Eravamo finiti a Buchenwald! – disse lo zio con un sospiro.
“Nella foresta di Ettersberg, nei luoghi amati da Goethe! – Esclamai con sorpresa.
“Sì ma del pensiero del grande poeta neanche l’ombra, tantomeno del sogno di Weimar – continuò lo zio – Pensa che le autorità del campo hanno abbattuto tutti gli alberi, per la costruzione degli alloggi, tranne quello scelto dal grande poeta come luogo d’ispirazione. Quando ho saputo questa cosa, riuscivo a guardare quell’albero solo come simbolo profetico di morte. Sì ma tu come sai queste cose? – Le ho lette zio, sai che da un po’ di tempo mi occupo di queste cose! Te lo avevo detto. – E io ti avevo già detto che a occuparsi di queste cose ci si rovina la vita.
Non ero d’accordo col pensiero dello zio ma a entrambi premeva concludere la storia così, stabilimmo di affrontare la questione della memoria in un secondo tempo. Continuammo a vederci regolarmente; al racconto mancava la parte finale e l’epilogo. Durante la narrazione, mi calavo in una sorta di trans; il flusso del tempo si sottraeva per lasciare il posto a uno stato di piena comprensione, dove il male dello zio trovava la sua collocazione; non solo non nuoceva a nessuno ma la sua presenza sembrava necessaria a questo mondo.
“Due inverni a Buchenwald sono un miracolo; nella buona stagione i lunghi appelli risultavano fastidiosi ma tollerabili, con il freddo l’esito era mortale. I più grandi alleati degli aguzzini erano proprio il gelo e la fame che, coniugate con il tempo, costituivano una miscela micidiale. In quelle ore di primo mattino sono cadute molte persone: giovani e vecchi, zelanti e distratti. Coperti di indumenti inadeguati era una sofferenza inaudita quell’immobilità prolungata; mattina e sera, all’appello non si sfuggiva. E non bastava il sollievo generato dall’averlo superato perché, immediatamente scattava la paura per il successivo che attendeva tra poche ore. La notte era l’altro incubo che ci ha perseguitati per l’intero periodo di prigionia. Avrebbe dovuto essere l’unico momento di vera pace, il tempo impenetrabile alle forze del male, lo scrigno dell’intimità più segreta e invece, come tutti i miei compagni, ero visitato da incubi e attanagliato dal terrore. Tutte le sere irrompevano nella baracca due S.S. prelevavano uno o due prigionieri che sparivano nel nulla, salvo sentire le loro urla strazianti per qualche notte, poi il silenzio. La tortura era la pratica più diffusa e più temuta, i prigionieri chiamavano il “salotto” il locale dove veniva praticata, luogo che prudentemente veniva evitato e il cui solo pensiero inquietava i nostri sonni.
“Lo zelo non salva dal gelo, è da li che viene questo proverbio, zio”?
“Questo e molti altri, la cattività aguzza l’ingegno e il campo è un’elementare scuola infallibile: ad ogni azione corrisponde immediatamente una reazione, solo una, non ci sono altre possibilità di scelta, esempio: era proibito arrivare in ritardo all’appello, pena la morte, nessuno è mai arrivato in ritardo (almeno durante la mia detenzione); tutti sapevamo che le percosse venivano date senza ragione, in modo non riconducibile a regole ma solo secondo il capriccioso arbitrio dei kapò, tutti sapevamo per esperienza che protestare per botte ingiuste poteva essere fatale. Quando le prendevi nessuno protestava e si ringraziava il cielo se non lasciavano conseguenze.
Mi vidi per l’ultima volta con lo zio. Sentivo che la storia era all’epilogo ma in queste lunghe frequentazioni ho imparato a apprezzare le sapienti riflessioni che non sospettavo in un uomo che giudicavo semplice e incapace di tanta profondità. Ripensavo ai suoi proverbi e alle fucine dove erano stati creati: luoghi di grande tragedia: “solo la galera libera lo spirito, il troppo correre finisce male.” Come non richiamare gli episodi più rilevanti della vita dello zio: quando fu arrestato lavorò come un forsennato tutto il giorno, e quali conseguenze hanno lasciato nella sua psiche le esperienze di S. Vittore e dei campi si possono congetturare dalla sua breve sentenza: “solo la galera libera lo spirito”.
“Il campo fu liberato all’inizio di aprile del 45, prima da un comitato di liberazione interno costituito da detenuti, ufficialmente dalle forze alleate il 13 aprile. Riuscii miracolosamente a sfuggire alla deportazione verso il campo di Bergen-Belsen grazie alla confusione che regnava in quei giorni dove i nostri aguzzini fiutavano la catastrofe e pensavano solo a salarsi. La notte del 12 aprile non c’erano più guardie e nel campo regnava un insolito silenzio. Viceversa le baracche erano dominate da un’agitazione mai conosciuta prima. Gli esploratori che assaggiarono il terreno tornarono con la buona notizia che il campo era sgombro da qualsiasi controllo: di S.S. e kapò nemmeno l’ombra. I più audaci e in salute lasciarono immediatamente la prigionia, io mi consultai con Pedro, il mio compagno di tavolaccio, spagnolo, un giovane gigante alto due metri proveniente da Siviglia. Era una persona buona, tartassata dai kapò per la sua altezza; con lui ho diviso le immense fatiche nella foresta, la fame e il freddo polare; ci intendevamo a sguardi, così era fatto il nostro linguaggio, sorridevo solo con lui. Concordammo di lasciare il capo di primo mattino con l’intenzione di rimanere uniti fino in Italia. La fortuna, almeno in questo, ci assistette. Impiegammo due mesi a raggiungere casa, ti risparmio le molteplici tribolazioni che ci hanno investiti in questo viaggio perché sarebbe una storia altrettanto lunga. Arrivammo a casa una domenica di giugno “sani e salvi”, ricominciava una nuova vita!
Lo zio chiuse gli occhi, come avesse chiuso un libro. Era visibilmente commosso e provato, aveva concluso il suo racconto. Il peso che aveva depositato con la sua memoria era enorme. Pensavo che questa esperienza non si concludesse con la parola fine della sua storia, ma continuasse con i problemi che aveva aperto.
Tornai a fare visita allo zio nei giorni successivi, erano fugaci apparizioni dove non tornammo sull’argomento. Avevo in animo di sentirlo sul tema della memoria, sapere cosa ne pensasse aldilà dei vaghi cenni che aveva fatto. In quelle visite lo zio mi sembrava spento, stranamente taciturno e privo dell’umor che lo distingueva, decisi allora di attendere momenti migliori. Una settimana dopo fu ricoverato per un enfisema polmonare che si aggravò rapidamente. Due giorni dopo ricevemmo una telefonata dall’ospedale che ci comunicava la morte dello zio.
Mi rimase, oltre al dolore per la mancanza dello zio, il rammarico per l’occasione persa: alla sua risposta elusiva, alla domanda sul senso del ricordare, avrei risposto che la memoria della sofferenza potrebbe cambiare le persone come il suo dolore lo aveva cambiato.

Durante la veglia funebre meditavo sulla figura dello zio che, per una vita intera, aveva custodito il suo terribile segreto, portandolo con estrema dignità. Davanti alla sua salma non sentivo di avere lo zio Tac, nemmeno lo zio, davanti a me giaceva l’Uomo.

Un pensiero su “Zio Tac

  1. E’ un racconto emozionante e commovente. Come sempre, sai descrivere con profonda semplicità e partecipazione vera il nucleo dell’essere umano. I tratti dello zio Tac mi hanno richiamato alla memoria quelli di un mio zio antifascista, morto tantissimi anni fa, quando ero solo una ragazzina. Forse anche lui portava in sé una testimonianza che avrebbe voluto uscire.
    Grazie,
    m.

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